Un selfie vale un selfie A che cosa serve, oggi, Giuseppe Conte?

L’ex presidente del Consiglio rappresenta il vecchio M5S sulle barricate, quello delle utopie costose di governo o quello nuovo, educato e realista, che bacchetta i compagni pentastellati che sbagliano quando insultano la Meloni? Il primo ha già fallito, e il secondo?

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Cosa fa il Conte errante nei pascoli del Nord, pastore senza gregge ma soprattutto senza proposte, in terre in cui se gli parli del reddito di cittadinanza ci sono già pronti improperi per la Lega, figuriamoci per un neo iscritto ai Cinquestelle? 

Molti selfie, questo si, anche se non come nella trionfale Ceglie Messapica apparecchiata da Rocco Casalino, perché – si sa – la riconoscibilità non è popolarità e quest’ultima, a sua volta, è cosa diversa dal consenso. Se hai imperversato per due anni su tutti gli schermi tv, con interminabili conferenze stampa sulle mascherine, la gente curiosa ti riconosce e ti si fa incontro. Giuliva la signora al mercato e giulivo Giuseppe, che pensa cosi di aiutare gli sconosciuti candidati di un non movimento, nel Nord molto statico già negli anni d’oro, oggi quasi un fantasma.

Il mezzo è il messaggio, ma il messaggio di Giuseppe Conte è un mezzo messaggio. Restano solo il taschino fiorito e il ciuffo degagè, proprio come in Tv. Sul territorio è anche difficile trovare un consulente Pd che aiuti come a Roma, dove una iniezione di autostima non te la nega nessuno.

Cosa racconti a quella signora? Rimpiangere insieme, nostalgici, l’eroe di una sera, il Ciampolillo che alla seconda chiama fece cucù, non è il caso.

Il problema vero è stabilire a che punto si è nello slalom tra tutto e il contrario di tutto. Conte rappresenta il vecchio Movimento sulle barricate, quello delle utopie costose di governo, quello delle origini o quello nuovo, educato e realista, che bacchetta i compagni pentastellati che sbagliano quando insultano la Meloni? Il primo ha già fallito, ma a cosa serve il secondo? Per fare Zelig c’è già Di Maio, che gira il mondo e il potere lo esercita, non lo rimpiange. 

Eravamo rimasti a Beppe Grillo che lo aveva giudicato unfit, sia per le idee che per la gestione. Poi, pur di toglierselo di torno, la gestione gliel’ha data, ma senza segreteria, senza ufficio e senza stipendio (mica si farà pagare questo tour dal contributo pubblico…).

Quando rompeva con l’Elevato sembrava voler imboccare la via di fuga dall’unanimismo pro Draghi, idea che un senso ce l’ha, e allora poteva diventare Alessandro Dibba Di Battista con giacca e cravatta, un ossimoro di fascino, ma poi – vedi cosa capita quando ti danno una presidenza bulgara – ha cominciato a fare il bravo, cosa che gli riesce meglio.

Ne sanno qualcosa gli uscieri del primo piano di Palazzo Chigi che lo vedono entrare nel suo ex ufficio animoso e minaccioso, e uscire conciliante. Non lo avremmo proprio immaginato arruffapopolo, circondato dai residui cantori del vaffa, unica politica di successo, ma se una volta era fin troppo facile, oggi è faticosa e soprattutto poco chic per uno che è stato a Palazzo. Di compagni di lotta, per la verità, ne avrebbe trovati pochi. Lontano in paesi esotici il “Che” di noantri, mica poteva andare in piazza con Paola Taverna, ormai rifatta e griffata. Restava solo Virginia Raggi, ma meglio accompagnarla con qualche gaffe sull’ATAC in versione partito di governo, almeno fino a quando non arrivano le elezioni e si torna a casa.

A quella signora al mercato – se non fosse che non c’è tempo, il tour elettorale è velocissimo – è complicato parlare di responsabilità, di rispetto degli altri, di farla finita con le parolacce (lo dice anche il nuovo Statuto).

Difficile anche spiegarle che non è vero che rosica per l’usurpazione subita da quel cattivone di Matteo Renzi, e che quello di Mario Draghi è diventato il suo governo. L’amico Goffredo Bettini però lo sconsiglierebbe, perché di Draghi è meglio disfarsi al più presto, quello altrimenti diventa davvero il riferimento assoluto dei progressisti e dei conservatori insieme. E dunque: giù banalità, giri di parole, vaghezze buone per il TG della sera.

L’altro giorno, peraltro, gliene è uscita una volgare (Beppe Grillo era più bravo, è del mestiere, ma stavolta anche lui ha preso qualche piccolo battimani): i politici che guadagnano grandi cifre – ha detto proprio così – vogliono togliere il pane di bocca ai poveracci del reddito di cittadinanza. Una battuta della prima ora a Cinquestelle, epoca di Mario Monti, figuriamoci.

Insomma, Giuseppe Conte farà anche girare i suoi selfie tra le casalinghe della Val Padana, ma non sfugge al suo destino da sposa islamica. Si, quella che deve organizzare la sua vita alla rovescia: prima si sposa e poi conosce il marito. Lui prima diventa presidente del Consiglio e poi si informa su cosa è la politica.

È come rovesciare un triangolo, fare stare la sua base sulla punta. Se sei bravo a farlo oscillare a destra e a sinistra – e lui è un Maestro – per un po’ funziona. Fino a quando?

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