La civiltà greca a MilanoAlberto Savinio è la grande occasione mancata della letteratura italiana

Tra il 1943 e il 1944, lo scrittore nato ad Atene pubblicò tre libri fondamentali per Bompiani, nella sua prosa splendida e fresca e celebrando un impegno che non mortifica. Purtroppo sarà Alberto Moravia, dallo stile opposto e pesante, a dettare il canone della narrativa del periodo e degli anni successivi. Per chi ama il bello scrivere è tempo di recuperare

di Jason Leung, da Unsplash

Non ho resistito (è colpa di Sciascia): ho riletto per filo e per segno “Ascolto il tuo cuore, città”, capolavoro di Alberto Savinio: il gran libro con Milano in scena, nel Novecento. (Finora mi limitavo a rileggere le parti memorabili – non sono poche – per rifarmi l’orecchio). È stata una conferma, doppia. La prima era scontata, pure la rilettura di seguito è di rinforzo: la prosa di Savinio è pura grazia e splendore del movimento; la seconda è ancor più netta d’allora: Savinio è un’occasione persa della letteratura italiana, e non l’ultima. Ora è tempo di ribadirlo e di rimediare.

(Per chiarezza: Adelphi ha fatto un gran lavoro, su Savinio, ripubblicando i libri editi e alcuni inediti, fino al coronamento dei tre volumi delle Opere nella collana La nave Argo, curati da Alessandro Tinterri e Paola Italia: sono oggetto del desiderio di tutti i lettori di Savinio e i felici pochi amanti della bella letteratura).

Savinio pubblica tre libri fondamentali tra il 1943 e il 1944, per Valentino Bompiani: “Casa «la Vita»”, “Narrate, uomini, la vostra storia” e “Ascolto il tuo cuore, città”. (Bompiani aveva allora e avrebbe avuto almeno fino alla metà degli anni Cinquanta il miglior catalogo letterario italiano). L’editore milanese vedeva in Savinio non solo uno scrittore notevole, pure un indirizzo per la narrativa italiana che si voleva nuova (c’è uno scambio di lettere tra Bompiani e Savinio che dice tutto e vale ancora oggi – ma andiamo con ordine: prima il contesto, poi l’approfondimento).

Nel catalogo Bompiani nel 1941 era entrato e figurava in evidenza di primattore Alberto Moravia, che con “Agostino” (1943), “La romana” (1947), “Il conformista” (1951) avrebbe fissato il canone della narrativa italiana trovando conferma nel plauso di critica e pubblico. Ora, la poetica e la prosa di Moravia sono quanto di più distante da quelle di Savinio: la inesorabile masticazione narrativa che fa la pesanteur e la malagrazia di Moravia (ah, la implacabile e temibile mascella letteraria di Moravia!) andavano a combinarsi con una petulanza intellettuale che a Roma avrebbe fatto scuola e proseliti, e perdura. (Unico valore è una certa consistenza della frase, che rimane). La repubblica delle lettere e il triumvirato del cinema romano avevano il perfetto alfiere della allora Italia delle due Chiese – e capitoline entrambe.

Là dove Moravia è romano e capitolino, Savinio è cosmopolita e europeo; lì dove Moravia fonda e affonda in un realismo che poteva essere sol-tanto romano, in virtù di crudezza e di affettazione, Savinio offre il destro di una prosa conversevole e luminosa di Memoria, la memoria profonda, esercizio di ésprit de finesse e amabile scuola del conversare (in “Ascolto il tuo cuore, città”, che passeggi o osservi, spesso se non sempre è in compagnia di un amico): non a caso compagno e mentore in spirito e suggestioni è Stendhal. Si torna sempre lì, a S.

Erano gli anni fondamentali, in cui si decideva la direzione della letteratura italiana. In una lettera a Bompiani del dicembre 1942, Savinio offre una perfetta radiografia: «Il suo [è Vitaliano Brancati, ma vale oltre] atteggiamento contro ogni sforzo di pensiero come pericolo di squilibrio e anche di stupidità e a favore della saggezza, o meglio del buonsenso e dunque la sua difesa del realismo contro ogni metafisica è noto. È purtroppo l’atteggiamento più caratteristicamente e radicalmente italiano e quello che ha impedito e impedisce alla nostra letteratura i grandi voli e di diventare interessante». Perfetto – e vale più che mai, in tempi di “pura narratività”.

Bompiani risponde a stretto giro: «Le tue considerazioni su Brancati, e, in genere sugli scrittori italiani sono, purtroppo, giuste. Dico purtroppo perché da quando capisco qualche cosa e da quando faccio l’editore mi tormento per la paura delle idee [il corsivo è mio] nella letteratura italiana (…) Io spero molto nel tuo esempio. Dopo di te verranno, vedrai, dei brutti libri alla Savinio, ma l’esempio sarà stato dato. Nel portare i tuoi libri al successo, c’è anche in me la speranza di invogliare gli altri a seguirti». Non sarà così – un’occasione persa.

(Valentino Bompiani nel 1947 inizierà a pubblicare l’ultimo grande letterato europeo, Albert Camus: saggista, narratore, drammaturgo: uno scrittore completo, esempio di letterato tout court: lo scrittore che l’Italia non aveva).

Leggere e rileggere oggi “Ascolto il tuo cuore, città”, è balsamo all’orecchio e stimolo all’animo: indica ancora una direzione di lavoro possibile, e necessaria al letterato che non voglia rinunciare al diletto della forma. È questo del diletto, l’unico impegno che non mortifica. (Stendhal, Manzoni, Savinio, Sciascia – sono scrittori impegnati). È stile, e così sostanza: forma – è qualcosa che va oltre il gusto. Savinio è esempio lampante: si legge e si apprezza al di là del gusto Novecento – la corrente artistica – che pur variegato d’ironia, stinge nei giudizi in pittura e architettura. (Devo dirlo: tanto apprezzo il Savinio letterato e scrittore, tanto trovo solo illustratore il Savinio pittore, così come il più celebre fratello, Giorgio De Chirico. Non tengo in gran conto la pittura letteraria: è illustrazione, per l’appunto: la pittura ha da esser pittura, punto. I grandi pittori di quegli anni sono Morandi e Sironi). Il fatto che le differenze di gusto non impediscano l’evidenza della qualità letteraria dice molto, se non tutto. La prosa di Savinio è viva e fresca di splendore, e oggi.

“Ascolto il tuo cuore, città” ha un prologo a Venezia e terraferma, dove già compare il gran milanese Poldi Pezzoli, e dove Venezia è città del buon sonno e del sogno («Tutto questo viaggio, forse, tutto questo libro io l’ho vissuto in una notte di sonno a Venezia»); e si sa quanto l’alfabeto onirico della classicità sia l’Albero della Vita, per Savinio. Un prologo, poi trecento e più pagine abitate da Milano, capitale moderna. Geniale e favorevole al diletto è che a percorrerla siano i fantasmi dei protagonisti; dove fantasma è da intendere in senso greco, di immagine mentale prodotta dalla fantasia, non nel senso di Freud e tanto meno – Dio ce ne scampi e liberi – di Lacan.

Memorabile la pagina su Giuseppe Verdi. «Quanto a quel “tal maestro Verdi” io l’ho ritrovato alcuni giorni sono dentro una vetrina del Museo della Scala, ridotto alla condizione dell’Uomo Invisibile di Wells (…) La sera, poi che i guardiani hanno chiuso le porte del museo (…) la giacca e il cappello di Verdi, cui si sono aggiunti un paio di calzoni e due scarpe egualmente nere, escono dalla vetrina, scendono in Piazza della Scala, vanno in giro per la città morbida di nebbia, s’incontrano con sessantacinque giacche del tutto simili, sessantacinque cappelli, sessantacinque calzoni e centotrenta scarpe». Al lettore scoprire il motivo.

(Non posso dire del Savinio musicologo e compositore, ma è bene ricordare che non fu l’ultimo di quelli. Evito di dirne essendo della musica un semplice ascoltante. Chi volesse può leggere gli scritti raccolti in “Scatola sonora”).

L’altro colpo di genio, decisivo e in scia a Stendhal è quello di intendere il carattere greco di Milano e la sua civiltà. (Inutile dire quanto il greco sia distante dal romano).

Scrive Stendhal: «Il lato della chiesa di San Fedele che si scorge venendo dalla Scala per via San Giovanni delle Case Rotte, è bellissimo ma nel genere della bellezza greca: gaio, nobile ma nient’affatto spaventoso… Questo angolo di Milano è interessante per chi sa vedere la fisionomia delle pietre disposte con ordine»). Non è l’unica affermazione stendhaliana sull’”ellenismo” di Milano: il classicista nato in Grecia e nutrito di quella Savinio le riprende e affonda: «L’insistenza della nota greca a Milano non stupirà se non chi ignora Milano come la città più greca d’Italia». Peccato che non intendesse come l’architettura razionalista di Terragni e Figini e Pollini andasse proprio nella direzione della classicità.

Bisognerebbe dire anche dell’elogio della vita in cima ai nuovi grattacieli, nuovi fantasmi, nell’allora piazzale Fiume e oggi piazza Repubblica («Excelsior! Abito al decimo piano. Il mio grattacielo fa parte di quella mandria di grattacieli che pascolano l’erba pettinata del piazzale Fiume. I grattacieli, come i grandi mammiferi del plioceni, sono erbivori»); della vita scandita dalla conversazione che si vive agli attici di queste eleganti torri borghesi («Il telefono squilla nel salotto, la signora Paola stacca il ricevitore bianco e alla lontana voce che le parla da Amsterdam risponde in un francese da contessa Tolstoia, un cinguettar d’uccelli: un gazouillis»); oppure fantasticare della riapertura dei Navigli seguendo il dire dell’autore («Milano riposa sull’acqua, e questa è una delle ragioni della sua perenne freschezza»); e non si finirebbe mai: è la scioltezza del dire di Savinio.

Bisogna leggere “Ascolto il tuo cuore, città”, passare ai racconti di “Casa «la Vita»”, godere dei ritratti immaginari di “Narrate, uomini, la vostra storia”: intendere il suono della prosa conversevole e sciolta di Savinio, così ritrovare il senso della letteratura amena frutto di una civiltà della conversazione che aveva, ha e avrà in Milano una delle capitali europee.

Savinio lo sapeva bene, e di fronte alle macerie della città bombardata così si congeda: «Sento che da queste rovine sorgerà una città più forte, più ricca, più bella. Fu allora, Milano, che in silenzio, tra me e il tuo cuore, ti feci la mia promessa. Tornare a te. Chiudere in te la mia vita. Tra le tue pietre, sotto il tuo cielo, tra i tuoi conchiusi giardini. Amen». Non è andata così, e non solo per lacuna di Savinio. Sarebbe bene che il prossimo fantasma portatore di letteratura trovasse a Milano l’accoglienza di cui fa il suo vanto.

Alberto Savinio, Ascolto il tuo cuore, città, Adelphi, 1984
Alberto Savinio, Narrate, uomini, la vostra storia, Adelphi, 1984
Alberto Savinio, Casa «la Vita», Adelphi, 1988
Valentino Bompiani – Alberto Savinio, Scrivere fino in fondo. Lettere 1941-1952, Bompiani, 2019

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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