Estinzione letterariaPerché ci sono sempre meno animali nei romanzi

Secondo una ricerca, i riferimenti al mondo della natura sono sempre meno frequenti e precisi dal 1835. È un effetto dell’industrializzazione, ma rivela anche un cambiamento profondo di mentalità e consapevolezza

di Neil e Zulma Scott, da Unsplash

Ci sono sempre meno animali nei romanzi. È il risultato di una ricerca condotta dal German Centre for Intergrative Biodiversity Research di Lipsia che, ha passato in rassegna tutto l’archivio del Progetto Gutenberg in rete: sono 60mila testi scritti tra il 1705 e il 1969.

Nel corso di due secoli, hanno scoperto, l’impiego di figure animali e vegetali nei romanzi è diminuito nel tempo. Anzi, dal 1835 è proprio crollato: sono rimasti soltanto quelli addomesticati (cani, gatti e cavalli) e qualche predatore come orsi e leoni.

La svolta sarebbe avvenuta poco prima della seconda metà del XIX secolo, La ricerca, che ha passato al setaccio le opere da Goethe a Edith Nesbith ed è stata pubblicata su People and Nature, ha individuato anche l’anno preciso: il 1835. In quel periodo Charles Darwin era a bordo del Beagle, tra il Cile e le Galapagos, impegnato negli studi che avrebbero portato, 20 anni dopo, alla teoria dell’evoluzione. Sempre in Inghilterra nasceva la British Geological Survey. Insomma, le scienze naturali stavano diventando un affare per specialisti mentre scemava, tra lettori e scrittori, la familiarità con piante e animali.

Proprio in quel momento nei romanzi le terminologie diventano meno specifiche, le descrizioni si accontentano di tratti generici per cui “una quercia” rimane, sulla pagina, soltanto “un albero”. Per gli studiosi non è un passaggio da poco: sarebbe il segnale di una nuova mentalità, meno avvezza alle particolarità della natura e, tutto sommato, anche meno interessata. L’andamento è proseguito nei decenni successi, in parallelo con la sua scomparsa dal mondo reale. Dal 1970 il 60% è sparito il 60% della popolazione animale, mentre un milione di specie (animali e vegetali) è ora a rischio estinzione.

Secondo Christian Wirth, uno degli autori della ricerca, «La vera crisi della biodiversità sembra essere collegata a una crisi concettuale. Dall’inizio dell’epoca industriale le due crisi vanno in parallelo e, a nostro avviso, sono andate rafforzandosi a vicenda. Penso che per arginare il disastro occorra passare per un radicale cambiamento nella nostra consapevolezza».

Ma come? Secondo questo articolo del Guardian le librerie sono piene di volumi antropocentrici (e ci mancherebbe): nessun autore di romanzi considera forme di coscienza non umane, come quelle esplorate per esempio da Peter Godfrey-Smith in “Altre menti: il polpo, il mare e le origini profonde della coscienza”, o sulle forme di comunicazione degli alberi, spiegate da Peter Wohlleben in “Il linguaggio segreto degli alberi”.

Forse solo Elif Shafak ha tentato qualcosa del genere: “L’isola degli alberi scomparsi”, di quest’anno, usa come narratore un fico. Non è una rivoluzione, ma senza dubbio un passo in avanti.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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