ShottinoLa classe reietta del 2016 e la venticinquesima ora delle mamme annoiate dal covid

Ho provato a passare una giornata senza pensare al coronavirus. Non ci sono riuscita. Per fortuna gli unici con cui non si parla di pandemia sono i bambini. Ma una volta che sarà tutto finito di cosa parleremo? Contro chi combatteremo?

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Ogni mattina una madre si sveglia, si guarda allo specchio, e attacca col monologo de “La venticinquesima ora”: fanculo alla dad, fanculo ad ATS, fanculo alla dittatura sanitaria che «la schiavitù è finita 137 anni fa», fanculo al dopo scuola che non siamo più in campagna elettorale e quindi a chi vuoi che importi, fanculo ai 10 giorni di quarantena anche per i guariti, vaccinati, assenti che al confronto «Gesù Cristo se l’è cavata con poco: un giorno sulla croce, un week end all’inferno, e poi gli halleluja degli angeli per il resto dell’eternità», fanculo a questa città e a chi ci abita, dalle casette colorate di via Lincoln ai grattacieli di City Life, che bruci la città fino a diventare cenere. 

E poi niente, quattro passi in corridoio, truccate laccate e liftate, e giù a pensare al mal di testa, che sarà mal di testa o sarà covid, dai che mi faccio un tampone, o forse è meglio un ibuprofene 600, però ho già fatto colazione con caffè corretto Xanax, never mix, never worry, ricordati che è per questo che sei ancora viva, ricordati che è grazie a Liz Taylor se sei ancora viva, amen. 

Ho provato a passare una giornata senza pensare al covid, mi sono detta dai anche basta, pensa al ragno violino, pensa all’ameba mangiacervello, scegli la vita, scegli un lavoro, scegli una carriera, scegli una famiglia, scegli l’eroina, fai un drinking game come i giovani, ogni volta che nomini il covid ti bevi uno shottino, e indovinate un po’, a metà mattina ero già ubriaca. Sono dieci giorni che mi dico «adesso scrivo un pezzo senza la parola covid», e sto ancora qua a scrivere covid, condannata in eterno al comma 22.

Posso parlare del mio lavoro, ecco, fantastico, vi racconto di quanto non freghi più niente a nessuno della televisione, dieci anni fa sono riuscita a non farmi dare una multa promettendo ingressi per il pubblico, mi chiedevano gli autografi delle ballerine per la creatura, una piccola dedica per la zia di Inverigo, i numeri di telefono per partecipare al Grande Fratello, mentre ora mi chiedono solo se conosco uno che fa lo spiritoso su Instagram, ma cosa ne so io, ma buttate il telefono, guardate la generalista. 

Mi metto in riunione, si collegano tutti dalla quarantena, alcuni chiusi in quello che sembra a tutti gli effetti uno sgabuzzino, ed eccolo lì l’elefante nella stanza, il covid. Shottino. Suona il telefono, chat di classe, un’altra sezione è stata chiusa per Covid, la centomillesima dell’ultimo mese. Shottino. Adesso mi guardo la replica di “Uomini e donne”, quella è zona franca, cosa vuoi che parlino di covid, e invece c’è Maria De Filippi che spiega a un signore del trono over che quando si alza deve stare nel cerchio giallo, non può uscire dal cerchio giallo, c’è la legge del cerchio giallo, bisogna tenere la distanza, c’è il covid, lo vede il cerchio giallo? Shottino. 

A seguire c’è una coppia di anziani che si sta lasciando perché lui vuole vedere solo Canale 5 e lei ogni tanto vorrebbe cambiare su Raiuno, non riesco a capire se è il signore del cerchio giallo, comunque sia lui è inamovibile, la sta proprio mollando, ed è forse la cosa più bella che abbia mai visto, ma c’è quel cerchio giallo che mi distrae, mi ricorda che c’è il covid, nemmeno si possono abbracciare mentre si lasciano, e io sono ubriaca. 

Arrivo alla conclusione che gli unici con cui non si parla di covid sono i bambini. Figlio mio, vieni qua, conversiamo; parlami dei lego, di guerre stellari, di Milano Ristorazione, delle tue ambizioni criminali. La classe del 2016, 2016 che ricordiamo essersi presentato al mondo con la morte di David Bowie ed Ettore Scola, anno bisesto, funestissimo, durato quanto un funerale di dodici mesi, ecco quella classe lì dei dimenticati, dei reietti, di mio figlio, fuori da ogni tipo di norma, vaccinati ma quarantenati senza fine, quelli lì tra vent’anni verranno e ci chiederanno conto, ci taglieranno la gola, ci ruberanno la pensione, ripassiamo tutti insieme “Il nastro bianco”. E noi, noi cosa faremo quando sarà tutto finito? 

Di cosa parleremo, contro chi combatteremo? In questi due anni ho capito che la cosa più importante nella vita è scegliersi i nemici, mica gli amici. Pare che al mondo ci siano solo Mozart e nessun Salieri. Nella vita mi hanno chiesto – in maniera del tutto immotivata – più spesso quando scriverai un libro che non quando farai un figlio, ma la mia occasione per scrivere è stata avere un bambino durante una disgrazia mondiale: di cosa parlerò quando finirà? Devo mangiare un pangolino? O lo mangerà la classe del 2016?

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