Eroismi d’antanI giganti di Ermanno Cavazzoni e la nostalgia per gli autori del passato

In una chiacchierata, lo scrittore emiliano racconta la sua passione per i poemi cavallereschi, si dilunga sulle avventure della casa editrice Quodlibet e si dichiara poco convinto dai libri che escono oggi. Infine ricorda il suo rapporto con Gianni Celati

da Wikimedia Commons

Tra i più importanti scrittori italiani contemporanei, Ermanno Cavazzoni ha di recente pubblicato per Quodlibet una nuova versione della “Storia naturale dei giganti”, un romanzo-saggio sui giganti che costellano i poemi cavallereschi, fintamente scritto da uno studioso che alterna il racconto delle avventure e disavventure dei giganti alle sue pene amorose. Il libro è l’uscita numero 100 della splendida collana “Compagnia Extra”, in cui vengono pubblicati classici della letteratura come Dostoevskij, Tolstoj o Kafka, e altre opere caratterizzate dal loro essere anomale rispetto al romanzo tradizionale. Così come anomala è la figura dello stesso Cavazzoni, sia per il suo modo di intendere e fare letteratura, sia per le varie iniziative che porta avanti e di cui parla anche in questa intervista.

Da dove nasce la tua passione per i giganti e perché dedicare loro un intero libro?
I giganti compaiono nella letteratura italiana con il Morgante del Pulci, poi subiscono una decadenza e diventano sempre più coglioni, grossi e inutili, fino a scomparire. In questa nuova edizione della “Storia naturale dei giganti” ho aggiunto due capitoli, che prima avevo solo abbozzato per l’edizione del 2007 uscita per Guanda. Ma tutto il libro è stato in realtà riaggiustato e rimpolpato. Dai trent’anni in su, ho sempre avuto una grande passione per i poemi cavallereschi, che trovo meravigliosi: uno dei punti più alti della letteratura mondiale. Soprattutto l’Orlando furioso di Ariosto, che nel Cinquecento era conosciuto in tutta Europa, ed era amato ancora nel Settecento da Voltaire e dagli illuministi. Chi si è occupato di poemi cavallereschi lo ha però sempre fatto in forma accademica. Io ho voluto fare una cosa diversa. Nel mio libro il protagonista è un giovane studioso che scrive un saggio sui poemi cavallereschi, ma in maniera “umorale”, in cui alterna la storia sui giganti alla sua folle gelosia amorosa.

La collana che dirigi e all’interno della quale è stata pubblicata la “Storia naturale dei giganti” è giunta al numero 100. Com’è nata l’idea di questa collana? E cosa caratterizza tutti i titoli pubblicati?
La “Storia naturale dei giganti” rappresenta in pieno lo spirito che anima la collana. Che esca come 100esimo titolo è un onore di cui sono debitore all’editore. Un editore che io, Gianni Celati e Jean Talon apprezzavamo molto, soprattutto perché pubblicava le opere di Enzo Melandri, una delle più belle figure di filosofo italiano, una mente che definirei straordinaria. Nella collana “Compagnia Extra” pubblichiamo libri “memorabili”, ma che sovente hanno anche un risvolto leggermente comico. Abbiamo pubblicato Kafka, proprio perché anche i suoi libri, come “Il processo”, sono popolati da una comicità surreale e da idee strambe. Ma oltre ai classici abbiamo pubblicato libri di autori contemporanei distanti anni luce dalla forma del romanzo classico alla Moravia. Libri che hanno la forma del dizionario, dell’enciclopedia… anche il mio libro sui giganti ha una forma narrativa insolita.

Puoi dare un’anticipazione dei prossimi titoli?
A breve uscirà un libro curato da Stefano Tonietto sulla poesia “ingarrichiana” (“Poesia demenziale da Ferdinando Ingarrica a oggi”), si tratta di poesiole involontariamente dementi, che i futuristi chiamavano anche malthusiane, dal momento che Malthus era a favore del coito interrotto e questo poesie finiscono con una parola interrotta. In marzo pubblicheremo le lezioni inedite sulla letteratura tenute da Celati all’università di Zurigo e nel giro di un anno anche il suo “Orlando innamorato raccontato in prosa” da tempo fuori commercio.

Oltre agli autori contemporanei che pubblicate nella collana, come Daniele Benati, Ivan Levrini e altri, trovi ci sia qualcosa d’interessante nel panorama italiano attuale?
Il 50 o addirittura il 70 per cento della narrativa pubblicata in Italia riguarda il genere poliziesco. Un genere che non leggo. Poi ci sono stati alcuni libri di grande successo come quelli di Antonio Scurati dedicati a Mussolini, però personalmente preferisco leggere la saggistica storica, non quella romanzata. Altri scrittori a loro modo validi come ad esempio Walter Siti o Alessandro Piperno confesso di non averli letti.

Quali sono allora i libri e gli autori che ti hanno segnato, che ritieni per te fondamentali?
Quando ero adolescente sicuramente Jack London. Poi Franz Kafka, Robert Walser, Luigi Malerba, Giorgio Manganelli. Celati mi ha letteralmente terremotato. Naturalmente i poemi cavallereschi, ma anche il Decameron.

Nei giorni scorsi è purtroppo venuto a mancare Gianni Celati. Qual è la sua importanza per la letteratura italiana?
Dire che è stato un precursore è poco. È stato importante soprattutto perché originale. Ha scritto libri deliranti, soprattutto i primi degli anni Settanta, dove utilizzava un italiano sbagliato, un leggero maccheronico, che in parte si riallacciava all’esempio di Gadda. Nella letteratura italiana, anche oggi, è sempre stato prevalente l’uso dell’italiano che si impara a scuola, ma questa è una lingua banale. L’italiano di Celati è invece più ricco, avendo sdoganato l’italiano scorretto utilizzato da personaggi mezzi matti, ma che produce piccole frasi gioiello.

Cosa ne pensi dell’“impegno”, qualsiasi cosa voglia dire, in letteratura?
Se “impegno” vuol dire parlare dei temi che ci offre la televisione (riscaldamento globale, elezione del presidente della Repubblica, ecc.), ritengo che questo non sia il ruolo della letteratura, perché questi sono temi che evaporano subito, mentre la letteratura dovrebbe dare un “quadro del mondo”, dovrebbe occuparsi di cose senza tempo. Pensiamo a Celati, che non ha mai parlato di attualità nei suoi libri o nei suoi documentari, la sua dimensione è più ampia, più duratura e vasta. Oppure a un fumettista da riscoprire come Carlo Santachiara, che nel suo “romanzo visivo” (“Il caso limite 1 e 2”), attraverso un nichilismo venato di umorismo, ha delineato e raccontato il suo mondo interiore. Un autore deve essere libero, deve parlare dello stare al mondo, senza abbracciare una fede politica come facevano molti scrittori degli anni Cinquanta e Sessanta.

Sei uno scrittore, ma ti sei anche occupato di cinema e di musica, di recente con Gli Extraliscio, ora hai organizzato uno spettacolo a Bologna, che si terrà il 14 febbraio all’interno del festival Angelica. Di cosa si tratta?
È uno spettacolino su temi un po’ assurdi come il pattume, il gas e le uova sode. È una sorta di convegno sui generis, una parodia di convegno, accompagnato da una musica un po’ buffa. Mi piace fare cose anomale, pensare a nuove formule. Avevamo fatto qualcosa di simile anni fa a Modena al Teatro Storchi, un convegno sulla figura e l’opera di Learco Pignagnoli, un filosofo inventato, mai esistito.

Per finire, qual è la domanda che non ti hanno mai fatto durante un’intervista e che vorresti ti venisse fatta?
Quando prevedo di morire, ma non saprei rispondere.

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