LatinorumDeus ex machina e altre espressioni improprie degli aspiranti latinisti di oggi

Pronunce improbabili, flessioni sbagliate, concordanze invertite. Nel parlato quotidiano capita spesso di imbattersi in persone che prendo in prestito parole dalla lingua degli antichi romani con esiti tragici

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È “con chiare parole e con preciso latin” (aperto discorso) che il trisavolo Cacciaguida si rivolge a Dante nel XVII canto del Paradiso (vv. 34-35). Oscuro e sommamente impreciso è invece il latino in cui capita di imbattersi nel purgatorio del parlato quotidiano. Non che si debba essere tutti latinisti, ci mancherebbe. Ma se si usa il latino, almeno usarlo con cognizione di causa. E invece: pronunce improbabili (stèidium invece di stadium, giùnior al posto di junior e via anglicizzando), flessioni sbagliate (sponsors invece di sponsores), concordanze invertite (humus invariabilmente considerata maschile, ignorando che in latino esistono i femminili in -us, e trascurando che è femminile anche il corrispettivo italiano “terra”). Non solo il riso abundat in ore stultorum.

Un tipico esempio di uso improprio del latino è l’espressione deus ex machina, che (verrebbe da dire) in 101 casi su 100 si trova calata in contesti come “il deus ex machina di tutta l’operazione…”, o anche “il vero deus ex machina…” – perché gli dèi sono tanti, almeno presso i gentili, e notoriamente ci sono anche dèi falsi, addirittura può esserlo, in una blasfema imprecazione, il dio unico della religione cristiana. Ossia, in questa fuorviante accezione, deus ex machina è qualcuno che tira le fila senza apparire, che tiene in mano il pallino senza darlo a vedere, che manovra, o peggio ancora trama, nell’ombra. 

Insomma, una variante forse un po’ più insidiosa di una figura ben nota, resa in italiano con l’espressione eminenza grigia – dal francese éminence grise, con cui ci si riferiva in origine a un certo François-Joseph Le Clerc du Tremblay, che in quanto frate cappuccino vestiva il saio grigio e, privo di cariche ufficiali, esercitò grande influenza nel governo dell’Ėminence rouge Richelieu, cui spettava il saio rosso cardinalizio. Dunque, un deus ex machina alla corte di Luigi XIII?

Niente di più falso: un dio falso, questo sì. O quanto meno falsificato.

Perché il deus ex machina, in greco apò mēchanḗs theós, è originariamente un personaggio della tragedia attica, in particolare di quella euripidea, che viene fatto scendere dall’alto, su una sorta di gru (ex machina) azionata con un sistema di argani e tiranti. Compare in genere verso la fine del dramma, con la funzione di risolvere -per lo più (ma non sempre) felicemente – una trama complicata non più gestibile secondo la logica dell’intreccio. 

Per esempio nell’Ifigenia in Aulide di Euripide – in un finale perduto (quello che ci è stato conservato è spurio e di probabile manipolazione bizantina) ma di cui conosciamo tre versi tramandati dal filosofo e scrittore romano (di lingua greca) Claudio Eliano, II-III secolo dopo Cristo – è Artemide a intervenire ex machina per sbloccare la situazione di stallo in cui si svigoriscono gli Achei diretti alla guerra di Troia: una sovrannaturale bonaccia tiene ferme le loro navi sulla costa della Beozia, affinché i venti tornino a spirare la dea pretende il sacrificio della figlia di Agamennone, ma la madre Clitennestra, com’è naturale, si oppone, fino a quando Artemide le promette che la ragazza sarà segretamente sostituita sull’ara da una cerva. Ancora in Euripide, nel finale dell’Elettra è l’epifania dei Dioscuri che scioglie i nodi di un intreccio ormai troppo intricato che si sta avvitando su sé stesso e rischia di non potersi concludere. Nell’Andromaca l’intervento risolutivo è affidato alla nereide Teti, mentre nelle Baccanti il compito spetta a Dioniso, nell’Oreste a Apollo, nelle Supplici a Atena, e così via.

Per venire alla cronaca di questi giorni, una provvidenziale personificazione del deux ex machina è il rieletto Presidente Mattarella, calato all’ottava chiama su un’aula non grigia ma palesemente sorda al senso del decoro istituzionale per sciogliere l’impasse in cui l’avevano precipitata sei giorni di inconcludenti “interlocuzioni” tra leader e leaderini che si agitavano dietro le quinte (e non erano pertanto autentici dei ex machina, sebbene fallacemente – anche dal punto di vista lessicale – si presumessero tali).

Ma torniamo al tempo di Euripide. Siamo, come è chiaro, in una fase declinante dello spirito tragico più genuino – quello portato in scena da Eschilo e Sofocle, dove il meccanismo drammatico era dominato da cima a fondo dai principi di causa e effetto e tutto (tragicamente) si svolgeva sotto il giogo della intrinseca necessità. Siamo nel regno dell’estrinseco, dell’a-razionale e delle soluzioni impapocchiate. Un po’ come ai giorni nostri, nel declino della precisione comunicativa – e della precisione tout-court: oggi chiunque, orecchiando a smozzichi qua e là, può improvvisarsi medico o scienziato (il meteorologo è un evergreen, attualmente va forte il virologo). O magari latinista. Con esiti tragici (nel senso fantozziano; e qualche volta anche in altri sensi). 

“Si piglia gioco di me? Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”: è la reazione di Renzo Tramaglino, nei Promessi sposi, di fronte a don Abbondio che tenta di confonderlo snocciolandogli una sequela di “error, conditio, votum, cognatio, crimen” eccetera. I latinisti allo sbaraglio d’oggidì probabilmente non hanno l’intenzione di confonderci, ma certo hanno le idee un po’ confuse.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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