Verso il votoUna Milano sociale che abbraccia la modernità. Parla Ada Lucia De Cesaris

L’ex vicesindaco dell’amministrazione Pisapia, oggi animatrice del progetto dei Riformisti al fianco di Beppe Sala, ci racconta questa campagna elettorale e il futuro dell’alleanza progressista che ha propiziato

Quello del 3 e 4 ottobre non è un normale voto amministrativo. La pandemia ha fermato attività e relazioni fondamentali per Milano, rendendo urgente una ripresa che non solo continui lo sviluppo del modello internazionale inaugurato dall’esperienza dell’Expo, ma intercetti subito le opportunità del Pnrr, La sfida è economica, civica e anche politica. Ada Lucia De Cesaris ha vissuto da vicesindaco il periodo importante di costruzione sociale di Milano nell’amministrazione Pisapia e ora è una delle  menti del nuovo progetto riformista che unisce Italia viva, Azione, +Europa, Alleanza civica.

Queste elezioni propongono molti più di un assetto amministrativo, L’impressione è che la dialettica politica attuale si ritrovi inadeguata a progettare la ripresa.
Mi faccia dire innanzitutto una cosa: la mancanza di un dibattito serio sulla città ha piuttosto svilito questa campagna elettorale. Evidentemente la responsabilità maggiore è del centrodestra che, mancando di rispetto a Milano, ha deciso  di individuare un candidato che si sta rivelando agli occhi di tutti non all’altezza del ruolo, in una una città così importante e complessa.

Non v’è dubbio quindi che qualcosa sia mancato nel dibattito e che questo non è un bene per Milano. Perché anche se penso che negli ultimi 10 anni la città sia stata ben governata, credo che la vera sfida per chi vuole attivare tutte le potenzialità di Milano sta nel discutere le diverse proposte, valutando anche le criticità: ciò non è stato fatto o non è stato fatto bene, si può migliorare. Si pensi appunto proprio alle difficoltà incontrate nel periodo più duro della pandemia.

C’è un lavoro di  “costruzione civica” che va avanti da tempo. I cinque anni trascorsi hanno dato un impulso di modernità e apertura, ma l‘amministrazione precedente – alla quale lei ha preso parte – si era concentrata molto sulla costruzione del tessuto sociale. Come fondere ora le due visioni?
I prossimi 5 anni sono strategici se si vuole veramente dare un contributo significativo per far volare la città e per farne un motore determinate a sostegno del futuro del paese. La forza di Milano sta anche nel diffuso senso civico, nella volontà di dare un contributo reale, ognuno partendo dalla propria competenza, mettendo a disposizione il proprio patrimonio professionale e culturale. Non cogliere questa opportunità oggi sarebbe un errore. È questa rete che ha consentito all’amministrazione di affrontare Expo al meglio e di diffonderne i ritorni in tutto il contesto cittadino e oltre. Il rischio di perdere questo supporto esiste, bisogna riattivarlo e non aver paura di far lavorare insieme pubblico e privato. Non si può costruire e gestire un serio progetto di welfare senza il terzo settore; allo stesso modo non si può immaginare il futuro del lavoro senza il coinvolgimento delle forze sociali e delle imprese, o la valorizzazione della città senza contemperare storia e sviluppo. Non si può continuare a pensare di gestire la cultura senza avviare un colloquio fattivo con chi di cultura e arte si occupa da sempre in modo straordinario, sostenendo i germogli (rubando dalla mia amica Shammah) di nuove idee e proposte che Milano è in grado di attivare.

Immagino una città al servizio dei cittadini, delle sue realtà commerciali, produttive e agricole, con una macchina amministrativa  in grado di accompagnare, aiutare a trovare le soluzioni migliori, condividere obiettivi di efficacia e di efficienza e perseguirli, con il contributo di tutti.

C’è un tema che viene utilizzato dalla propaganda politica di opposizione, ma ha una sua rilevanza oggettiva: le periferie. Da cosa deve passere un progetto che le metta più al passo con un centro sempre più metropolitano?
Finché continueremo a pensare alle periferie come un “problema” altro di cui ci dobbiamo occupare non lo risolveremo. Ogni parte della città deve rispondere a requisiti di qualità, di sostenibilità, deve godere di servizi e della possibilità di  utilizzare quella rete di offerte e occasioni che Milano mette a disposizione. È quindi arrivato il momento di intervenire dedicandoci a quei quartieri che non rispondono alle caratteristiche qualitative cui ho fatto cenno, lì va posta l’attenzione della parte pubblica, con investimenti ma anche con scelte innovative. Ad esempio è ora di mettere mano alla situazione dell’edilizia popolare, va fatto un progetto, che deve essere condiviso da tutti gli enti interessati, ma che se viene ostacolato da partigianerie politiche deve trovare la possibilità di essere realizzato altrimenti eventualmente ricorrendo al supporto nazionale. Non bisogna fermarsi di fronte ad alcuni temi che riguardano la qualità della vita delle persone: Milano deve osare, sperimentare, investire, deve avere coraggio di fare.

In questa campagna elettorale si è imposto un tema, quello dell’inclusione. È un concetto in realtà complesso. Serve più visione o progettualità concreta?
Milano è da sempre una città aperta e inclusiva, piccole fasce di una politica sbagliata e sguaiata hanno pensato di poter cambiare questa caratteristica , ma Milano – città aperta, europea, internazionale, che crede nei diritti e nella solidarietà – non lo ha permesso e non lo permetterà. Quello che serve è sostenere con azioni concrete questa capacità inclusiva: non aver paura di dire che ci sono diritti e doveri per tutti, lavorare sul diritto alla casa per chi ha meno possibilità, creare le strutture idonee per accogliere al meglio i giovani che vengono a studiare, accogliere chi arriva  da paesi  più poveri, in guerra o che non rispettano libertà e diritti, lavorando però al fine di garantirne l’inserimento, la continuità negli studi o inserendoli nel mondo del lavoro; riorganizzare e modernizzare il sistema dei servizi consentendo alle coppie di scegliere di diventare genitori, e alle donne di non dover sacrificare lavoro e carriera; eliminare le barriere architettoniche consentendo l’uso della città a tutti , senza discriminazioni. Tutto questo, è molto altro,  si può fare  se si lavora per organizzare una macchina amministrativa più efficiente e moderna e si mette a fattor comune quella rete di energie e esperienze di cui ho detto,  che può  dare un supporto e un  contributo straordinario.

La novità politica è il progetto riformista. Lei è una delle sue anime e si è impegnata a fondo per realizzarlo. Da tempo non si vedevano forze politiche diverse riunirsi rinunciando alle posizioni acquisite. Un progetto inevitabile?
È evidente che il bipolarismo non funziona più. Lo dimostra quello che sta succedendo nel centrodestra, confermato anche nella scelta dei candidati delle grandi città, ma anche il centrosinistra non sta meglio. A livello nazionale si sta dimostrando per la prima volta,  dopo un periodo buio, che è possibile che la politica torni a occuparsi degli interessi generali e della modernizzazione del paese, riconoscendo l’importanza della giustizia giusta, del ruolo del lavoro ma anche del fare impresa, la necessità di modernizzare la pubblica amministrazione dando ai cittadini i servizi e le risposte che meritano, rispettando il mercato e la concorrenza ma difendendo e sostenendo chi è in difficoltà, immaginando una politica di sviluppo che contemperi le necessarie esigenze di sostenibilità. Un nuovo modello che deve trasformarsi in un progetto politico riformista e liberale, che opera per il benessere di tutti , senza criminalizzare l’iniziativa privata ma in grado di occuparsi seriamente  allo stesso tempo di povertà, solidarietà, crescita, creazione di opportunità di lavoro, parità, scuola e cultura. Questo progetto deve attivarsi anche nelle città ed è questo che abbiamo inteso  costruire con il gruppo dei riformisti che oggi è presente come lista a sostegno del sindaco Sala.

I Riformisti siederanno nel “parlamento” cittadino. Con quale identità, anche rispetto alle altre forze con la quali hanno condiviso il cammino elettorale?
L‘obiettivo è dare un segno che rappresenti e identifichi questo nuovo progetto politico. Per questo abbiamo scelto di candidare persone competenti in grado di dare un contributo reale nelle scelte per la città. Mi riferisco ad esempio a Lisa Noja, avvocato e parlamentare di Italia viva, che ha messo a disposizione della città non solo la sua professionalità e le sue competenze, ma anche la volontà di costruire un ponte solido tra Milano e il governo romano, coscienti che bisogna comunicare e lavorare insieme. Penso a Giammaria Radice, che tanto può dare alla città nel comprendere l’essenzialità del ruolo della cultura. Tanti altri candidati sul territorio, nei municipi, ognuno portatore di capacità e merito, solo in questo modo si farà la differenza. Vogliamo costruire un progetto dove nella politica torni il rispetto dell’istituzione ma anche il rilievo della competenza e del merito. Uno non vale uno!

L’impegno riformista è sul futuro di Milano, ma c’è una visione che va oltre?
Dalle città, a Milano i riformisti e a Roma il gruppo che si è organizzato intorno alla candidatura di Calenda, può arrivare un forte sostegno a questo primo stimolo di buon governo che l’arrivo di Draghi ci sta dando e che non può non essere colto con una nuova proposta politica riformista.