La bellezza e la politicaLe ultime conversazioni di Leonardo Sciascia

Sono i colloqui con Domenico Porzio, raccolti e pubblicati da Adelphi. Uno sguardo sulle passioni del grande scrittore, dalla storia della Sicilia a considerazioni su collezionismo, autori e servizio pubblico

di archivio Lapresse, particolare

Nel “Cavaliere e la morte” dici una cosa che mi è piaciuta molto: che il tuo alter ego, il Vice, leggendo “L’isola del tesoro” di Stevenson, conosce una delle sue forme di suprema felicità.
È un’idea che ho preso da Borges.

È così anche per lui?
Anche per lui e anche per me.

Per Borges, in effetti, la felicità sta nell’infanzia, nell’avventura. Penso che Borges abbia letto Stevenson in una di quelle edizioni illustrate ancora in uso ai suoi tempi. Forse non sarà la felicità suprema come lui sosteneva, perché non credo che qualcuno possa possedere la felicità nella sua totalità, però le si avvicina.
Sono delle forme di approssimazione. Forme di approssimazione alla felicità. Per me la felicità è in gran parte legata ai libri. I libri letti, i libri da rileggere, i libri che rileggo, i libri che scopro e anche le stampe, la scoperta di una certa acquaforte…

Allora anche il collezionismo.
Sì. Il collezionismo è una cosa che mi aiuta a vivere. Non direi che sia proprio la felicità, ma aiuta.

In che senso aiuta a vivere?
Ti crea una aspettativa, perché speri sempre di trovare qualcosa, qualcosa da aggiungere.

E il collezionismo è di tutte le età.
Sì, credo che come istinto esista in tutti.

Ci sono anche luoghi, per te, che sono forme di felicità. Racalmuto.
Sì, ma anche altri. Parigi è una forma di felicità. La amo per la sovrapposizione della città letteraria alla città reale.

E non ti disturba il contrasto?
Le cose sono secondo letteratura, insomma. Ma anche altre città che non risvegliano riferimenti letterari speciali come Barcellona, Siviglia, Salamanca si avvicinano all’idea di felicità, quando ci vai o ci torni.

Parli solo di città europee.
Non ne conosco altre.

Non hai mai viaggiato nelle Americhe, in Africa?
No, mai.

Quindi i tuoi amori di viaggiatore sono Parigi e la Spagna. Anch’io mi sento molto legato alla Spagna. C’è un legame che nasce anche dalla letteratura, dalle affinità di lingua.
Be’, per un siciliano più che letteratura è storia. I nomi dei nostri viceré sono nomi di paesi della Spagna: Toledo, Ossuna…

Eppure la memoria storica della presenza spagnola in Sicilia non è delle più esaltanti.
No, no. La Spagna in Sicilia è terribile. Coincide con l’Inquisizione, piena di atrocità.

Però mi dicevi che era anche governata secondo un ammirevole concetto di giustizia.
Sì, secondo una certa idea della giustizia. In effetti quando occorreva dare un esempio eclatante, che impressionasse la fantasia popolare, i viceré lo davano. Come Giron, il nipote del viceré de Ossuna, che fu decapitato. Ma per il resto era un mondo di ingiustizie, di privilegi.

La Sicilia interessava alla Spagna per ragioni strategiche mediterranee? O forse come granaio, come semplice terra di sfruttamento?
Sì, come terra di sfruttamento. La Sicilia è stata disboscata per costruire l’«Invincibile Armata», in gran parte nei cantieri siciliani di Messina.

Ma in Spagna non avevano legname a sufficienza?
L’avranno anche avuto, ma era più comodo disboscare la Sicilia.

In Sicilia gli spagnoli hanno lasciato un’impronta letteraria, artistica come l’hanno lasciata gli arabi?
No. C’era molta gente bilingue, ma letterariamente parlando, niente.

Nemmeno nelle relazioni storiche, descrittive?
C’è qualcosa in Quevedo, in Góngora, una certa memoria della Sicilia, e in Cervantes, nelle Novelle esemplari. C’è un racconto che ha per protagonista un ragazzo di Trapani. Cervantes è stato a lungo a Messina e a Palermo, per la preparazione della battaglia di Lepanto; la flotta mosse verso Lepanto da Messina. Cervantes entrò poi in amicizia con un poeta siciliano, Antonio Veneziano; si erano conosciuti in prigionia. Cervantes gli dedicò una poesia.

Ancora sulle forme di felicità: fa effetto notare quanto cambino a seconda dei temperamenti umani. Pensa alla felicità dell’intrigo, coltivata dagli uomini politici. Sembra che ci sia un vero e proprio gusto dell’intrigo, anche per statisti come Mazzarino.
Per i mediocri sì, c’è questo gusto.

Per i mediocri? Ma io ho fatto il nome di Mazzarino; allora lo consideri un mediocre?
Non so quanta soddisfazione traesse Mazzarino dal suo potere, comunque io sto con Guicciardini, l’animale politico più intelligente a mia conoscenza. Guicciardini dice che tante cose, una volta raggiunte, dovrebbero dare una grande soddisfazione e invece non la danno affatto.

Ciò vuol dire che la politica non dovrebbe essere una delle forme della felicità. Eppure…
Dovrebbe essere un servizio.

Dovrebbe essere lasciata a gente che ha un grande amore per il prossimo.
Savinio diceva che la politica espelle l’uomo intelligente come un corpo estraneo. Credo che avesse ragione.

da “Fuoco all’anima. Conversazioni con Domenico Porzio”, di Leonardo Sciascia (a cura di Michele Porzio), Adelphi, 2021, pagine 169, euro 13

Published by arrangement with The Italian Literary Agency

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