Amore a prima letturaIl feticismo del sacro parallelepipedo, cioè del libro

L’idolatria è una delle tante patologie dei bibliomani, come racconta Guido Vitiello nel suo “Il lettore sul lettino” (Einaudi): nei secoli, forse influenzati dal prestigio della Bibbia, in tanti hanno scambiato l’importanza del contenuto con quella del contenitore. Il risultato? Ognuno ha trasformato i propri scaffali in una raccolta di divinità da adorare

di Mikolaj, da Unsplash

Quando uno dei suoi operai gli annunciò l’intenzione di sposare la cuoca del campo, il signor Ross non sapeva bene cosa inventarsi. Il decoro imponeva di sancire quell’unione con una cerimonia religiosa – la nostra storia si svolge centocinquant’anni fa, Ross era un inglese ai tempi della regina Vittoria, e i due innamorati avevano poco da fare gli allegri concubini – ma preti a portata di mano non ce n’erano. C’era solo lui, che però non era un parroco, era un ingegnere, e si trovava in quel paese sperduto dell’America Centrale solo per dirigere la costruzione di una ferrovia.

Il signor Ross tuttavia non si perdette d’animo. Una domenica radunò i cinquecento operai e comparí davanti ai promessi sposi indossando una bella vestaglia da notte – la cosa più simile a un abito talare che offrisse il suo guardaroba. Non c’era, in quel cantiere, neppure una Bibbia: l’unico libro che Ross aveva portato con sé era il Tristram Shandy, il capolavoro umoristico di Laurence Sterne. Fortuna che gli operai del posto parlavano a malapena lo spagnolo, e non capivano una parola d’inglese. Fu cosí che l’ingegnere in vestaglia lesse con voce solenne un capitolo di Sterne e li dichiarò marito e moglie. Mi piace immaginare che sia stato un matrimonio felicissimo.

Disgraziatamente non sapremo mai quale capitolo declamò Ross, e soprattutto se sia riuscito a trattenere le risate; sappiamo però che per compiere la cerimonia dovette servirsi dei poteri invisibili che la Bibbia, il libro dei libri, aveva trasferito nel corso dei secoli a tutti gli altri, perfino a quelli più profani, triviali o insignificanti. E noi abbiamo poco da scherzare su quei poveri indigeni del 1870, pieni di stupore reverenziale davanti a un libro di cui non sapevano nulla, se non che aveva appunto la forma di un libro; abbiamo poco da scherzare, dico, perché non siamo meno primitivi di loro. Per sbarazzarci della nostra indebita boria da civilizzati, capovolgiamo l’astuzia dell’ingegnere, e proviamo a leggere la Bibbia come un apologo umoristico.

Quando Mosè scende dal monte Sinai con le Tavole della Legge fresche fresche di tipografia divina, fa una brutta scoperta: gli Israeliti, forse annoiati dalla sua lunga assenza, si sono fatti un vitello di metallo fuso e ora danzano e gozzovigliano intorno al loro idolo pagano. Mosè non se ne stupisce – Dio stesso, da buon amico, gli aveva dato una soffiata – ma questo non gli impedisce di metter su una sfuriata da marito tradito: era rientrato in casa con quei due pacchettini per la moglie, e se la ritrova a letto con il primo Baal o Astarte di passaggio, la svergognata.

L’Esodo racconta la scena nel dettaglio. Mosè sgrida malamente Israele, fa fuori il rivale con ferocia molto creativa (riduce il vitello in polvere, disperde la polvere nell’acqua e costringe gli idolatri fedifraghi a bersela); e già che c’è, visto che non è più tanto in vena di regali, spacca le Tavole della Legge. E questo, per quanto si possa simpatizzare con il patriarca, sembra veramente un po’ troppo: ma come, hai appena ricevuto il libro più prezioso dell’universo e lo fai a pezzi per una crisi di nervi?

Evidentemente, però, la cosa preziosa non erano i lastroni di pietra, erano le parole che Yahveh ci aveva inciso sopra. E infatti il Signore non ci trova niente di sacrilego, e quando Mosè torna da lui non lo sgrida neppure. Portami altre due tavole, si limita a dirgli, e io ti stampo subito una seconda edizione: che sarà mai.

Molte cose sono accadute, da quel giorno leggendario, per farci perdere di vista la distinzione tra il libro come testo e il libro come oggetto su cui il testo è impresso, e per far trasmigrare il sacro dall’uno all’altro. Sarà che lungo i secoli il libro è stato, per generazioni e generazioni di fedeli, prima di tutto un arredo liturgico, fascinoso e tremendo come i reliquari, i calici e i cibori; sarà che, anche quando Gutenberg fece entrare la Bibbia nell’epoca della riproducibilità tecnica, ad arrivare nelle case era comunque il testo sacro; insomma, la storia è po’ troppo lunga e complicata per ripercorrerla qui, ma è andata a finire che noi moderni, che crediamo sempre meno nelle dieci regole del Sinai e a malapena ci ricordiamo in quale libro dell’Antico Testamento sono riportate, siamo diventati più duri di cervice degli antichi Israeliti. Con la stessa ottusità idolatrica con cui quelli veneravano il vitello d’oro, ci siamo messi a riverire il lastrone di pietra e il suo rampollo, il parallelepipedo di carta.

Per vie misteriose e un tantino superstiziose, ci siamo persuasi che l’oggetto-libro abbia in sé dei poteri benefici, e che tutte le parole, anche le più insulse, guadagnino un prestigio speciale dall’essere racchiuse in quel formato e solo in quello. Da questa premessa abbiamo fatto discendere le interdizioni più arcaiche e irrazionali; e quasi senza accorgercene, siamo diventati feticisti del parallelepipedo.

La parola feticismo è ambigua; lo era già quando comparve per la prima volta, tra i navigatori portoghesi di cinquecento anni fa, e i secoli successivi non hanno fatto che ingarbugliare la matassa. Propongo di accantonare l’accezione degli psicoanalisti (anche se ce ne sarebbe da dire, quanto a perversione, sugli annusatori e i carezzatori di carta) e di usarla in un senso decisamente démodé, quello degli etnologi ottocenteschi.

Negli stessi anni in cui l’ingegnere vittoriano in vestaglia sposava l’operaio e la cuoca con un libro a caso, confidando nel potere mistico di un particolare solido geometrico, Sir Edward Burnett Tylor, un gentiluomo londinese la cui lunga e veneranda barba non aveva nulla da invidiare a quella di Mosè (versione Michelangelo) s’impegnava a decifrare, da buon evoluzionista darwiniano, gli stadi più arcaici dello sviluppo religioso dell’umanità.

Il feticismo, scriveva nel 1871 nella sua grande opera Primitive Culture, è «la dottrina degli spiriti incarnati in certi oggetti materiali, degli spiriti attaccati a questi oggetti, o degli spiriti che esercitano un’influenza per il tramite di questi oggetti». Tylor citava il culto reso ai blocchi di legno o di pietra che tanto aveva sconcertato i missionari cristiani, ma si affrettava a precisare che un oggetto qualunque può servire come feticcio, e che non solo se ne circondano i selvaggi, ma spesso anche gli uomini più civilizzati.

La favola etnologica, dunque, parla anche di noi. Non dico che siamo indistinguibili dagli adoratori di ciocchi di legno, ma se dovessi racchiudere in un’immagine il nostro rapporto con il libro, sceglierei a colpo sicuro gli australopitechi accucciati intorno al monolite nero di 2001: Odissea nello spazio: un oggetto venuto da un altro mondo che affascina e spaventa, e che con la sua presenza muta spinge i suoi villosi adoratori verso l’intelligenza e l’evoluzione. Non sarà un caso se nel lastrone nero e lucido del film di Stanley Kubrick, da cinquant’anni al centro delle interpretazioni più forsennate, un critico francese ha creduto di vedere una tavola della legge senza comandamenti.

da “Il lettore sul lettino. Tic, manie, stravaganze di chi ama i libri”, di Guido Vitiello, Einaudi Super ET Opera Viva, pagine 168, euro 12,50

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