Requiem for a glacierGli scienziati che fanno i funerali ai ghiacciai spazzati via dal climate change

Succede in Svizzera e in Islanda, dove alcuni ricercatori hanno stabilito che, se è troppo tardi per salvare le riserve di ghiaccio, ora bisogna quantomeno preservarne la memoria. Ecco come i cambiamenti climatici stanno cambiando le montagne

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Il riscaldamento globale è un killer implacabile. Esseri umani, animali e vegetali sono stati uccisi o rischiano di sparire a causa dell’aumento delle temperature e la liste delle vittime non finisce qui. A farne le spese (anche se troppo spesso dimenticati) ci sono i ghiacciai.

Uno studio condotto da ricercatori svizzeri ha evidenziato che la metà dei ghiacciai del paese, a prescindere dal possibile intervento umano, potrebbe scomparire entro il 2050. Per alcuni, però, è già troppo tardi. Nel 2019, ad esempio, è scomparso il ghiaccio Pfizol, situato nella Svizzera nord-orientale. L’aumento delle temperature ha portato alla perdita dell’ottanta per cento del suo volume in appena tredici anni e per ricordarlo è stato organizzato un funerale a cui hanno preso parte dozzine di persone, tra cui un cappellano, che lo hanno voluto ricordare con dei discorsi e con la deposizione di una ghirlanda.

Il geologo islandese Oddur Sigurðsson ritiene che sia importante registrare la storia dei ghiacciai per evitare di perderne la memoria. Per Sigurðsson è improbabile che i ghiacciai islandesi possano essere salvati, dato che l’unico modo per rallentare il processo sarebbe quello di ridurre le emissioni di gas serra e nei primi due decenni del Ventunesimo secolo alcune dozzine di essi sono già spariti.

Il ghiacciaio Ok era il più grande tra i 56 che si sono sciolti sino al 2017. Gli antropologi Cymene Howe e Dominic Boyer hanno organizzato un memoriale in suo onore, come mossa strategica per mettere in primo piano l’impatto del cambiamento climatico in Islanda e nel mondo. Più di cento persone hanno raggiunto il sito dell’(ormai ex) ghiacciaio per esprimere il proprio lutto e posizionare una targa commemorativa.

In Messico, nell’aprile del 2021, un gruppo di scienziati è salito sulla cima del vulcano spento Iztaccíhuatl per installare una targa in ricordo del defunto ghiacciaio Ayoloco. L’Iztaccíhuatl, che si trova a 65 chilometri da Città del Messico, è una meta alpinistica molto apprezzata dagli appassionati di alta quota ed ha ospitato, nel corso della sua storia, 18 ghiacciai poi scomparsi. I due rimasti, a cui fino al 2018 doveva aggiungersi l’Ayoloco, hanno sperimentato una riduzione nella loro estensione del 43 per cento in 30 anni.

Una delle principali conseguenze della scomparsa dei ghiacciai, come ricordato da Hugo Delgado Granados (uno degli scienziati presenti), è relativa alla riduzione di acqua disponibile sulla Terra e alla diminuzione delle precipitazioni in tutto il mondo.

Vaste inondazioni nei continenti, crescita del livello degli oceani, conseguenze preoccupanti per città e isole e aumento vorticoso dell’effetto serra. Questi sono solo alcuni degli effetti che possono derivare dallo scioglimento dei ghiacciai, la cui continua riduzione può rendere sempre più complessa la vita sulla Terra e, volendo parlare di una situazione che ci riguarda più da vicino, anche in Italia.

Le ricerche indicano che i ghiacciai italiani si sono ridotti del 30 per cento in 50 anni e lo scioglimento continua ad avvenire in maniera continua. Le regioni settentrionali, tra cui Alto Adige e Val d’Aosta, e quelle centro-meridionali ospitano ghiacciai importanti, vitali per garantire la buona resa dell’agricoltura, del traffico fluviale e la produzione di energia elettrica.

Il ghiacciaio più a sud d’Europa sorgeva sul Gran Sasso, in fondo a una conca di roccia chiamata Calderone e quello che ne resta (essendo stato declassato nel 2007) è stato oggetto di una lezione che ha visto la partecipazione di oltre 100 tra ricercatori, docenti e studenti universitari, che va a inserirsi nel solco dell’iniziativa Climbing for Climate. Il suo obiettivo è quello di coinvolgere l’opinione pubblica mediante la conoscenza dei territori e rendendola edotta dei temi inclusi nell’Agenda 2030, come la promozione del turismo sostenibile e l’inclusione economica di chi vive in aree periferiche.

Il Calderone – che era una rarità, dato che si trovava sotto il limite delle nevi perenni del Gran Sasso – è considerato un simbolo dei danni climatici, e le sue vicende sono una triste storia senza lieto fine.

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