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Uno sguardo al futuroLe nuove professioni dell’editoria, tra crisi e rinascite

Durante la pandemia in Italia il numero dei lettori è aumentato del 3%, grazie anche ai supporti digitali, ma questo non basta a decretare la fine di una crisi ormai decennale dell’editoria. L’editore Joshua Volpara racconta cosa sta cambiando in questo settore e come dobbiamo immaginarne il futuro

(Unsplash)

Per spiegare cosa faccia un editore e quindi comprendere tutta la complessità di un settore vivo, ma perennemente in crisi da anni, può tornare utile la felice definizione data da uno dei padri dell’editoria in Italia, Valentino Bompiani: «Mansione dell’editore è di fermare la parola in modo che sia pronta e accessibile. Vivrà e sopravvivrà la parola più valida e la scelta non è questione di soldi e di potenza».

L’editore non è né un autore, né un tipografo né tanto meno un libraio. Per parafrasare una battuta leggendaria attribuita ad Arnoldo Mondadori, l’editore è quello che fa tutto il resto. E tutto il resto, prima e dopo un libro, è mediazione, ascolto, esplorazione, sguardo al passato e tensione verso il futuro, un po’ come l’Angelus Novus di Paul Klee con cui Walter Benjamin spiegava la modernità. Un vento lo spinge in avanti, ma i suoi occhi non si staccano dalla storia, per preservare la sacralità di un oggetto, il libro per l’appunto, che esiste e resiste nella sua forma originaria da quasi seicento anni.

Oggi, di editoria, si parla poco, e non solo nel nostro Paese. Può essere utile allora capire cosa sta cambiando all’interno di questo mondo e cosa cambierà ancora domani, se e come la digitalizzazione sta influenzando il mercato e quali competenze sono indispensabili per riuscire a occuparsi di tutto questo meraviglioso “resto” che afferra le parole, dà loro forma e, infine, le libera. Ci aiuta in questo non semplice compito il talk di PHYD “Le nuove professioni dell’editoria”, in cui Nicola Comelli, content manager del progetto, intervista Joshua Volpara, amministratore delegato e co-fondatore della casa editrice Ayros che si occupa di business, lavoro e management.

Storia di una casa editrice nata dalla crisi
Ayros, che in protogreco antico significa “oro”, ma anche “ardere, risplendere”, nasce nel 2020 per volontà di Volpara e di Pietro Catania, esperto di sviluppo organizzativo. La scommessa è farsi carico di cercare l’ayros in un mondo stravolto dalla pandemia per fornire a imprenditori, manager e professionisti, che vogliono continuare a imparare e a conoscere, strumenti preziosi per riuscire a districarsi nelle trame complesse della nostra nuova realtà. Questi strumenti sono, appunto, i libri.

Nel Manifesto della casa editrice si legge: «Crediamo nella resistenza e nella centralità del libro, sintesi unica di prodotto e significato, come formato vincente per intraprendere viaggi di conoscenza profondi e capaci di generare impatto. Vogliamo al contempo “aprire” il libro, affinché i suoi contenuti possano essere recepiti, fatti propri, rigenerati nelle vostre conversazioni.»

Una follia o un progetto ben preciso fondare una nuova casa editrice in piena emergenza sanitaria, ignorando le difficoltà del settore, la frantumazione delle librerie, il processo di disintermediazione che se non ha reso completamente obsoleto il termine editoria lo ha di certo reso ubiquo? Per Volpara, è proprio in un’era di volatilità e incertezza che bisogna compiere azioni illuminate, accostarsi al cambiamento, nel tempo e nella forma, per poterlo in qualche modo dominare.

Il mondo del lavoro, in particolare, ha subito le trasformazioni più radicali, per questo alle imprese e ai loro dipendenti servono nuove coordinate e una conoscenza pratica.

«La pandemia, questo scossone tellurico, ha in qualche misura de-professionalizzato i temi legati al management, perché tutti quanti noi abbiamo iniziato a interrogarci su cosa sia e su come funzioni il lavoro ibrido. In Ayros, abbiamo ragionato sui formati, su come smontare e disseminare l’oggetto libro, preservandone però valore simbolico e potenza. Da qui l’idea di creare un oggetto aziendale leggero che ci permetta di sperimentare».

Costruire una casa editrice: quali skill
La tensione tra il vecchio e il nuovo emerge anche nel bagaglio di competenze necessarie per poter lavorare come editore. C’è, infatti, un saper fare che non cambia nel tempo e che riguarda il lavoro redazionale e di editing, e ci sono skill che oggi il mercato e un ecosistema sempre più digitalizzato richiedono, abilità “più hard”, tra tutte, la Data Analysis. Saper leggere i dati e le informazioni che emergono dai molteplici luoghi virtuali dove il libro viene disseminato è oggi indispensabile e, di certo, lo sarà ancora di più in futuro.

Ma per Volpara più di ogni altra cosa conta mantenere una visione olistica sul prodotto, qualunque sia il ruolo svolto all’interno della casa editrice. Il vero editore è colui che è perennemente in ascolto, che, grazie alla capacità di abbracciare la complessità del reale, è in grado di intercettare le conversazioni attorno a un libro o a un tema, di interagire con esse, di farsi voce.

Molto spesso gli editori tradizionali non sono la voce di quello che pubblicano. Ma se si vuole creare una comunità di riferimento, bisogna avere una voce. Magari è piccola, magari è sbagliata, ma bisogna prendere posizione e mostrarsi coraggiosi.

E la voce si costruisce diventando editori di se stessi, cercando il proprio ambito di interesse e di competenze, vivendo le comunità cui sentiamo di appartenere, fuori e dentro il web o le piattaforme social.

Il futuro del settore (e di Ayros)
Oggi sempre più editori scelgono di parlare a una nicchia ristretta, di lavorare su contenuti verticali per un’audience preparata e competente. Nel prossimo futuro, dunque, viene da chiedersi se l’editoria generalista non corra il rischio di estinzione. Volpara però è convinto del contrario e che la partita del generalismo non vada persa, non solo perché l’editoria è sempre stata «una faccenda generalista», ma perché ogni specialismo o verticalismo estremo è soggetto a rapida obsolescenza. Il compito dell’editoria non è parlare solo a pochi o parlare a tutti, è piuttosto quello di scavare in profondità per fornire agli utenti una visione di sintesi di quel «corpo a corpo con un pensiero o una storia complessa» che soltanto un libro, nei suoi vari formati, può portare avanti.

Anche se davanti a noi abbiamo un deserto – e questo nonostante la gente abbia timidamente ripreso a leggere negli ultimi 12 mesi – Joshua Volpara vede comunque un possibile futuro. «Vedo un futuro in cui il centro è il libro in quanto oggetto simbolico, ma questo è immerso e vive in un ecosistema più ampio. I contenuti devono viaggiare veloci per arrivare all’utente nei tempi e nei modi giusti».

Per  approfondire questi temi e vedere il talk, è sufficiente registrarsi sul sito Phyd.

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