Sotto esameLa crisi in Ucraina sconvolge i piani di Scholz in politica estera

Le nuove tensioni tra Russia e Nato, i delicati rapporti bilaterali tra Berlino e Mosca, e la nuova crisi energetica hanno spezzato l’equilibrio su cui poggiava la strategia di Angela Merkel: il neo cancelliere, che vorrebbe stare nel solco di chi l’ha preceduto, dovrà seguire strade diverse

AP/Lapresse

Durante l’ultima campagna elettorale, il neo cancelliere tedesco Olaf Scholz è riuscito a guadagnare molti voti mostrandosi il candidato più simile ad Angela Merkel. L’attuale crisi in Ucraina, però, potrebbe mettere seriamente alla prova questa percezione.

Cristallizzata infatti dalla paura di un’invasione russa che faccia seguito a quella della Crimea nel 2014, da un lato, e dal timore dell’estendersi della Nato alle porte di Mosca, dall’altro, le tensioni al confine russo-ucraino sollevano più interrogativi (e richiedono più scelte) alla Germania di quanto avvenga per ogni altro Paese europeo.

La Germania ha storiche relazioni, diplomatiche ed economiche, con la Russia, e l’era merkeliana ha rinforzato il ruolo di Berlino come uno dei principali interlocutori del Cremlino in Europa, soprattutto in ottica di dialogo con l’alleanza atlantica e con gli Stati Uniti. La situazione, com’è ovvio, le ha permesso di guadagnare una certa rilevanza diplomatica, assumendo un ruolo strategico con un Paese importantissimo per la Bundesrepublik in virtù della dipendenza energetica che lega la Germania alla Russia.

In effetti, la politica estera merkeliana si basava su un presupposto: quello che fosse possibile mantenere relazioni diplomatiche civili e pacifiche anche con quelle potenze (come appunto la Russia, o la Cina) con cui, potenzialmente, l’Unione europea e la Nato potrebbero entrare in conflitto.

Le differenze politiche, e la necessità talvolta di far pressione su queste potenze, non inficiavano gli scambi, per cui era possibile essere al tempo stesso partner, competitor e avversari. Uno schema, del resto, che risponde alla esigenza tedesca di rimanere saldamente ancorati a livello politico e valoriale all’Europa e alla Nato conservando, al contempo, forti relazioni economiche con realtà importanti per la produzione e l’economia teutonica.

In questo scenario, dunque, vanno lette scelte controverse agli occhi di osservatori non tedeschi, come quella dell’ampliamento del gasdotto Nord Stream, da tempo spina nel fianco di Berlino agli occhi della diplomazia europea, che ha visto più volte Stati Uniti e altri Paesi europei fare pressione sulla Germania affinché il progetto venisse sospeso. A questa pressione, però, anche nei momenti più drammatici, ha sempre fatto da contraltare una certa resistenza tedesca per ragioni di interesse nazionale o locale.

Soprattutto, in quest’ottica vanno lette le evidenti difficoltà del governo tedesco in questa nuova crisi ucraina, e le differenze di posizioni interne alla maggioranza. Da una parte, infatti, il governo Scholz è chiamato a fare quadrato con gli alleati occidentali, Stati Uniti in primis, difendendo tanto i valori quanto gli interessi europei. Dall’altro una recrudescenza dei rapporti con la Russia potrebbe non essere l’interesse tedesco.

Coerentemente con la loro storia atlantista e la loro visione dell’azione esterna tedesca ed europea per la difesa dei diritti umani e democratici, i Verdi (membri di minoranza nel governo) possono utilizzare Nord Stream 2 come arma di ricatto verso la Russia, non escludendo nessuna opzione e anzi affermando spesso come a un’eventuale invasione russa dell’Ucraina seguirebbero pesanti ripercussioni. Ma ora che hanno responsabilità di governo, anche loro sono chiamati a mediare: la Ministra degli Esteri, Annalena Baerbock, in forza ai Grüne, in queste settimane ha mantenuto un continuo dialogo con Stati Uniti, Nato e Russia, spesso con posizioni più forti dello stesso cancelliere Scholz.

L’annullamento del Nord Stream 2 come possibile contromisura è chiaramente sul tavolo, ma è uno scenario a cui si guarda con preoccupazione, considerata l’attuale crisi degli approvvigionamenti energetici e la funzione strategica che il gas ha per la Germania, che prevede di utilizzarlo come tecnologia ponte fino al 2040, in alternativa al carbone, dopo l’uscita dal nucleare che avverrà nel 2022.

Anche per questo, forse, Baerbock ha escluso l’invio di armi all’esercito ucraino, oltre che per le ragioni storiche da lei pubblicamente citate, che vedono la Germania non inviare mai armamenti come misura di deterrenza (a differenza per esempio di quanto fatto dal Regno Unito, che ha spedito a Kiev armi anticarro).

Tra i socialdemocratici la situazione è ancora più problematica: il partito ha una storica linea di dialogo con la Russia, e sebbene ai tempi dell’avvelenamento di Aleksej Navalny in diversi abbiano ipotizzato una sospensione di Nord Stream 2, oggi la linea dominante è quella di tenere separata la vicenda ucraina (e la Nato) da progetti che in molti presentano come prettamente economici.

In questo solco, ad esempio, si registrano le dichiarazioni della Ministra della Difesa Christine Lambrecht o di Kevin Kühnert, giovane dirigente socialdemocratici appartenente all’ala più radicale del partito.

Non va dimenticato, inoltre, che l’ex cancelliere della Spd Gerard Schröder, su indicazione di Gazprom, è a capo del consorzio responsabile per la costruzione del gasdotto. Nelle scorse settimane, Scholz non si è esposto troppo, e solo la settimana scorsa ha affermato che in termini di sanzioni nessuna opzione è davvero esclusa.

L’incertezza tedesca, però, rischia di riverberarsi anche nei rapporti con gli Stati Uniti. Con la fine del merkelismo, Washington ha sperato che il nuovo governo tedesco seguisse la linea atlantista in maniera più marcata, ma queste settimane sembrano deludere le aspettative. Da storica interlocutrice degli Stati Uniti in ambito europeo, la Germania merkeliana ha spesso portato avanti una politica di dialogo con Mosca, ricavandosi in qualche modo un suo proprio spazio di autonomia.

Nel luglio 2021, gli Stati Uniti hanno sostanzialmente dato il via libera a Nord Stream 2, contestato da tempo, solo a fronte di altre garanzie. Anche sullo scenario europeo sono diversi i Paesi che vedono la Germania come troppo ondivaga sulla Russia, e recentemente, lo stesso Josep Borell, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di sicurezza, ha fatto intendere in alcune dichiarazioni come la situazione tedesca rischi di indebolire l’intera posizione europea.

In questo quadro, il governo Scholz è chiamato al suo primo, vero (e complicatissimo) banco di prova sul fronte geopolitico. Ma in questo contesto, forse, la vera domanda non è tanto se Scholz si dimostrerà simile a Merkel quanto, piuttosto, se oggi sia davvero possibile proseguire nella linea della cancelliera, e non solo con la Russia.

Capire i timori del Cremlino, facendosi mediatrice nelle tensioni pur marcando una differenza netta dalla Russia, è stata la vera forza di Angela Merkel, per quanto basata su un equilibrio che in certe fasi ha rivelato la precarietà.

Ma di fronte al crescere della tensione tra Russia e Nato, la Germania può ancora trovare gli spazi per interpretare il ruolo che aveva durante i governi di Angela Merkel? E di fronte all’inasprirsi dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, la linea merkeliana può essere adatta anche a Scholz? Quanto potranno continuare a stare insieme la necessità di mantenere un approvvigionamento energetico e avere mercati per le esportazioni con l’appartenenza al blocco occidentale?

Al di là della vicenda ucraina, sono questi gli interrogativi a cui oggi la Germania è chiamata a rispondere sul fronte geopolitico. A Scholz e al suo governo spetterà il compito di verificare in quali forme oggi è possibile una Ostpolitik, e se questa sarà nel solco di Brandt e Merkel o prenderà altre strade radicalmente differenti.

L’equilibrio su cui si è esercitata la politica estera merkeliana oggi potrebbe non essere più possibile, mettendo la Germania di fronte a scelte identitarie e con profonde conseguenze tanto sul piano interno quanto su quello europeo. La domanda, quindi, non è quanto Scholz somigli a Merkel, ma quanto la Germania continuerà a somigliare a se stessa ora che è tramontata la fase storica merkeliana.