Sesso, memoria, cittàIl dialogo sulla letteratura tra Piperno e Terranova a Linkiesta Festival

La scrittrice siciliana racconta come nascono i numeri di K, la rivista letteraria del nostro giornale. Mentre Alessandro Piperno racconta del suo particolare rapporto con Roma

Gaia Menchicchi

K è la rivista letteraria de Linkiesta, curata da Nadia Terranova. Dopo aver parlato del sesso e della memoria, il terzo numero (si può ordinare qui) si occupa del tema della città, affidata alla creatività e all’immaginazione degli scrittori (Chiara Barzini, Giacomo Papi, Emanuele Trevi e tanti altri), che hanno scritto per la rivista alcuni racconti originali. 

Durante Linkiesta Festival, Terranova ha spiegato che si dà due regole per scegliere gli scrittori: deve aver già letto qualcosa prima e deve avere la certezza che non ci sarà bisogno di intervenire sui testi. Ma come nasce un numero di K? «Io, Giusy Migliaccio e il direttore Christian Rocca scegliamo una parola, dando solo questa come indicazioni agli scrittori che sono tanti e diversi tra loro per età, appartenenza geografica e stile. Un aspetto a cui tengo molto. Mi piace l’idea che il lettore di Dacia Maraini trovi Jonathan Bazzi. Ho sempre amato le antologie di racconti: voglio immergermi nelle pagine in cui passo da un universo letterario a un altro. La rivista di racconti è un modo per far sapere al lettore che si può fare letteratura in tanti modi. Ospitare varietà vuol dire fare una istantanea del panorama italiano. Questo è quello che proviamo a fare».

Terranova spiega di aver scelto proprio la parola città perché si è desemantizzata. «Negli ultimi due anni abbiamo visto le città svuotarsi, riempirsi ed essere abitate in modo diverso. E gli scrittori di K hanno scelto città inventate, di arrivo, di partenza». Perché due numeri l’anno? Per due motivi: il primo è che per fare le cose bene, soprattutto dal punto di vista grafico, ci vuole tempo. Il secondo è legato alla benevola ingenuità degli scrittori: «So che incastrare un buon racconto tra i romanzi, la vita e le cose da fare è difficilissimo. Si tende a procrastinare, alla fine e di fretta. Contattando sei mesi prima gli scrittori è più facile convincerli perché si illudono di avere un raggio più ampio. Anche se alla fine si limiteranno a scrivere all’ultimo minuto, consegnando due giorni dopo la scadenza», spiega Terranova. 

Qual è la differenza tra la scrittura di un racconto e quella di un romanzo? Dipende dalla maturità degli autori? «Non credo che il racconto sia la palestra del romanzo, né che serva una certa maturità per scriverlo. Più che altro è un fatto di temperatura. il racconto non posso tenermelo nel computer perché ho l’impressione che possa esplodere il Pc. Un racconto lo si può covare per anni, ma una volta che inizio a scrivere il racconto deve essere chiuso in un paio di giorni», spiega Terranova. «Il romanzo è diverso: è come una valigia. Inizi mettendoci dei vestiti e parti per un viaggio lungo. Ma poi le cose che hai portato non vanno più bene perché il viaggio è davvero lungo e non sai davvero cosa incontri. Alcune volte nei romanzi metto i souvenir che trovo per strada, la vita va avanti e succede che scivolino dentro il romanzo cose incontrate nel percorso. Il romanzo esplode alla fine. Sono molto lenta all’inizio, posso starci anche due anni nelle prime 30 pagine e finire le ultime 100 in due giorni».

Sul palco del Teatro Parenti ci sono anche due persone che hanno contribuito al terzo numero di K: la giornalista Simonetta Sciandivasci che ha realizzato una “intervista larga” allo scrittore Alessandro Piperno. Ma perché il premio Strega 2012 non ha partecipato con un suo racconto in K? «Non sono uno scrittore di racconti. Ci sono dei geni dell’umanità bravi sia in romanzi che in racconti, come Tolstoj e Kafka oppure geni come John Cheever, grandissimo scrittore di racconti con romanzi più deboli».

Secondo Piperno se lavori molto sui personaggi il racconto non ti dà respiro. Quello che conta è l’emozione:«A me che piace lavorare su più strati non ho quella intensità. Ogni volta che mi chiedono di scrivere racconti non riesco mai a trovare un focus perché ho i tempi più lunghi». Vale lo stesso per gli interventi sui giornali? «Detesto la categoria dello scrittore pensoso. Il nostro mestiere ha più a che fare con la capacità di lavorare con la forma. Se dovessi davvero scrivere sui giornali quello che penso di alcuni temi legati alla cronaca nera o al conflitto israelo-palestinese non mi pubblicherebbero. Mi pubblicherebbero solo se dicessi cose che loro si aspettano io pensi».

Il motivo principale per cui l’intervista larga a Piperno è stata inserita nel terzo volume di K è legata al rapporto così stretto tra lo scrittore e la sua città: Roma. «La cosa bella di Roma è il suo fatalismo. Il giudizio viene costantemente interrotto, rimane sempre tra parentesi, la causticità e l’ironia prendono il posto del giudizio anche per un misto di indolenza e snobismo. In questo senso mi identifico molto nella città. Non so se questo libro (Di chi è la colpa, Mondadori, ndr) poteva essere scritto altrove. Sicuramente è una storia straordinariamente romana nelle sue dinamiche sociali, nelle sue forti stratificazioni. A Roma ogni singolo quartiere ha il suo idioma, un suo modo diverso di concepire la vita, da una via all’altra». 

Spesso però una città può diventare uno stereotipo. Come spiega Simonetta Sciandivasci alcune luoghi soffrono dell’eredità di romanzi e film che raccontano solo alcuni aspetti, come la «dolente bellezza» della sua Matera imprigionata tra il racconto di Carlo Levi (Cristo si è fermato a Eboli) e il film di Pier Paolo Pasolini sulla passione di Cristo. Secondo Terranova il bello dei racconti di K è che gli scrittori possono reinventare le città, offrendo una visione differente. Dalla Roma di Matteo Trevisani alla Praga di Emanuele Trevi. «Un aspetto interessante è che ho ambientato i due romanzi sullo stretto di Messina, nella mia città natale, mentre i miei racconti sono tutti ambientati a Roma, la città in cui vivo».

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