Sì o no?L’ambiguità di “assolutamente”, il rafforzativo sgonfiato da chi lo usa a sproposito

Serve a dare risposte perentorie, ma nel linguaggio iperbolico dell’oggi ha perso ogni capacità di comunicare sicurezza, riducendosi a tic linguistico dal significato incerto

di Will O, da Unsplas

«Vuoi tu prendere come tuo/a legittimo/a sposo/a, eccetera eccetera?». «Assolutamente!».

Forse non è ancora capitato, ma ci si arriverà.

Assolutamente. Anzi, asssolutamente. Con tre (quattro, cinque, sei…) esse.

Non è l’avverbio – derivato dall’aggettivo assoluto, in latino absolutus, participio passato di absolvo, sciolgo – che il vocabolario Treccani spiega come «in maniera assoluta, senza limitazioni o restrizioni: governare, regnare assolutamente» e che nella più comune accezione intensiva vale «decisamente, necessariamente, in ogni modo (soprattutto per dare tono perentorio alla frase, per indicare urgenza): mi oppongo a.; voglio a. così; non intendo a. recedere dal mio proposito; bisogna a. consegnare il lavoro entro domani».

È la risposta a una domanda che, a seconda dell’attesa, dell’intenzione o dell’intonazione di chi la pone, nonché dell’intonazione di chi risponde, può significare un sonoro “sì” o un irremovibile “no”.

E proprio nella sua valenza rafforzativa, in unione con “sì” e “no”, si incardina la singolare carriera di questo avverbio, che si è via via montato la testa convincendosi di poter fare da solo, sciolto da ogni legame, così da diventare assolutamente assoluto.

All’origine dell’escalation è l’irrefrenabile pulsione a gonfiare di iperboli il linguaggio corrente, che risponde alla necessità di farsi ascoltare in un universo comunicativo vieppiù caotico e gridato – e va da sé che alla lunga (ma anche non troppo alla lunga) l’iperbole provoca assuefazione, come i sonniferi, e si logora da sé annullando il suo potere rafforzativo: tanto è vero che assolutamente a tratti si trova a dover cedere il passo al discutibile superlativo assolutissimamente, peraltro sporadicamente attestato già nel Sei e Settecento, perfino in un passo di Galileo Galilei.

Nell’universo comunicativo caotico, gridato e per di più instabile un semplice “sì” o un semplice “no” non sono sufficienti, possono sempre essere messi in discussione.

«Darling, vuoi venire a vivere con me?». «No». «Neanche se ti dico che ho fatto 6 al Superenalotto?». «Beh, allora se ne può parlare». In questo caso premettere “assolutamente” al “no” varrebbe a troncare sul nascere ogni possibilità di trattativa – poi naturalmente sappiamo che non sarebbe davvero così, ma tra le intenzioni comunicative e i loro effettivi risultati c’è sempre uno iato.

Se invece la risposta alla domanda fosse affermativa, l’aggiunta di “assolutamente” sarebbe pleonastica («Vuoi venire a vivere con me?». «Sì». E stop, sarebbe assurdo mettersi a discutere, col rischio magari che lui/lei ci ripensi), sebbene poi l’assolutezza, uscita dalla porta della logica, facilmente potrebbe rientrare dalla finestra dell’entusiastica adesione: «Assolutamente sììì!», con sibilante slancio (e magari accompagnamento di mimica facciale) su “assolutamente”, e trillo giubilante sul prolungato monosillabo finale.

Del resto anche a una risposta affermativa è possibile obiettare, limitandone l’assolutezza. Il che avviene, come nel caso della risposta negativa, quando nella domanda c’è un’attesa che la risposta delude («Davvero mi vuoi lasciare?». «Sì». «Ma non pensi ai nostri bambini…?». «Ma noi non abbiamo bambini!». «Ma potremmo averne…»). O quando c’è comunque un coinvolgimento o una sollecitudine nei confronti dell’interlocutore («Sei sicuro di voler partire proprio adesso?». «Sì». «Ma hai visto che tempaccio? Le strade sono pericolose…». In questo caso giocarsi un “assolutamente sì” servirebbe a chiarire la non negoziabilità della propria decisione – a meno di non essere alle prese con una madre/moglie/fidanzata particolarmente apprensiva che non desisterà dai tentativi di dissuasione).

Insomma, potrà non piacere – e in effetti… – ma l’uso rafforzativo di “assolutamente” in determinate situazioni ha una sua incresciosa ragion d’essere, e invero ha originato un automatismo verbale da cui nessuno può dirsi immune. Mentre non avrebbe alcun senso, e nel caso sarebbe sintomo di una patologia locutoria preoccupante, quando la risposta, affermativa o negativa, seguisse a una domanda posta unicamente per sapere, senza alcun interesse personale che non fosse quello di ottenere un’informazione: «Sei già arrivato?», «hai ritrovato le chiavi?».

Pure, anche questo tocca sentire. Un esempio fresco fresco (ma sventuratamente non isolato): durante la serata finale del Festival di Sanremo, al Bravo Conduttore che diceva «Per te è la prima volta su questo palco…», il Giovane Emergente rispondeva «Assolutamente sì» – senza punto esclamativo, forse addirittura una parola sola, il che rende la faccenda ancora più inquietante: “assolutamentesì”, come se il povero monosillabo fosse ormai fagocitato dall’ingordo avverbio intensivo e sopravvivesse quale precaria appendice.

Così precaria che infatti tende a scomparire, lasciando capo aperto all’uso olofrastico di “assolutamente”. Nel fenomeno, secondo alcuni linguisti (Luca Serianni e Giuseppe Antonelli tra i tanti), pesa peraltro la solita interferenza dell’inglese, mediata questa volta dal doppiaggio cinematografico: l’avverbio “absolutely”, molto frequente nel linguaggio colloquiale in connessione con i più svariati aggettivi e come rafforzativo di not, ma spesso usato da solo “as a strong way to say yes” (Cambridge Dictionary), per ragioni di sincronizzazione labiale – “sì” o “no” sarebbero troppo brevi – viene unilateralmente reso con “assolutamente”, anche quando l’italiano disporrebbe di una più ampia (e più precisa) gamma di soluzioni intensive, quali “certamente”, “sicuramente” ecc.

Influenzata o meno dal calco maldestro dell’originale inglese, l’ellissi di “sì” e “no” ha creato il mostro. Con il risultato che non solo il linguaggio famigliare, ma interi dialoghi a domanda e risposta – conversazioni pubbliche, interviste per lo più complici con giulivi ospiti di trasmissioni televisive o radiofoniche – sono oggi intessuti da cima a fondo di sollucheranti “assolutamente”, in un contrappuntistico rincorrersi e darsi sulla voce: «Ass… ass… asssolutamente!».

Stucchevole. Ma anche a rischio di fraintendimenti. Perché di per sé “assolutamente” non ha valore né positivo né negativo, e a volte l’intonazione e il contesto dialogico, il vissuto e le inclinazioni dei dialoganti non bastano a chiarire che cosa si intende (l’ambiguità è la stessa che avvolge l’uso – l’abuso – dell’avverbio “affatto” e dell’interiezione “grazie”; ma di questo ci occuperemo un’altra volta). Quando la domanda è, per esempio, “ti è piaciuto il film?”, la risposta “assolutamente” vorrà dire “assolutamente sì” o “assolutamente no”?

Dipende. Introdotto per consolidare un’affermazione, l’avverbio intensivo finisce così con l’alimentare l’incertezza. E, con un bell’avvitamento, l’assoluto si converte in relativo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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