L’immortaleFriedrich Hölderlin è stato il primo grande poeta moderno

I Meridiani, la collana pubblicata da Mondadori, sono importanti perché raccolgono l’intera opera di un intellettuale ritenuto fondamentale. Ma, soprattutto, sono sempre d’autore: il più d’autore di tutti è il Meridiano in cui Luigi Reitani legge l’opera lirica di un gigante della letteratura tedesca (e mondiale) in prospettiva storica

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I Meridiani, la collana pubblicata da Mondadori, forma un mondo a parte – come è della diretta ispiratrice, la Bibliothèque de la Pléiade, per gli amatori “la Pléiade” e basta. Due sono i motivi per cui noi lettori li aspettiamo e li facciamo nostri: il fatto di raccogliere in uno o più volumi l’intera opera di un autore ritenuto fondamentale; il saggio introduttivo, le introduzioni alle singole parti e gli apparati critici opera in certi casi di un singolo scrittore-lettore.

Quel che mi interessa dire è che ci sono Meridiani che sono d’autore: per la qualità del saggio introduttivo e della curatela. Si finisce così col dirli il Meridiano di Pascoli “di” Cesare Garboli; il Meridiano della Recherche “di” Giovanni Raboni; il Meridiano di Baudelaire “di” Giovanni Raboni e Giuseppe Montesano, e altri ancora. Dirò di più: un Meridiano per essere tale deve essere d’autore: come la monografia di un pittore; non come un catalogo di mostra dello stesso, dove oltre al saggio del curatore seguono una pletora di scritti il più delle volte del tutto rinunciabili. Il Meridiano è tale solo e soltanto se è d’autore. Ebbene, tra questi c’è di sicuro lo Hölderlin “di” Luigi Reitani.

(Una nota importante: i due volumi dell’opera di Hölderlin –Tutte le liriche, 2001; Prose, teatro e lettere, 2019: vent’anni di lavoro e più – hanno notevole valore di completezza e di novità nell’articolazione: per la prima volta le poesie pubblicate da H. sono distinte dalle poesie manoscritte del lascito; sono pubblicate tutte le stesure del romanzo Hyperion, oltre al testo pubblicato in due tomi; le stesure e i canovacci della tragedia Empedocle, incompiuta; tutti gli Scritti teorici e le Lettere. Tanto da poter dire che è la più ampia e completa edizione delle opere di Hölderlin fuori dalla Germania. Non è un compimento da poco).

Friedrich Hölderlin è stato il primo, grande poeta della modernità; e uno dei poeti eterni, senza tempo: uno degli immortali. Per quanto riguarda la prima affermazione basti guardare all’opera di Paul Celan e René Char, ultimi due grandi poeti europei, confrontarne i testi con quelli del poeta svevo e la genealogia apparirà lampante; e alla provocazione di Friederike Mayröcker, che pone la poesia Metà della vita, 1804, all’inizio della sua antologia della poesia tedesca del Novecento. Riguardo alla seconda riporto l’incipit di Reitani: «Nessun altro poeta dell’età moderna sembra esprimere nella stessa misura la tensione verso un linguaggio lirico assoluto, capace di nominare nella fragilità delle parole il tutto della vita e della creazione; il dramma di una esistenza votata alla potenza dell’arte, nella duplicità del suo fulgore e della sua vertigine distruttiva». È l’immortalità.

Ora, la fortuna di Hölderlin è tutta novecentesca, anche se non sono mancati gli apprezzamenti (il sostegno, sì) dei contemporanei colti più avvertiti. Ha nuociuto di sicuro la leggenda romantica del poeta pazzo esiliato nella torre sul Neckar, già  alimentata dal libro di Wilhelm Waiblinger, Friedrich Hölderlin. Vita, poesia e follia, del 1831: data ad allora la clausola della inseparabilità dell’opera dalla leggenda; ma altrettanti danni ha fatto il mito del poeta lirico assoluto e sognatore della Grecia avulso dalla Storia e il suo farsi, sorta di Werther tardivo. Reitani sgombra il tavolo degli avanzi e briciole romantiche e presenta un Hölderlin ben diverso: un letterato e filosofo preso di passione per gli ideali della Europa del suo tempo, nati dalla Rivoluzione francese e alimentati dalle imprese napoleoniche.

L’opera lirica di Hölderlin viene letta da Reitani in prospettiva storica e traguardando su una nuance che cambia di segno il tutto: «un tratto essenziale della poesia di Hölderlin è la ricerca di un colloquio». È uno spostamento d’accento non da poco, rispetto alle letture romantiche e le evoluzioni novecentesche presto orecchiate. «La forza, l’originalità e anche l’ardua complessità dei suoi versi è dovuta in gran parte alla loro natura dialogica. Astrarre il poeta dallo “spirito del tempo” è impossibile».

Si torna sempre lì: Hölderlin è ben altro dal lirico sognatore della leggenda romantica e della mitologia novecentesca: letterato e filosofo in colloquio ideale con Goethe e Schiller, invece. Il poeta svela in modo inequivocabile la nuance che è fulgore e sarà dolore: «Molto ha dal mattino, / Da quando siamo in colloquio e udiamo l’uno dall’altro, / Esperito l’uomo; ma presto saremo canto». Non sarà così. La caduta degli ideali rivoluzionari legati alla Rivoluzione francese e alle imprese napoleoniche impedirà al colloquio di divenire canto, e così un nuovo ordine sociale e estetico. Pure la nuance rimane e in altri metri ritmici: ora dirà il presentimento della crisi che la giovane, snella modernità deve già affrontare. Nasce la figura del viandante, l’uomo «che si aggira inquieto e lacerato tra le plaghe del mondo, alla ricerca di una “risoluzione delle dissonanze”», inattuabile. 

(Sarà Baudelaire, il poeta della modernità matura e di Parigi metropoli, a farne arte, “l’arte della dissonanza”, a celebrare l’alleanza tra poesia e prosa. Hölderlin veniva da Winckelmann, il credo della estetica neo-classica, e viveva un altro tempo: scriveva senza saperlo e volerlo per i lettori del futuro). 

Entra in scena l’Hyperion, 1792-1798, il romanzo di tormentata elaborazione a cui Hölderlin affida le sue speranze di letterato e di intellettuale. (Reitani segnala quasi en passant come le liriche hanno per H. «un’importanza subordinata» al romanzo e alla tragedia Empedocle, rimasta incompiuta: a loro affidava la sua affermazione). Vale dirlo subito: l’Hyperion è un testo fondamentale della Modernità, nonostante le forti aporie che ne minano la compiutezza letteraria.  

Si tratta di un romanzo epistolare, dove Hyperion, protagonista e narratore, rievoca nelle lettere all’amico Bellarmin le vicende di molti anni prima, quando giovane greco ha lottato per l’indipendenza del suo Paese dal dominio ottomano. A questo si intreccia il nodo d’amore del protagonista con Diotima. La scelta del genere epistolare permette a H. di raccontare i sogni e l’ardore di un giovane rivoluzionario e nello stesso tempo di riflettere su quella vicenda e il suo stato presente. Ecco che la peripezia romanzesca si intreccia con «la storia interiore di un carattere» – il romance con il novel, in lingua atlantica. Dove la peripezia è del rivoluzionario tra ardori e disillusioni; la storia interiore è quella del letterato e filosofo di fronte alle dissonanze che la modernità porta in evidenza. Un romanzo di formazione nel suo significato più alto, in scia al Wilhelm Meister di Goethe.

(Mi sono spesso ripromesso di leggere i due libri fianco a fianco, in tempi lunghi: madama Necessità me l’ha finora impedito, ma rimane un’avventura da tentare. Nel mentre spulciando fra le lettere tra Hölderlin e Schiller).   

Il tono è quello alto delle conversazioni tra spiriti elevati, variegato di squarci lirici e figurato da un pensiero di una trasparenza quale poi riuscirà soltanto a Nietzsche. Rileggere alcune parti andate a memoria dalla prima lettura giovanile e ritrovarle fresche come all’aurora non è cosa che capiti spesso, nella vita di un lettore: con l’Hyperion può succedere. Il fatto è che in quella trasparenza riconosciamo i tratti dei nodi irrisolti della Modernità (sono quelli la cui mancata soluzione ha portato alla caduta in quella putrescenza organizzata che è la post-modernità): il venir meno della unità dell’Essere, il distacco dell’uomo dalla Natura (in senso ontologico, non in quello green delle t-shirt dei sensibili-alle-foglie), la bêtise del Sociale eletto a fine ultimo e non più mezzo, nella memorabile invettiva contro i Tedeschi, verso la fine.

Hölderlin è affascinato dalla filosofia di Fichte e ne rileva la debolezza speculativa, non è convinto delle soluzioni di Schiller, le ritiene valide soltanto a livello estetico, e pre-sente i pericoli del falansterio filosofico a cui lavora Hegel. Riguardo questo ultimo mostro c’è una frase di H. che ogni liberale ha stampata nel codice genetico: «Ogni volta che l’uomo ha voluto fare dello Stato il suo cielo, ne ha fatto sempre un inferno». Basterebbe questo pensiero e la figura in cui trova forma di parole a dire la grandezza di Hölderlin: bene, nella sua trasparenza l’Hyperion ne offre quasi a ogni pagina di pensieri e figure in forma di parole di altrettanta consistenza e splendore. Bisogna leggerlo e rileggerlo: è quanto di più vicino alla bellezza.

(Non finisce mai di stupirmi la freschezza che ritrovo ogni volta nei primi Moderni: Diderot e Voltaire, più Le fantasticherie del passeggiatore solitario di Rousseau, Stendhal sempre e comunque; Giuseppe Parini e Pietro Verri, e Manzoni sempre; e poi il primo Goethe e Friedrich Hölderlin, più il Tesoretto dell’Amico di casa renano di Johann Peter Hebel. Non mi stancherò di ripeterlo: oggi è a loro, a quel tempo, mondato del panopticon logico hegeliano, che bisogna guardare).

Molto ci sarebbe ancora da dire dell’Hyperion e ci sarà il luogo; così come degli Scritti teorici, a non dire le Lettere – queste ultime si leggono una per volta, come un almanacco del pensiero. Nulla voglio dire dei trentaquattro anni passati nella torre sul Neckar, ospite della pazzia a cui Hölderlin si rivolgeva in modi ossequiosi. (C’è un recente saggio di Giorgio Agamben, La follia di Hölderlin, che come sempre offre il destro a incontri e scontri – ogni volta che leggo Agamben mi viene alla mente la parola idiosincrasia, non priva di luce). Solo un’ultima frase dall’Hyperion: «Vi è un oblio dell’intera esistenza, un ammutolire del nostro essere, in cui sembra di aver trovato tutto». Voglio pensarlo così, Hölderlin nella torre.

(P.S. Luigi Reitani è morto il 31 ottobre, vittima di quel che non voglio nominare. Era uno dei non molti accademici capaci di sciogliere la filologia più accurata in narrazione saggistica. Esempio lampante di uno spirito forte e di innata levità. RIP).

 

Friedrich Hölderlin, Prose, teatro e lettere, I Meridiani, Mondadori, 2019 (a cura e con un saggio introduttivo di Luigi Reitani);

Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche, I Meridiani, Mondadori, 2001 (Edizione tradotta e commentata e revisione del testo critico tedesco a cura di Luigi Reitani – con uno scritto di Andrea Zanzotto).