La controfiguraIl governo Draghi senza Draghi non ha senso, piuttosto si lavori per rafforzarlo

Pensare di proporre un esecutivo fotocopia, ma con un diverso presidente del Consiglio, è assurdo. O si va a elezioni (ma sarebbe infausto) oppure le forze responsabili devono stringere i bulloni del quadro politico e andare avanti, con chi ci sta

Fabio Frustaci/POOL Ansa/LaPresse

Diversi osservatori seri, e una moltitudine di “bartaliani” per i quali è tutto sbagliato e tutto da rifare, vanno sostenendo che Mario Draghi ha sostanzialmente esaurito la sua spinta propulsiva: prova ne è il compromesso di due giorni fa sull’obbligo vaccinale per gli over 50 e le altre misure anti-Covid.

A parte il fatto che è curioso che protagonisti o studiosi della politica si scandalizzino per il fatto che il premier abbia dovuto mediare, come se non fosse a capo di una maggioranza larghissima e dunque super-composita (e questa contrapposizione tra mediazione e decisionismo appare davvero fuori dalla logica della politica), si scopre adesso che Draghi stia operando in una situazione diversa da quella di cinque mesi fa. Ma di cosa ci si stupisce? In questo “prologo quirinalizio” i partiti rialzano tutti la testa e questo non può non determinare un contraccolpo negativo sulla maggioranza; e sentono odore di ritorno pieno al potere in nome dell’ipocrita “primato della politica”.

In molti hanno l’acquolina in bocca sognando un panorama senza più Draghi. Facciamo nomi e cognomi: la Lega che ormai non fa più nulla per mediare; e un M5s che ha cambiato tre linee in due giorni a causa di uno sbandamento ormai irreversibile. Il Pd in questo frangente ha tenuto bene ma ogni tanto qualcuno disegna scenari diversi. Questo improvviso riformarsi del tandem gialloverde è in sé preoccupante, dato il ben noto tasso di volubilità di Salvini e Conte. Ma mentre quest’ultimo non è in grado di avere una linea, il capo leghista sembra entrato di nuovo in modalità-Papeete, stanco di fare una parte non sua, quello del responsabile al servizio di un premier come Draghi.

Stando così le cose è un miracolo il fatto che il presidente del Consiglio sia riuscito a introdurre una serie di norme (che magari andranno meglio specificate e coordinate) per arginare l’ondata spaventosa di Omicron, la quale – va ricordato ai sapientoni di ogni tipo – è piombata come un tornado senza peraltro che Delta fosse stata debellata.

Pertanto la situazione è diventata molto fluida. Di fronte al Paese ci sono sostanzialmente due strade. O si stabilisce che effettivamente il governo Draghi ha esaurito la sua funzione (ma ci vuole un partito che lo dica ed esca dal governo) e allora si deve andare a elezioni anticipate perché la democrazia esige che ci sia un governo che governi, tanto più in una situazione come questa.

Oppure si sceglie di andare avanti con questo governo (che equivale a dire: con questo premier) ovviamente rinegoziando il programma e le priorità per andare dritti verso la fine naturale della legislatura. Tertium non datur.

Le ipotesi di un governo Draghi senza Draghi sembra una presa in giro: ma quale “fotocopia” sarebbe senza il suo pivot? E poi chi sarebbe questa controfigura di Super Mario? Un tecnico non avrebbe la sua forza, un politico avrebbe automaticamente contro mezza maggioranza. Perché mai Matteo Salvini dovrebbe appoggiare un governo a guida Pd, se già fa tanta fatica a stare dietro Draghi? E perché Enrico Letta dovrebbe dire sì a un governo Di Maio? O c’è chi pensa a una maggioranza diversa, più stretta dell’attuale, la quarta maggioranza della legislatura? Via, è tutto molto debole.

Rafforzare Draghi dunque pare la scelta più ragionevole. Dovrebbe essere questa la posizione dei tre partiti che mercoledì sera in Consiglio dei ministri sono stati dalla parte di Draghi e delle misure adottate: Pd, Italia viva e Forza Italia (più LeU che ormai va considerata come una corrente del Pd, anzi, è molto più disciplinata di certe correnti dem).

Se una lezione politica si può trarre dalle ultime scelte del governo è proprio questa, che uno “zoccolo duro”, un “campo draghiano” esiste e deve esistere anche in vista delle elezioni.

Sta soprattutto al Pd ragionare sul da farsi, essendo il partito di Letta il più politicamente attrezzato per individuare una corretta via d’uscita da una situazione potenzialmente pericolosissima, quella del salto nel buio verso elezioni che darebbero un esito infausto per il Pd medesimo. Enrico Letta ha l’occasione per svolgere un’iniziativa che stringa i bulloni del quadro politico, con Mario Draghi e con chi ci vorrà stare. Ma bisogna far presto, se non si vuole che il Paese scivoli di nuovo nella palude.

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