Propaganda e realtàIl 2021 delle fake news in Europa e la cattiva lezione di Putin

Secondo il Center for European Policy Analysis, il Partito comunista cinese sta copiando alcuni aspetti della strategia della disinformazione di Mosca, ma ha un controllo dei media più coerentw rispetto al Cremlino, che a volte ha messaggi contrastanti persino rispetto a fonti governative come il ministero degli Esteri

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Anche nel 2022, il mondo dovrà fare i conti con un’altra pandemia: la disinformazione. Il progetto Eu vs Disinfo del Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS) nel 2021 ha scoperto più di 2.700 casi di fake news da parte della Russia ai danni dell’Europa. Quelli censiti sono solo la punta dell’iceberg. In tempo di guerre ibride come la crisi dei migranti sul confine tra Polonia e Bielorussia, un terzo di quest’offensiva riguarda l’Ucraina, al centro anche delle più recenti manovre militari. Ma il vero problema è che Russia e Cina hanno imparato a vicenda, in alcuni casi allineandosi, nelle tecniche di mistificazione e propaganda, come dimostra uno degli ultimi studi del Center for European Policy Analysis (CEPA). 

Il Cremlino, insomma, ha fatto scuola. Si è concentrato soprattutto contro Kiev, in parallelo all’escalation di questo autunno. In particolare, con un ribaltamento della realtà, Mosca sta cercando di deformare l’immagine dell’Ucraina, descritta come un paese aggressivo e abbandonato dagli alleati, tanto per fomentare l’opinione pubblica domestica contro il nemico, sempre nella retorica di una dittatura che si sente una «fortezza assediata», quanto per cercare di legittimare a livello internazionale le sue (prossime?) mosse. 

Per dare un’idea della potenza di fuoco pro-Cremlino, ogni settimana lo Ukraine Crisis Media Center di Kiev deve provare a disinnescare sul suo sito nuove, divisive falsità. È un mondo al contrario, di cui non arriva eco nella nostra bolla social, dove è l’Occidente a manovrare minacciosamente vicino alle frontiere, con gli Stati Uniti pronti a provocare un incidente nella regione. Prove? Nessuna. 

Confinare con la Russia crea più del «mal di testa» di un meme virale del profilo Twitter ufficiale dell’Ucraina. Una nazione satellite come la Bielorussia ha replicato le strategie della sorella maggiore. Il regime di Lukashenko ha incarcerato più di 260 giornalisti. Oltre a censura e repressione, i media di Stato hanno cominciato a incoraggiare la violenza contro gli attivisti e hanno comprato spazi pubblicitari su YouTube per mandare come «ads» prima dei video della piattaforma le false confessioni estorte ai prigionieri politici, che in totale sono più di mille. 

Quasi nessuno, a Minsk, si fida delle notizie ufficiali. Appena il 12,7% della popolazione, secondo le stime. Ma, come spiega il filosofo anglo-ghanese Kwame Anthony Appiah, «la disinformazione russa funziona non perché le diamo credito ma perché ingenera una generalizzata sfiducia tale per cui tutte le notizie possono essere derubricate a fake news, perfino quelle vere» (potete leggerlo nell’ultimo Linkiesta Magazine).  

Il dato davvero preoccupante è la convergenza, sempre più organica, tra Russia e Cina. Le prove generali sono state all’inizio nella pandemia, nella primavera 2020, quando le teorie cospirative fatte circolare dalla galassia filorussa facevano comodo pure al gigante asiatico per mettere a tacere l’ipotesi di un’origine cinese del coronavirus. Nel 2021 l’allineamento si è ripetuto, segnala il report di fine anno dello EEAS, che in passato per le stesse accuse era stato modificato dopo le pressioni di Pechino. Entrambe le potenze hanno negato le violazioni ai diritti umani subite dalla minoranza degli Uiguri, entrambe hanno sfruttato il caos in Afghanistan per danneggiare l’immagine dell’Occidente «traditore». 

Già nel 2020, anche su Linkiesta, era stata segnalato un mutamento nella linea di Pechino: sta(va) cioè imparando dalla Russia come fare propaganda in Europa. Non era una suggestione. Il fenomeno è stato riscontrato e studiato a fondo dal Center for European Policy Analysis, in una mappatura intitolata «Jabbed in the back» (qui la ricerca completa), letteralmente «Vaccinati alle spalle», un gioco di parole che sostituisce alla «pugnalata» della frase fatta il vaccino. Il cambio di segno, infatti, è avvenuto durante l’emergenza coronavirus. 

In passato, il Partito comunista cinese aveva promosso campagne di disinformazione globali centrate su temi specifici e strettamente legati alla Cina, per esempio il Tibet, Hong Kong e Taiwan. Durante la pandemia, si è prima concentrato sul negare che il focolaio numero zero fosse Wuhan (in effetti, questo è un tema che coinvolge in modo diretto il regime e le sue responsabilità), poi sull’efficacia della risposta della repubblica popolare e i suoi successi nel contenere i contagi. 

«Anche se ci sono prove limitate di una esplicita cooperazione – si legge nell’analisi del CEPA –, esempi di sovrapposizione delle narrative e di amplificazione circolare della disinformazione dimostrano che la Cina stia seguendo una “ricetta” russa, declinata con caratteristiche cinesi. […] Le operazioni delle due nazioni autoritarie si sono evolute nel corso degli ultimi 18 mesi e continueranno a farlo con la diffusione di varianti, vaccini e inchieste sull’origine del virus». 

Non è finita. In realtà, anche il Cremlino ha appreso qualcosa dalla Cina. Oltre a rispolverare parte dell’armamentario di epoca sovietica, Mosca sta aumentando la sua presenza mediatica in regioni strategiche, per puntellare il suo soft power e, in particolare, costruire una reputazione di affidabilità scientifica per la sua formula, il vaccino Sputnik V. Pechino non ha copiato alla Russia le fake news come strumento prediletto, anche perché ha un miglior controllo dei media, più coerenti di quelli del Cremlino, che a volte ha diffuso messaggi contrastanti persino rispetto a fonti governative come il ministero degli Esteri. 

Il tono di Pechino è poi rimasto «positivo», con l’obiettivo di mostrare la Cina come parte della soluzione, e non del problema, Covid-19. Non a caso, nella fase iniziale sono stati glorificati gli aiuti e le spedizioni di mascherine e altro materiale sanitario ai paesi in difficoltà, Italia inclusa. Gli sforzi si sono però concentrati sull’Africa, tanto che gli utenti di questo continente hanno reso media cinesi come Xinhua, China Daily, People’s Daily, e il Global Times tra le cinque pagine con più seguito al mondo su Facebook. Riempiendo questo vuoto, la Cina si è comprata credibilità quando ha criticato l’assenza dell’Occidente, che sicuramente non ha brillato per altruismo nella distribuzione di vaccini, da queste aree. 

Russia e Cina si completano a vicenda per quanto riguarda le sfere d’influenza. La propaganda cinese sta bersagliando le nazioni in via di sviluppo, anche se fatica ancora ad attecchire in Europa, dove è però più forte quella russa. Mosca, anche sotto l’ombrello del network televisivo RT, si è specializzata nella segmentazione. In un primo momento, i contenuti restano neutri e informativi per creare una patina di affidabilità e capitalizzare un bacino di utenti, poi vengono disseminati messaggi diversi a seconda dell’orientamento del pubblico, di solito anglofono. Viene così coperto uno spettro che va dall’estrema destra alla sinistra radicale. Il paradosso è stato ridicolizzare all’estero le stesse soluzioni, come i lockdown, che venivano adottate in patria dal governo di Vladimir Putin.

Infine, notano gli studiosi, la Cina ha risorse mostruosamente superiori a quelle russe. Eppure, finora il Cremlino ha ottenuto risultati migliori, soprattutto in termini di polarizzazione. Ma sembra che Pechino stia imparando la «lezione» di Putin.