Far temere è potereLa paura è la vera chiave per capire i nuovi equilibri della geopolitica

Nel suo ultimo libro pubblicato da Egea, il professor Manlio Graziano analizza il declino relativo dei Paesi di vecchia industrializzazione e le sue conseguenze in termini sociali ed economici. Il problema è che l’inquietudine viene sfruttata da politici senza visione per facili incassi elettorali, senza risolvere mai i problemi che la causano

di Simone Busatto, da Unsplash

C’è un sentimento che prevale nella confusione di questi tempi. Determina decisione politiche, favorisce alcuni partiti anziché altri e influisce a definire i nuovi contorni geopolitici globali. È la paura: l’emozione che accompagna il declino relativo dei Paesi di vecchia industrializzazione (compreso il Giappone), alle prese con uno shift of power globale che obbliga a riconsiderare ambizioni, progetti e identità.

È la chiave di “Geopolitica della paura. Come l’ansia sociale orienta le scelte politiche” di Manlio Graziano, pubblicato da Egea editore. Secondo il professore, che insegna geopolitica e geopolitica delle religioni alla Paris School of International Affairs di Sciences Po e all’Università della Sorbona, proprio la paura è la più importante delle ripercussioni psicologiche dello slittamento dell’asse geopolitico mondiale: l’economia dell’Occidente è in fase di rallentamento da ormai 40 anni, l’età media delle società è sempre più alta e l’ordine delle cose sta cambiando in modo inesorabile. Il risultato è un’inquietudine diffusa, che attraversa le popolazioni e orienta le risposte della politica. E allora, in un’epoca di soluzioni improvvisate e umorali, serve prima di tutto una buona analisi.

«Ci sono analisti che vorrebbero essere anche suggeritori della politica», spiega il professore a Linkiesta. «Sperano cioè di influire sugli eventi. Io preferisco fermarmi prima. Come spiego nel mio libro, tra geopolitica – di cui mi occupo – e politica c’è la stessa differenza che si trova tra matematica e ingegneria. Alla prima toccano i calcoli e le analisi, alla seconda l’azione. Io non ho ricette. Al massimo posso formulare alcune ipotesi».

Che il mondo si trovi in uno stato di disarray (disordine, ndr), come diceva prima ancora dello scoppio della pandemia Richard Haass, presidente del Council of Foreign Relations, è ormai evidente: l’ordine nato con Yalta si è esaurito da decenni, la supremazia americana è in fase discendente e i tentativi di restaurarla (riferiti anche negli slogan a un passato già idealizzato) sembrano poco efficaci. Nel frattempo emergono nuove potenze e la maturità delle società occidentali/avanzate è diventata senescenza.

La paura prevale, insieme al bisogno di essere protetti: prima dalla globalizzazione, che avrebbe bloccato salari e cancellato posti di lavoro, poi dal terrorismo e dall’Islam in generale, poi ancora dalla pandemia. Si è delineato, anche in seguito alla crisi economica del 2008, una confusa opposizione popolo-élite (su cui hanno prosperato alcuni partiti) che è sfociata anche in scontri violenti, come è avvenuto in Francia con i gilet jaunes.

La verità è che, di fronte a una macrotendenza ben precisa, la politica di piccolo cabotaggio ha le armi spuntate. Soprattutto se nel mercato dei partiti c’è chi preferisce assecondare ansie e timori, facendo incetta di voti e vincendo le elezioni con un programma che per forza di cose non può risolvere i problemi. «Secondo alcuni dei miei studenti l’analisi che faccio è pessimista. Ma non direi. Siamo in una fase di transizione storica, più o meno come sono tutte le fasi della storia, solo che questa è più marcata di altre a causa dello shift of power – preferisco la formulazione inglese perché è più esatta. I disordini, in periodi come questo, ci sono sempre. Per orientarsi serve però capire dove ci si trova e cosa sta succedendo davvero. Più ci si illude che certe cose possano essere evitate, più si finisce ostaggio della paura». Sia chiaro, «avere nostalgia è normalissimo. Ma guardare in faccia alla realtà è un vantaggio: ci fa capire quello che si può fare e quello che non si può fare». Piangere sul passato non serve, come non serve evocarlo in slogan di facile presa.

Un esempio da manuale riguarda l’immigrazione. La sua percezione è, in generale, negativa. Si cerca di limitarla o in certi casi di impedirla. Eppure, per una società sempre più anziana e che fa pochissimi figli, il contributo degli immigrati è fondamentale, «anche se ancora insufficiente». Anziché opporsi agli ingressi si dovrebbe piuttosto affrontare il problema dal punto di vista demografico, «di cui si parla poco e che invece è essenziale». Le società occidentali, più ricche, vanno verso l’estinzione e non si fa niente per impedirlo.

«È vero che l’arrivo di stranieri è sempre problematico e non si può negare il suo impatto sociale: è uno sfasamento rispetto alle abitudini, sia degli individui che della società». Detto questo, però, occorre considerare la gravità della situazione presente. «E non basta dire che gli immigrati sono necessari per la sopravvivenza della società. Occorre agire con un’operazione di contropedale. Serve affrontare il tema in modo strategico».

Cosa significa? «Faccio un esempio: il caso delle ultime elezioni tedesche. Come si è notato, il tema degli stranieri è stato pressoché assente dal dibattito dei partiti. Le ragioni sono diverse, ma ha influito senza dubbio la presa di coscienza che, a sei anni dell’apertura voluta da Angela Merkel [il famoso “Wir schaffen das”] i problemi sono stati ampiamente oscurati dai vantaggi. Questo ha fatto cambiare la percezione generale dei tedeschi e, al tempo stesso, quella dei loro politici». Allora perché in Francia, in Inghilterra o in Italia l’immigrazione è ancora un tema caldo?

«Serve cambiare la narrazione, con un’operazione dall’alto. In Giappone per anni hanno resistito all’apertura agli stranieri, ma ormai si sono resi conto che non ci sono altre soluzioni. È un problema di sopravvivenza del Paese. È questo che è in gioco. Credo che se tutti i soldi spesi dall’Unione Europea – che sono impossibili da conteggiare – per tenere fuori gli stranieri fossero stati impiegati per organizzare la loro integrazione le cose ora sarebbero diverse. Il Next Generation Ue sarebbe stata un’occasione: del resto i sentimenti europei cambiano anche a seconda di quanti soldi arrivano».

In ogni caso, «anche le politiche per la natalità vanno rafforzate. Anche se, si è visto, non danno i risultati sperati, soprattutto in una società ricca e matura: più cresce lo sviluppo, più diminuisce il numero dei figli, lo si vede in tutto il mondo». Il problema, in questo caso, «riguarda l’idea di famiglia, rimasta ancorata a un modello valido 100 anni fa, adatto a un ambiente contadino. Ora è tutto diverso, le donne lavorano, sono inserite a pieno titolo nella società, fanno figli più tardi, hanno aspettative e ambizioni al pari degli uomini. È un aggiornamento sociale cui non è seguito un aggiornamento culturale».

Se in passato «il divorzio equivaleva alla bancarotta del nucleo», adesso è una realtà comunissima. «In Francia sono tanti, come tante sono le coppie che scelgono di non sposarsi». Il mondo cambia, ma le idee di una volta restano sospese nell’aria: quasi come una nebbia, offuscano la vista delle cose.

Eppure, in questo momento di contraddizioni, si parla anche di coppie che decidono di non fare figli per scelta in nome della lotta al cambiamento climatico. «Credo che la società che decida di non riprodursi per non influire sul clima stia soltanto scegliendo tra due suicidi: uno più veloce e uno più lento». Perché, tra le grandi paure degli ultimi anni, quella del cambiamento climatico è fortissima ed è emersa in modo deciso negli ultimi anni. «Il riscaldamento globale è un fatto, non si può negare». Però, «è evidente che viene trattato attraverso un filtro politico. Dico che, a fronte di un fatto reale, questa accelerazione della drammatizzazione del problema è sospetta».

«Per anni si è discusso se emettessero più CO2 le vacche o le industrie; oggi le vacche sono state assolte quasi unanimemente»; eppure «nella fase di blocco mondiale della produzione causata dalla pandemia non si sono registrate diminuzioni significative delle emissioni di CO2, anche se è vero che conta l’accumulo di quanto emesso in passato. Va ricordato che prima di questa serie di campagne, le ragioni delle variazioni delle microfasi climatiche erano misteriose anche agli occhi degli specialisti.

A metà del XIV secolo è avvenuta una microglaciazione che, forse, ha determinato lo scoppio della pestilenza, e nessuno sa di preciso da cosa sia stata causata. Si è assistito a un raffreddamento globale fino a metà del XIX secolo, da quando è cominciata une fase di riscaldamento, che però ha conosciuto alti e bassi. Negli anni ’70 gli studiosi del clima erano preoccupati dal rischio di una nuova glaciazione. Ora, a distanza di 50 anni, si è preoccupati dell’opposto».

Ma «siccome non sono uno specialista del clima, direi: “chi sono io per giudicare?”»; sul fronte politico, invece, «il discorso è chiaro e lineare. Queste campagne sono nate in Europa e in linea di mira ci sono sempre stati i due maggiori inquinatori del pianeta, la Cina e gli Stati Uniti, competitori dell’Europa. Ci sono investimenti colossali in gioco, con le varie lobby dell’energia schierate le une contro le altre; anche gli ecologisti dovrebbero essere perplessi, perché il nucleare, che produce scarsissime emissioni di CO2, viene oggi riproposto come una delle soluzioni. Ecco, io noto questi elementi, vedo in gioco moltissimi interessi, e tutto ciò mette in prospettiva la narrazione principale, soprattutto quella più catastrofista».

E se allora tutto si gioca in questa competizione globale, tra Paesi e tra modelli, uno degli elementi più evidenti di questa fase è la crisi della democrazia. Siamo arrivati al suo esaurimento? «Anche qui, è un problema di prospettiva. La democrazia è, prima di tutto, una forma di organizzazione del potere. Quella nata nel ’700 negli Stati Uniti aveva il principio del “no taxation without representation”. Per i padri fondatori americani serviva un campo dove potessero essere confrontati i diversi interessi della società per trovare quello comune. Il tutto in una società in cui quasi tutti erano portatori di interessi: o come artigiani e commercianti o contadini. Con il tempo quella democrazia proprietaria si è svuotata, la ricchezza è stata concentrata in un numero sempre minore di persone ed è cresciuto il numero dei salariati. La società è cambiata ma è rimasto il guscio di quella struttura, quello secondo cui tutti possono ancora votare e decidere».

Se non si ha presente questo sviluppo storico, continua, «una delle conseguenze sono le geremiadi sui poteri forti, o sugli interessi che orientano la democrazia. Che però viene costruita proprio per questo, cioè per conciliarli. L’assenza di riflessioni sul punto ha generato alla lunga una contrapposizione tra portatori di interessi e partigiani della democrazia diretta», i cui riflessi sono ben noti, soprattutto in Italia. In questo scontro di retoriche «la figura del politico ne è uscita malissimo. Tanto che si sono candidate persone che hanno fatto un vanto del non essere politici, da Silvio Berlusconi a Donald Trump, fino al Movimento Cinque Stelle. Invece, prendere decisioni implica avere consapevolezza di ciò che si fa, vuol dire conoscere le cose di cui ci si occupa. Per questo la politica dovrebbe essere fatta da professionisti».

Radunando insieme questi argomenti, «alcuni abbastanza tabù nel discorso politico di oggi» forse una strada per uscire dalla crisi si trova. L’analisi c’è. Serve trovare chi riesce a trasformarla in azione. Tenga presente però che la realtà comanda sempre e che, paura o non paura, alle tendenze della geopolitica non si può sfuggire».