Un altro piccolo libro di Roberto Calasso: brevi testi sullo scrittore che ogni lettore europeo sa primo e decisivo interprete del Moderno: Charles Baudelaire. Possiamo dirli degli addenda al testo principale, “La Folie Baudelaire”, del 2008 – anzi, un buon viatico a “La Folie”, per chi non lo avesse letto e volesse farlo.
Calasso teneva a che i suoi libri venissero considerati parti di un unico libro, opera in divenire: è comprensibile, se si pensa alla sua idea fissa: la letteratura assoluta. Tuttavia di quel serpente di libri è possibile isolare con profitto i libri di più marcato taglio saggistico riferiti al Moderno («quell’età arcaica», la diceva) e ai suoi interpreti. Si può partire da “I quarantanove gradini”, che riunisce saggi e articoli scritti durante vent’anni, a partire da quel “Monologo fatale”, del 1969, postfazione all’“Ecce homo” di Nietzsche, che rivela il Calasso scrittore e notevole. (Si dovrebbe poi fare una sosta in “La letteratura e gli dèi” – sono le “Lezioni americane” di Calasso – e leggere perlomeno il fondamentale “Letteratura assoluta”, per intendere bene quel che regge il discorso di Calasso). A quel punto ci si può dedicare a un dittico di libri (escludo a ragione “K.”) che sono narrazioni felici e fedeli, “Il rosa Tiepolo” e “La Folie Baudelaire”: fedeli a quel “culto delle immagini” che era di Baudelaire e che in Calasso diventa “gioco delle immagini”, nell’accezione letteraria del termine.
Calasso ribadisce all’inizio di “La Folie” la peculiarità rara e preziosa di Baudelaire. «Baudelaire ha avuto come rari altri il dono dell’immediatezza [il corsivo è mio], la capacità di lasciar filtrare parole che subito scorrono nella circolazione mentale di chi le incontra e vi rimangono, talvolta allo stato latente, finché un giorno tornano a risuonare intatte, dolorose e incantate […]. C’è qualcosa in Baudelaire (come poi in Nietzsche) di così intimo [idem] da annidarsi in quella foresta che è la psiche di chiunque, senza più uscirne». Due parole: immediatezza e intimo; una indicazione di fratellanza spirituale: Nietzsche. È il Baudelaire di Calasso.
Immediatezza e intimità della prosa e la poesia corrispondono a due clausole che dobbiamo a Albert Thibaudet, primo e insuperato interprete di B. L’immediatezza è il fiore di quella alleanza tra prosa e poesia che sarà la rivoluzione del Moderno e che vede in Baudelaire il primo e il primitivo (poi saranno Arthur Rimbaud, René Char, Francis Ponge); l’intimità è il tono del poeta al tempo della metropoli, che recita da «un confessionale nelle tenebre», per dirla con Thibaudet. Ecco, qui è il primo punto: l’intima essenza cristiana di Baudelaire, su cui Calasso sorvola con noncuranza. A Nietzsche bisogna affiancare Kierkegaard, a contravveleno.
Il paradigma di Calasso è quello della letteratura come suprema analogia, esercizio di corrispondenza con il soprannaturale: è fatale e giusto che finisca a interpretare (in entrambe le accezioni) Baudelaire come ultimo discendente della “aurea catena” dei fedeli della visione misterica («La dottrina delle correspondances in Baudelaire, che tanto ha fatto penare gli esegeti, è l’evidenza stessa, il presupposto universale per chiunque accetti la visione misterica – quindi esoterica, ermetica, analogica – dell’esistenza»). Baudelaire appare così fatalmente «pronto a ibridare le antiche dottrine con esperimenti molto più recenti del pensiero. Poe fu per lui l’emblema di quella ibridazione». Risuona qui il discorrere degli «angeli ingangati» riuniti al tavolo “Le Grand Jeu”– insomma: Baudelaire secondo René Daumal.
(Sarebbe utile se non decisivo poter ricostruire la trama dei discorsi e gli scambi tra Roberto Calasso e Claudio Rugafiori, fratello “mutante” e novello Bobi Bazlen, e così assenza risonante).
“Ciò che si trova solo in Baudelaire” è diviso in tre parti: sono tre addenda a “La Folie” con clausole che ritornano. “Il diritto di andarsene” (una espressione di B.) rimette in mostra alcuni temi nodali e ricorrenti; “Analecta Baudelairiana” non offre molto, se non la suggestione di un confronto a tre Baudelaire-Poe-Füssli, con il pittore letto al solito come portatore di immagini; “Ritorno al bordello-museo” – il più urgente per Calasso: si sente – torna sul tema di uno dei capitoli più rappresentativi di “La Folie”. Si potrebbe dire che “Il sogno del bordello-museo” è un modello.
Il sogno è trascritto in una lettera di Baudelaire a Charles Asselineau, l’amico fedele che avrà cura delle sue carte nonché «complice di B. nei sogni». Nel sogno B. raggiunge in carrozza un bordello per consegnare alla maîtresse una copia delle “Histoires extraordinaires” di Poe da lui tradotte e con una sua introduzione. È importante il fatto che B. senta il dovere di far dono di quella che era una delle prime tre copie del libro a lui caro. (Le altre due copie erano una per la madre e l’altra depositata presso il notaio-tutore-oppressore). Una volta entrato si accorge di essere indecente, per due ragioni che non anticipo al lettore. Prosegue e scopre che il bordello si dirama in un numero di gallerie comunicanti alle cui pareti sono esposti vari disegni di ogni specie («Non tutti sono osceni»), incorniciati. Un museo molto singolare, tra arte e scienza. C’è anche «un mostro nato nella casa», che sta su un piedistallo. Sono gli elementi di una rappresentazione – e fanno un racconto che Calasso dice «stupefacente», («Forse il più audace dell’Ottocento»). Ora, qual è il motivo di un giudizio tanto – quello sì – audace? Il fatto che per Calasso la rappresentazione è rivelatrice, una immagine: «la chimera del bordello-museo». Dalla immagine sortisce una memorabile narrazione saggistica.
Il bordello-museo è un ibrido mostruoso, luogo di piacere e «luogo dedicato alla scienza della salute», finanziato da un giornale che si caratterizza per la sua «mania del progresso delle scienze, della diffusione dei lumi» (è Baudelaire qui che parla), per Calasso l’inizio (il culmine?) dell’inganno: «Siamo all’aurora della bêtise – e per la prima volta uno scrittore sente il bisogno di vederla concentrarsi in un luogo, come un giorno avverrà per Karl Kraus a Vienna con la Neue Freie Presse […]. Mentre l’epoca della bêtise sarebbe stata celebrata nelle vicissitudini di Bouvard e Pécuchet». Fin qui tutto secondo l’acutezza di sguardo di Baudelaire e del Calasso interprete, pronto a cogliere l’invito di B. e a portare il discorso fino alla sua Vienna. Non è finita – con Baudelaire non è mai finita. B. torna alla figura (sorry, Calasso) del bordello-museo, e il salto di qualità del discorso è folgorante: «Allora rifletto che la stupidità e l’insipienza moderna hanno una loro utilità misteriosa, e che spesso, per opera di una meccanica spirituale [idem], ciò che è stato fatto per il male si volge in bene». Calasso si ferma, rimarca il cambio di tono e lascia cadere il nome di Joseph de Maistre; ma non ci sta, cerca ancora: arriva a dire che il «passaggio all’immagine potrebbe essere qualcosa che si “volge in bene”». Infine non può che fermarsi: «Il sogno lascia tutti gli interrogativi irrisolti. E non sono dubbi da poco, perché equivalgono a un’incertezza sull’operare della Provvidenza». Con uno scarto degno dell’agonista Calasso: «Rimane ferma, però, nel sognatore, la convinzione di aver avuto una visione giusta». Vale anche per lui, è chiaro.
Non poteva che esserci un ritorno, al bordello-museo e all’interrogativo principale: “Ritorno al bordello-museo”. (È la fedeltà ai luoghi che fa lo scrittore notevole; è dalla qualità dei luoghi e dell’abitare quei luoghi che intendi la sua passione e il respiro). Calasso ci gira un po’ intorno e poi eccolo puntuale all’appuntamento: «Occorre osservare da vicino, con la lente, il passaggio decisivo, la trasvalutazione, la metánoia del ragionamento onirico di Baudelaire» – e ri-trascrive la frase: «Allora rifletto che la stupidità ecc.». La dice «affine al modo di manifestarsi di certe oscure categorie come la “reversibilità” di Joseph de Maistre». Ripete quasi a se stesso il pensiero di B.: «C’è una “meccanica spirituale” che governa il tutto, al di sopra e all’insaputa di coloro che credono di agire». Il bordello-museo, «una commistione inaudita», è frutto, come le altre ben più inaudite che ci circondano oggi, di quella meccanica spirituale. Baudelaire finisce per guardarla «con reverenza», scrive il battagliero interprete Calasso – e lui altrettanto, di sbieco.
Roberto Calasso mancherà, alla cultura italiana. Ultimo rappresentante del letterato indipendente capace di affermare la totalità della figura: lettore, editore, scrittore. Prima di tutto, grande lettore: da lì tutto parte. Editore (o editor): il naturale sbocco del lettore di qualità e il gioco più difficile e gioioso, come sa chi l’ha praticato. Scrittore: un lavoro di fedeltà, al lettore che c’è in ogni scrittore degno di tale nome. Lo scrittore fedele al sogno e ai libri porta doni – sono doni bizzarri, ci interrogano. Baudelaire l’ha fatto per tutta la vita: fedeltà è leggerlo, leggerlo, nel caso scrivere. Scrive Calasso della visione del bordello-museo: «E ce la consegna come un dono, allo stesso modo in cui era venuto a offrire una copia del suo libro alla maîtresse della casa. Quel dono, quegli interrogativi ci accompagnano ancora, in ogni momento e in ogni angolo del mondo». Eccola, la fedeltà.
Roberto Calasso, “Ciò che si trova solo in Baudelaire”, Adelphi, 2021, 137 pagine, 14 euro
