Worst case scenarioLa Cina cerca lo scontro militare con gli Stati Uniti?

La storia del gigante asiatico insegna che Pechino risponde a ogni minaccia ai suoi interessi nazionali con la guerra, spesso attaccando per prima e senza preavviso. Come spiega un lungo articolo dell’Atlantic, tra Pechino e Washington ci sono già molte frizioni e il rischio di un conflitto non può essere escluso

AP / Lapresse

«Il popolo cinese non permetterà mai ad alcuna forza straniera di bullizzarci, chiunque tenterà di farlo, si romperà la testa sulla Grande Muraglia d’acciaio costruita con il sangue e la carne di 1,4 miliardi di cinesi». Lo scorso luglio Xi Jinping aveva fatto capire al mondo che la sua Cina non avrebbe permesso a nessuno di intralciare i suoi piani di espansione.

Quando gli alti funzionari del Pentagono avvertono che la Cina potrebbe iniziare un conflitto militare nello stretto di Taiwan o in altri punti caldi del Asia-Pacifico entro questo decennio, sembrano consapevoli delle possibilità e delle intenzioni di Pechino.

Xi Jinping vuole rendere la sua Cina egemone a livello regionale, ma non solo. Le prove di forza con Hong Kong, le frizioni con l’India, le minacce di aggressione alla stessa Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale, tutto fa pensare che la ricerca del primato in quel quadrante di mondo sia solo un primo passo, nelle intenzioni di Xi.

Il vero motivo di preoccupazione è la resistenza ai tentativi di opposizione da parte della Cina: Pechino potrebbe reagire con prove muscolari sempre più forti. L’avvertimento arriva dall’Atlantic, che in un lungo articolo firmato da Michael Beckley e Hal Brands ripercorre le abitudini militari della Cina per provare a leggere le sue mosse nell’immediato futuro.

«Storicamente, dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, a ogni minaccia verso i suoi interessi geopolitici, Pechino non aspetta di essere attaccata, ma spara per prima per ottenere il vantaggio della sorpresa», si legge nell’articolo.

È accaduto, ad esempio, nei conflitti con la Corea e con il Vietnam: la Cina ha spesso usato la forza come un esercizio educativo, magari anche accettando costi molto alti in termini economici e umani.

Questo dovrebbe far scattare gli allarmi dalle parti di Washington. Joe Biden ha già dichiarato che l’America «non sta cercando una nuova guerra fredda» con la Cina. Ma per Pechino gli Stati Uniti sono il principale avversario – soprattutto guardando al lungo periodo – e sotto certi aspetti è possibile pensare che una guerra fredda tra le due superpotenze sia già in atto, in un certo senso. Allora la domanda dovrebbe essere un’altra: l’America può evitare una guerra vera e propria con la Cina?

«Oggi Pechino sembra quasi aver voglia di impegnarsi in conflitti in più aree. E una volta iniziato, è probabile che ci sia una pericolosa escalation», avverte l’Atlantic.

Le offensive militari cinesi sono spesso una risposta a una sensazione di pericolo. Lo scrive ad esempio Thomas Christensen, direttore del China and the World Program alla Columbia University: «Il Partito Comunista Cinese sceglie la guerra quando percepisce una potenziale vulnerabilità del proprio territorio o nelle vicinanze, oppure ritiene che sia l’unica strada per consolidare il controllo su aree contese».

Gli esempi non mancano. Nel 1950 la Repubblica Popolare Cinese era nata da meno di un anno, era un Paese povero che usciva da decenni di guerra civile e dominazione giapponese. Ma non ha esitato a contrastare l’avanzata delle forze statunitensi in Corea: temevano che gli americani avrebbero potuto conquistare la Corea del Nord e usarla come base per attaccare la Cina.

Quell’intervento costò a Pechino quasi un milione di vittime, ma ancora oggi viene celebrato come una grande vittoria che ha scongiurato una minaccia esistenziale per la patria.

Nel 1962, l’esercito cinese attaccò le forze indiane. Il motivo? L’India aveva costruito avamposti nel territorio dell’Himalaya rivendicato dai cinesi, certo, ma la causa reale era che il Partito comunista temeva di essere circondato da indiani, americani e sovietici.

Pochi anni dopo, temendo che la Cina fosse la prossima sulla lista nera di Mosca, l’esercito cinese tese un’imboscata alle forze sovietiche lungo il fiume Ussuri e diede inizio a un conflitto “non dichiarato” di sette mesi. E poi è capitato ancora e ancora, nel corso degli anni.

«Ogni decisione che riguarda la guerra è complessa, incidono molti fattori: la politica interna e le personalità dei singoli leader sono due validi esempi. Eppure il modello di comportamento generale della Cina è coerente nel corso della storia: Pechino diventa violenta quando si trova di fronte alla prospettiva di perdere definitivamente il controllo del territorio. Tende ad attaccare un nemico per spaventare gli altri. E raramente lo fa con un preavviso», scrive l’Atlantic.

C’è stato un periodo in cui, per qualche anno, soprattutto intorno agli anni ‘90, la Cina ha cambiato registro, ha portato avanti i suoi interessi senza sparare un colpo, «nascondendo le sue capacità e aspettando il suo momento», per usare le parole di Deng Xiaoping.

Ma quei giorni sembrano già finiti. E l’economia è uno dei motivi principali. Dal 2007 al 2019, i tassi di crescita cinesi si sono dimezzati, la produttività è diminuita di oltre il 10% e il debito complessivo è aumentato di otto volte. Poi è arrivata la pandemia che ha ulteriormente rallentato la crescita e fatto precipitare le finanze di Pechino. Tutto questo in un Paese che invecchia a ritmi vertiginosi: solo dal 2020 al 2035 perderà 70 milioni di adulti in età lavorativa e si ritroverà con 130 milioni di anziani in più.

«A livello globale – scrive l’Atlantic – i sondaggi mostrano che la paura e la sfiducia nei confronti della Cina hanno raggiunto nuove vette dopo la guerra fredda. Tutto ciò solleva una domanda preoccupante: se Pechino dovesse vedere che le sue possibilità di espansione si stanno riducendo, potrebbe iniziare a ricorrere a metodi più violenti?».

La risposta sembra affermativa. La Cina si sta già muovendo in quella direzione: ha usato la sua flotta per minacciare i rivali più deboli nel Pacifico occidentale, e non è un caso che la Marina dell’Esercito di Liberazione del Popolo stia sfornando navi a un ritmo che non si vedeva dalla Seconda guerra mondiale.

Ma Pechino ha i mezzi e le motivazioni per andare ancora oltre. Il Partito Comunista Cinese ha speso 3 trilioni di dollari negli ultimi tre decenni per costruire il suo esercito. Pechino ha obiettivi territoriali ambiziosi e una cultura strategica che enfatizza il colpire per primo e colpire duro quando percepisce i pericoli che si accumulano. Insomma, le stesse dinamiche che hanno portato la Cina alla guerra in passato potrebbero portarla alla guerra, di nuovo, molto presto.

Gli Stati Uniti hanno la possibilità di fare da argine, certamente. Ma se dovesse esserci un conflitto, potrebbe essere necessario un massiccio uso della forza.

Per scongiurare un simile scenario, un potente riarmo e la predisposizione di ogni forma di risorsa militare in funzione di deterrenza potrebbe non essere sufficienti. O forse potrebbero peggiorare l’assunto e provocare un’escalation.

«Consolidare con calma piani multilaterali che coinvolgano Giappone, Australia e potenzialmente India e Gran Bretagna per rispondere all’aggressione cinese – è la conclusione dell’Atlantic – potrebbe far capire a Pechino quanto possa essere costoso un conflitto vero e proprio. Se Pechino capisce che non può vincere facilmente, o a buon mercato, potrebbe essere più cauta nell’iniziarne uno».

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