Ritorno al futuroNel 2021 il cinema ha reso filmabile anche le cose considerate non filmabili

I successi di “Dune”, “Fondazione” e “La ruota del tempo” raccontano una nuova era del mercato cinematografico e seriale. Un lungo articolo di The Ringer spiega perché nei prossimi anni Hollywood (e non solo) potrebbe creare versione in 4K di qualunque titolo

Una scena di "Dune" / Credits dunemovie.net

Hollywood ama adottare grandi classici della fantascienza e adattarli per il grande schermo. Una tendenza che nell’ultimo decennio ha abbracciato anche il piccolo schermo, inevitabilmente. A volte si tratta di opere già viste al cinema o in tv, che vengono riproposte in versioni completamente diverse dal passato, migliorate, aggiornate, rese contemporanee anche grazie alle nuove tecnologie che permettono di avere risultati incredibili.

Quando nel 2005 Steven Spielberg se ne uscì con la sua versione de “La guerra dei mondi” fu un successo, con diverse candidature agli Oscar per effetti speciali e sonoro. Una pellicola molto distante dal lavoro di Byron Haskin del 1953. E ci mancherebbe.

Il 2021 sembra aver fatto un ulteriore passo avanti in questo senso. “Dune” di Denis Villeneuve è la prima parte dell’adattamento cinematografico del romanzo omonimo scritto da Frank Herbert, già trasposto in passato col film del 1984 di David Lynch e con le miniserie televisive “Dune – Il destino dell’universo” e “I figli di Dune”.

L’opera di Villeneuve però si distacca di molto dagli adattamenti precedenti, che invece erano stati bollati come flop da critica e spettatori.

E proprio come Dune, anche altri lavori usciti quest’anno hanno dimostrato che il concetto di “non-filmabile”, nel 2021, è diventato molto più ristretto. O meglio, al contrario, si potrebbe dire che non ci sia più niente di non filmabile, come scrive Ben Lindbergh in un lungo articolo pubblicato su The Ringer.

L’autore dell’articolo si concentra su tre titoli in particolare. Uno è “Dune”, gli altri due sono “Foundation” e “La ruota del tempo”.

“Fondazione” ha portato per la prima volta sullo schermo la serie di libri di fantascienza firmata da Isaac Asimov, un franchise considerato a lungo non filmabile per la sua complessità. Due mesi dopo è uscito su Amazon Prime Video “La ruota del tempo”: anche questa serie è un adattamento per piccolo schermo basata sull’omonima serie di romanzi fantasy di Robert Jordan e Brandon Sanderson. In mezzo era uscito nelle sale “Dune”.

I tre titoli sono prodotti ben realizzati, coerenti, aderenti grosso modo ai testi originali, e soprattutto hanno riscosso un grande successo di critica: tutti e tre hanno ottenuto il via libera per nuove stagioni o sequel.

«In meno di due mesi, tre dei pezzi più notoriamente inadatti della narrativa popolare della seconda metà del ventesimo secolo hanno prodotto tre adattamenti veri e propri. “Fondazione”, “Dune” e “La ruota del tempo” hanno perso le loro etichette di “non filmabili” con grande merito. Insieme, ci fanno capire che il 2021 segna la fine del “non filmabile”», si legge su The Ringer.

Ci sono buone ragioni per cui le case di produzione hanno sempre considerato non adattabili alcune opere: una è quella tecnologica di cui si parlava prima, un’altra riguarda la complessità di trame, ambientazioni e mondi creati dalla letteratura (in questo senso uno dei primi esempi davvero sorprendenti è la trilogia del “Signore degli anelli”, con la trilogia prequel “Lo Hobbit”, tratto dalla penna di Tolkien).

“La ruota del tempo”, ad esempio, è una serie di 14 libri (più un prequel) così estesa che ci sono voluti due autori per completarla: Jordan è morto prima che potesse arrivare alla conclusione, lasciando il compito Brandon Sanderson, che ha scritto gli ultimi tre volumi partendo dagli appunti di Jordan. In tutto, la storia – in lingua originale – copre un numero di pagine a cinque cifre e quasi 4,5 milioni di parole.

“Fondazione” è iniziata come una serie di racconti raccolti in una trilogia. Decenni dopo, Asimov aggiunse due prequel e due sequel, chiudendo così una serie di sette libri, con un numero sufficiente di romanzi correlati, per un universo di 15 libri.

“Dune” comprende sei romanzi, senza contare i due sequel pubblicati dal figlio di Frank Herbert, Brian, con l’aiuto di Kevin J. Anderson: i due hanno terminato la storia che il vecchio Herbert aveva pianificato di inserire in un settimo libro. Nel caso in cui la saga non fosse abbastanza contorta, Brian Herbert e Kevin J. Anderson hanno anche tirato fuori altri 14 prequel.

«La tripletta della non filmabilità era rimasta sui radar delle reti e degli studi negli ultimi anni, ma ci sono voluti decenni per rendere trasformare delle opere “possibili” un prodotto completo», scrive Lindbergh nel suo articolo.

Il percorso verso questi tre impegnativi adattamenti è stato spianato dal successo di un’altra serie che è andata avanti per otto stagioni: “Game of Thrones”. La serie di libri di George R.R. Martin è un’altra serie fantasy che una volta si diceva non fosse filmabile. La motivazione era da ricercare nella sua profondità, nell’ampiezza dell’opera, in quel surplus di personaggi e intrecci di trame. Poi però è stato sviluppato molto bene e ha prodotto uno dei più grandi successi televisivi di tutti i tempi.

Adattare opere mastodontiche allo schermo, grande o piccolo, comporta inevitabilmente dei compromessi. Come ricorda Lindbergh su The Ringer, Villeneuve riduce la tradizione di “Dune” alla sua essenza, eliminando alcune delle chiavi di lettura e delle complessità della trama che suo tempo Lynch aveva per forza voluto includere. Nonostante una durata di 155 minuti, il film rinuncia ad alcune delle riflessioni filosofiche e monologhi della serie, accennando alcuni temi anziché esplorarli in modo esplicito. In “Fondazione” la struttura della società descritta da Asimov è chiaramente riassunta, e lo so stesso si potrebbe dire de “La ruota del tempo”.

Però, di nuovo, il prodotto finale dei tre titoli è decisamente positivo. E non è una coincidenza che questa ondata di adattamenti un tempo non filmabili abbia raggiunto il picco nel 2021.

«Con la crescita dello streaming – si legge nell’articolo di The Ringer – l’appetito di Hollywood per i contenuti tv è diventato insaziabile. Quest’anno tutto il settore ha stabilito un altro nuovo record per la quantità di programmi tv prodotti, e la maggior competizione ha alimentato budget più grandi, quindi cast e creatori di alto livello, formati più flessibili e una maggiore tolleranza al rischio nella lotta per differenziarsi, portando a serie prestigiose e imperdibili, che devono avere il potenziale per favorire la crescita degli abbonamenti. Quelle serie tendono a essere tratte in modo sproporzionato dal fantasy e dalla fantascienza che, come ha dimostrato “Game of Thrones”, portano basi di fan solide e durature».

Ormai anche la solita valanga annuale di reboot, sequel e spin-off non è sufficiente a soddisfare la domanda di quel segmento fantasy e fantascientifico. Così anche i cataloghi in streaming richiedono nuovi adattamenti: ecco che anche i prodotti considerati non filmabili diventano un’opzione.

«Dopo decenni di trascuratezza e cattiva gestione della proprietà intellettuale dei videogiochi, Hollywood è diventata saggia sulla scorta di storie in gran parte non sfruttate del settore videoludico: “The Last of Us” della HBO, “Mass Effect” di Amazon, “Halo” della Paramount e il film “Uncharted” della Sony Pictures sono tra le prossime grandi scommesse in questo genere», scrive Lindbergh.

In tutti questi casi, gli adattamenti riflettono anche un’altra tendenza: le grandi compagne e società di produzione puntano sempre più spesso all’acquisizione di interi cataloghi di contenuti e archivi di storie e opere del passato, qualsiasi cosa che sia in grado – un giorno, prima o poi – di produrre un nuovo show da milioni di spettatori. Tanto si è capito che ormai di non filmabile non esiste quasi più niente.

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