Repressione tecnologicaLe limitazioni di Pechino sulle sue Big Tech segnano la nuova frontiera dell’autoritarismo cinese

Dopo aver passato anni a emulare il modello di gestione americano della Silicon Valley, adesso la Cina sta tracciando il proprio corso in materia di controllo dei giganti informatici: una strategia illiberale diametralmente opposta a quella degli Stati Uniti

Lapresse

Lo scorso ottobre il fondatore di Alibaba, Jack Ma, uno dei miliardari più famosi della Cina, aveva tenuto a Shangai un discorso molto critico nei confronti del governo cinese. La risposta di Pechino era stata immediata: il governo ha accusato la Ant Group Co. – ramo fintech di Alibaba – di violare le regole del mercato e della concorrenza. A inizio luglio una sorte simile è toccata a DiDi Global Inc., una delle più grandi aziende tecnologiche della Cina, appena quotata in Borsa negli Stati Uniti.

«Solo perché sei un’azienda tecnologica di grande successo non significa che sei al di sopra del Partito Comunista Cinese», ha detto Michael Witt, professore di strategia e affari internazionali all’Università di Singapore, in un’intervista concessa a Bloomberg.

L’intervista del professor Witt è inserita in un articolo di approfondimento sulla testata economica americana: gli autori Austin Carr e Coco Liu spiegano che «il giro di vite del governo cinese segna una nuova era di controlli più severi che le aziende non potranno evitare».

Stati Uniti e Cina hanno scelto strade diverse nel tentativo di contrastare il potere tentacolare delle aziende tecnologiche. Nella strategia di Pechino l’autoritarismo non è solo una sfumatura, è parte integrante del percorso: se per alcuni potrebbe essere eccessivo e limitante per l’industria tecnologica, per altri è il metodo migliore per ottenere un vantaggio contro il rivale americano.

La Cina, infatti, sta cercando di separarsi dal modello di sviluppo statunitense, dopo essere stata in scia per decenni.

Dalla fine degli anni ‘90, Pechino ha emulato l’approccio all’innovazione della Silicon Valley. Aiutato dal capitale occidentale e da una generazione di imprenditori simili a Elon Musk, il Paese ha visto nascere e crescere le versioni cinesi di eBay e Amazon, Facebook e Google, fino a raggiungere un grande successo. In quella fase, il governo ha mantenuto un approccio permissivo rispetto alle aziende, spesso proteggendole dai concorrenti statunitensi.

All’inizio le aziende cinesi si limitavano a replicare i servizi americani che non erano disponibili o non erano fatti su misura per il Paese e i suoi cittadini. Ma da un po’ di tempo hanno smesso di essere semplici imitazioni dei rivali della Silicon Valley.

«Le cosiddette super app, tra cui Tencent Holdings Ltd. WeChat e Alipay di Alibaba, anch’essi creati da Jack Ma e dal suo team, gestiscono tutto, dal trasporto su richiesta alla consegna di cibo, al pagamento delle bollette: non c’è niente di paragonabile negli Stati Uniti. Adesso Apple , Facebook e Snapchat stanno facendo di tutto per imitare le caratteristiche di queste e altre app cinesi, invece del contrario», si legge su Bloomberg.

Proprio come negli Stati Uniti, la crescita illimitata ha portato società e relativi amministratori delegati ad acquisire sempre più potere, e operando con sorprendente indipendenza non hanno avuto paura di usare e mostrare a tutti il loro status negli affari.

Per qualcuno il giro di vite su Alibaba e DiDi, insieme alle azioni contro dozzine di altre aziende tecnologiche, si tratta di un errore da parte di Pechino: ormai potrebbe essere troppo tardi. Angela Zhang, direttrice del Center for Chinese Law dell’Università di Hong Kong e autrice del saggio “Chinese Antitrust Exceptionalism”, dice a Bloomberg che l’interventismo di Xi Jinping rimodellerà l’industria tecnologica in Cina più velocemente di quanto potrebbe accadere altrove. «Il caso contro Alibaba – dice – ha richiesto all’autorità antitrust cinese solo quattro mesi per essere completato, mentre ci vorranno anni prima che i regolatori statunitensi e dell’Unione europea inseguano aziende tecnologiche come Facebook, Google e Amazon, che sono pronte a combattere con le unghie e con i denti».

A questo punto, però, bisognerebbe chiedersi: se la Cina sta abbandonando il modello della Silicon Valley, con cosa lo sostituirà?

«L’azione antitrust statunitense spesso si concentra sul rafforzamento delle tutele dei consumatori, ma la repressione della Cina è in ultima analisi orientata a proteggere la politica del governo. È per questo che molti addetti ai lavori suggeriscono che da adesso l’industria sarà guidata sempre meno dagli imprenditori, sempre più da Pechino», scrive Bloomberg.

Il governo del presidente Xi ha già delineato, in un modo o nell’altro, i settori a cui vuole dare la priorità, a partire dai semiconduttori e l’intelligenza artificiale. Xi ha definito i dati raccolti dalla sua industria tecnologica «una risorsa essenziale e strategica» e ha spinto per anni a sfruttarli.

«Le grandi città cinesi – si legge ancora nell’articolo – hanno accettato di iniziare uno scambio continuo di dati che faciliterà il trasferimento di informazioni anonime tra le società. Ciò potrebbe portare a un sistema nazionalizzato di condivisione dei dati, fino a creare una sorta di infrastruttura pubblica digitale, fornendo un’enorme quantità di dati al governo centrale».

Questo approccio potrebbe avere un effetto frenante sull’innovazione tecnologica, in teoria. Intanto perché sarà più difficile, per ogni singola azienda, espandersi: la Cina, ad esempio, ha già segnalato che renderà più difficile per le società cinesi essere quotate sui mercati azionari statunitensi, limitando la loro capacità di crescere e raccogliere capitali al di fuori dell’Asia.

«Se la repressione renderà più difficile l’espansione delle più grandi aziende cinesi, i beneficiari potrebbero essere i giganti tecnologici americani. Le prospettive di regolamentazione negli Stati Uniti rimangono incerte e gli attori dominanti della Silicon Valley potrebbero continuare a comprare futuri rivali, vincendo su scala globale», si legge su Bloomberg.

Un errore da non commettere, però, è quello di pensare che i singoli imprenditori privati cinesi possano smettere di investire, di provare a crescere, ad arricchirsi e ad espandersi. «Non è vero – conclude l’articolo – che le aziende tecnologiche saranno più caute nel lanciare prodotti più rischiosi o che eviteranno di crescere troppo per non attirare l’attenzione del governo. Nessuno direbbe mai “Oh no forse non dovrei diventare troppo grande”. Perché un imprenditore che diventa talmente grande da attirare le attenzioni di Xi Jinping e del Partito, ha già vinto».

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