Il filo e il mosaicoAmos Gitai, il fantasma di Rabin e il destino mancato di Israele

Nella sua opera lo scrittore e regista ritorna più volte alla figura del primo ministro assassinato nel 1995. Il risultato è un’indagine in più parti che, servendosi di documenti e archivi, arriva a presentare la fine dell’uomo politico come lo scontro tragico tra due forze opposte della storia

AP Photo/Oded Balilty

L’opera Rabin dipende da una struttura a mosaico che, al contempo, disperde e riunisce, cerca e moltiplica, creando un’unità che ne rappresenta il fil rouge paradossale. La potenza del lavoro di Amos Gitai si trova in questa visione polifonica a partire da un canovaccio ossessivo, in quest’arte della variazione esuberante nata da un unico tema. Questo libro dedicato all’opera Rabin nell’opera Gitai segue una struttura identica: il mosaico e il fil rouge – è anche lo schema di gioco della sua lettura.

Questo filo è tessuto dallo stesso Gitai, al centro dell’opera, in due poemi basilari. Il primo, Mi sono seduto alla scrivania per cercare di scrivere su Rabin, è autobiografico o, piuttosto, doppiamente biografico, dal momento che incrocia la vita personale dell’artista, del cittadino, e l’esistenza dell’uomo che più gli interessa dal momento della sua irruzione sulla scena della storia d’Israele, Yitzhak Rabin.

Come se queste due esistenze si avvolgessero attorno al medesimo tutore rappresentato dalla scrittura poetica del cineasta. Il secondo, Come cucire insieme questi frammenti, è metodologico, poiché Gitai rivela come si è documentato, come ha lavorato, come si è preparato e come ha girato i suoi film.

È raro che un creatore si sveli in questo modo, e scelga per farlo la forma poetica, cosa che avvicinerebbe questi due testi-saggi – che uniscono scrittura, esistenza e diario lavorativo – a un’arte dello stesso genere in Brecht o Pasolini.

Quanto al mosaico, esso è costituito, tessera dopo tessera, da documenti raccolti perlopiù nel fondo Rabin/Gitai depositato presso la BnF, al contempo omaggio alla ricchezza di questi archivi e opere che testimoniano l’attività del cineasta e dei suoi principali collaboratori, ai quali chiede un lavoro di ricerca, poi di composizione: in che modo tenere insieme questi registri, queste realtà, questi dispositivi così diversi?

Anche se il loro intervento resta talvolta solo tra le righe, tutti forniscono una parte preziosa a questo libro-mosaico – tra gli altri Rivka Gitai, professoressa di letteratura ebraica e moglie del regista, che assicura un’importante attività di documentazione; Laurent Truchot, produttore, cameraman, tecnico delle immagini che, da più di trent’anni, supervisiona l’insieme delle riprese e degli spettacoli di Gitai; e Marie-José Sanselme, “penna” del cineasta, avendo scritto in particolare le sceneggiature di quattordici lungometraggi, da Kippur (2000) a Laila in Haifa (2020), passando per Rabin, the Last Day (2015).

Amos Gitai s’interessa da molto tempo alla Storia, in primo luogo a quella del suo paese – l’uomo è affascinato dalle origini dello Stato di Israele. Ma come si presenta quest’ultima? La proiezione oscilla tra leggenda e potenza critica, tra lirismo della narrazione pionieristica e continui dubbi sulla natura del luogo e dei valori ai quali conduce. Quali congruenze, quali tradizioni, quali fratture, quali metamorfosi storiche Gitai è in grado di rappresentare?

L’avvenimento del 4 novembre 1995 sintetizza e ridistribuisce le carte, vera e propria strozzatura del racconto israeliano, punto di perno che fa passare da una visione della Storia all’altra. Il cineasta-storico vede così lo scontro tra Rabin e Netanyahu come quello tra due “modelli”: quel giorno, non è solo un uomo a essere assassinato, ma una rappresentazione della Storia. Rabin e la possibilità di un dialogo con l’avversario vengono messi a morte da un’alleanza tra messianismo religioso, nazionalismo a favore della sicurezza e cinismo politico. Infatti, un ebreo uccide un altro ebreo in nome della religione, di una ribellione fondata sul carattere sacro della terra biblica, contro la riparazione della Storia che vorrebbe promuovere una democrazia laica, pronta a scambiare dei territori e il riconoscimento di uno stato con la pace.

In Rabin, the Last Day, Gitai giunge a trasformare questo scontro in una forma di drammaturgia della Storia, in cui due modelli, due sistemi di valori si oppongono – cosa che affonda nelle radici del sionismo e della storia della fondazione dello Stato di Israele. È il destino di un paese attraverso i suoi grandi contrasti, le sue figure, le sue tradizioni e le sue eredità fino al presente, che il film mette in scena. Gitai trasforma l’evento in rottura storica.

Inoltre, è a partire dalla massa d’archivio che egli forgia una scrittura cinematografica della Storia: gli archivi vengono presentati sullo schermo come dei protagonisti a tutti gli effetti.

da “Scolpire il cinema nella Storia”, di Antoine de Baecque, in “Yitzhak Rabin. Cronache di un assassinio”, di Amos Gitai (traduzione di Raffaella Patriarca), La Nave di Teseo, 2021, pagine 240, euro 30

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