L’asse Milano-RomaCom’è andato l’incontro tra Beppe Sala e Carlo Calenda a Milano

I due candidati sindaco, nel dibattito organizzato dalla lista I Riformisti in chiusura di campagna elettorale, sono entrambi politici improntati al pragmatismo e lontani dalle logiche di partito: è presto per immaginare un progetto comune, ma il segnale va colto

C’è. Che sia un progetto politico di lungo respiro o uno scatto in avanti che ha trovato in questo voto amministrativo il primo momento opportuno, per ora non è nemmeno in caso di chiederselo: ma quella del riformismo, dell’approccio pragmatico libero da recinti ideologici e propagande populiste, non è solo una stramba idea buona per qualche “pensatoio” illuminato.

L’incontro tra Beppe Sala e Carlo Calenda, organizzato da I Riformisti a Milano quasi in chiusura di campagna elettorale, ha reso evidente che non siamo di fronte a una nuova forza politica, ma nemmeno a un tecnicismo di recupero di forze residue in cerca del miglior acquirente, come qualcuno vorrebbe far credere.

All’indomani di un buffo spettacolo della vecchia politica impegnata a tirare per la giacchetta il leader di Azione, prima arruolato tra i gradimenti del presunto moderatismo leghista, poi marchiato d’infamità da un Pd in cerca di identità, non si è giocato ad alzare la posta e ad accendere al polemica, come molti avrebbero immaginato.

Eppure ce ne sarebbe stato motivo: Beppe Sala ha comunque il Partito democratico come suo principale sostenitore, e Carlo Calenda ha con i dem “in sospeso” uno strappo che l’ha portato fino a diventare il loro avversario per il Campidoglio.

«Siamo qui per parlare non delle cose da fare, ma di come» ha detto Calenda, spostando la retorica della campagna elettorale  dagli elenchi di intenzioni, dalle emergenze, al realismo dei metodi. «Tra chi mi sostiene ci sono evidenti differenze», ha appuntato Sala, «ma sta al candidato, e poi auspicabilmente al sindaco, garantire gli equilibri».

Abituati alla propaganda da asta dei proclami a chi offre di più, rischiamo di considerare queste parole deboli e vuote, ma non lo sono.

Calenda ha portato direttamente sul tavolo delle elezioni amministrative la formula del governo Draghi, vista come unica capace di trasformare l’emergenza in ripresa.

A Milano è di questo che vi è urgente bisogno: una ripresa immediata del sistema di relazioni tra cittadini e parti produttive e sociali. Gli obiettivi pratici – dal decoro urbano, all’inclusione, alla sicurezza, ai servizi – sono scoperte dell’acqua calda, mentre la vera questione è come pianificare, investire, costruire.

Sala ha presentato con una chiarezza che forse fino ad ora era mancata la figura del sindaco protagonista della visione del piano e garante degli sforzi comuni, che vanno nella stessa direzione. Ha rivendicato il peso politico di una figura non telecomandata dalle segreterie di partito, ma che tiene unite le forze che lo sostengono, ognuna con i sui caratteri genetici.

Insomma sembra esserci un filo diretto, tra Milano e Roma, ma talmente improntato al pragmatismo da non costruire nemmeno un mezzo recinto attorno a una prospettiva politica comune.

«Spero ci sia un dopo politico» – ha aggiunto Calenda – «ma non credo si possa parlare ora di un progetto. Beppe sta facendo un suo percorso con i Verdi europei, io spero che arrivi perché è un modo moderno di intendere la sfida ambientale, sarà un pezzo importante del prossimo panorama politico».

Ad altri gli arruolamenti, i marchi di fabbrica, i “di qua o di là”. A Milano e Roma qualcos’altro c’è.