NeomaoismoSoros spiega che chi ha investito in Cina avrà presto brutte sorprese

Sul Financial Times, il finanziere americano attacca la strategia di Pechino sull’impresa privata: secondo lui la stretta sulle Big Tech e altre aziende è una riedizione delle politiche di Mao che non tiene conto delle esigenze dell’economia moderna

AP / Lapresse

Il boom economico del settore immobiliare cinese è durato oltre due decenni, ha avuto numeri enormi e ritmi di crescita straordinari. Ma adesso la tendenza sembra invertita e il mercato è entrato in una spirale negativa: anche la Evergrande, la più imponente società immobiliare della Cina, è sovraindebitata e a rischio fallimento. È la dimostrazione che l’intera economia cinese vive di anomalie.

A fine luglio scrivevamo delle conseguenze delle limitazioni di Pechino sulle sue Big Tech, la nuova frontiera dell’autoritarismo cinese: dopo aver passato anni a emulare il modello di gestione della Silicon Valley, la Cina sta tracciando il proprio corso in materia di controllo dei giganti informatici, con una strategia illiberale diametralmente opposta a quella degli Stati Uniti.

«In questo modo però Xi Jinping sta danneggiando le sue aziende e l’economia del suo Paese». A scriverlo è George Soros, sul Financial Times. Il finanziere di origini ungheresi naturalizzato statunitense sostiene che il giro di vite sull’impresa privata dimostra come il segretario generale del Partito Comunista Cinese non capisca l’economia di mercato. «Xi Jinping – si legge nell’articolo – si è scontrato con la realtà economica: la sua politica sull’impresa privata si è rivelata solo un freno. Il settore più vulnerabile è quello immobiliare, in particolare il segmento delle case».

La causa di fondo, scrive Soros, è che il tasso di natalità della Cina è molto più basso di quanto indichino le statistiche di Pechino: la cifra ufficialmente riportata sopravvaluta la popolazione di una quantità significativa. «Xi ha ereditato questi dati demografici», sottolinea Soros, «ma i suoi tentativi di cambiarli hanno peggiorato le cose».

Le famiglie della classe media cinese non sono disposte ad avere più di un figlio, come vorrebbe il governo. Il motivo è che ogni famiglia vorrebbe avere certezze sulla possibilità di assicurare ai propri figli un futuro brillante. E la recente decisione del governo cinese di vietare il tutoring privato, un servizio ampiamente usato dai genitori per garantire una formazione d’alto livello ai figli, è assolutamente fallace: questa misura infatti ha avuto una ripercussione alla Borsa di New York nelle vendite di compagnie cinesi.

«La repressione del governo cinese è reale», avverte Soros. Quasi all’oscuro dai mercati finanziari, Pechino ha silenziosamente preso una quota e un posto nel consiglio di amministrazione di ByteDance, proprietario di TikTok, ad aprile. Si tratta di una posizione strategica, perché ByteDance ha un archivio di informazioni personali tra i più grandi al mondo. Inoltre tutti sanno che il governo cinese sta assumendo partecipazioni influenti in Alibaba e nelle sue controllate, e il mercato reagisce di conseguenza.

«Xi non capisce come funzionano i mercati, che hanno iniziato a vendere al punto da danneggiare gli obiettivi cinesi. Inevitabilmente le autorità finanziarie di Pechino hanno dovuto tentare qualsiasi cosa pur di rassicurare gli investitori stranieri, e i mercati hanno risposto con un potente rialzo», scrive Soros.

Ma questo è un inganno: Xi considera tutte le società cinesi come strumenti di uno Stato dominato da un partito unico, e gli investitori che hanno acquistato in questa fase di rialzo avranno «una dura sveglia». Non solo gli investitori che sono consapevoli di quanto stanno facendo, anche un più ampio numero di persone che sono esposte attraverso fondi pensione e altri strumenti di risparmio pensionistici.

Chi ha interessi in fondi pensione e simili alloca le proprie attività in base ai parametri di riferimento rispetto ai quali viene misurato il rendimento: quasi tutti affermano di tenere conto degli standard di Environmental, social e corporate governance (gli Esg, cioè gli standard ambientali, sociali e di governance aziendale) nelle loro decisioni di investimento.

Sorso lancia l’allarme: «Centinaia di miliardi di dollari appartenenti a investitori americani sono stati spinti in compagnie cinesi la cui corporate governance non rispetta gli standard richiesti: il potere e l’accountability sono ora esercitati da un uomo che non è responsabile nei confronti di alcuna autorità internazionale», cioè Xi Jinping.

È per questo che il magnate di origini ungheresi chiede al Congresso degli Stati Uniti di approvare un disegno di legge bipartisan che obblighi gli asset manager a investire solo in compagnie che abbiano strutture di governance trasparenti e allineate agli stakeholder. Regole che devono valere soprattutto per chi gestisce fondi pensionistici, in modo che la Securities and Exchange Commission (Sec, l’ente federale statunitense preposto alla vigilanza della borsa valori) abbia la possibilità di difendere gli investitori.

Il presidente della Sec, Gary Genslerc ha più volte avvertito riguardo i rischi che si corrono investendo in Cina, ma per gli investitori stranieri è molto difficile riconoscere questi rischi. «Gli investitori – conclude Soros – hanno visto la Cina affrontare molte difficoltà e se la sono cavata sempre a pieni voti. Ma la Cina di Xi non è la Cina che conoscono. Il leader di Pechino mettendo in atto una versione aggiornata del partito di Mao Zedong: nessun investitore ha esperienza di quella Cina perché non c’erano mercati azionari ai tempi di Mao. Da qui il brusco risveglio che li attende».