Il latte dei sogniLa Biennale di Venezia è femminile, celebra le differenze ma rifiuta gli “ismi”

La curatrice Cecilia Alemani compie il recupero colto di personalità artistiche messe da parte dalla storia, ma non lo fa per rivendicazioni di genere o in nome del politicamente corretto, bensì per ritrovare storie diverse e altrettanto importanti

dal sito della Biennale d'Arte 2022

Citando un vecchio film di Marco Ferreri immagino che molti di noi, avvezzi a commentare la Biennale da tempo, si saluterebbero così, “Ciao maschio”, tra ironia e preoccupazione.

Non sarà breve l’attesa, eppure arriverà il momento in cui non si dovranno più elencare le percentuali di donne nelle mostre o in qualunque altra attività sociale e culturale. Ad oggi, 2022, che pure sono stati compiuti significativi passi in avanti rispetto a quando l’arte era esclusivo territorio maschile (mica tanto tempo fa, gli anni ’80), dobbiamo pur concedere a una curatrice brava e colta quale Cecilia Alemani di accentrare la sua ricerca sul femminile, non tanto ai fini di rivendicazioni politiche o politicamente corretto, quanto per riportare alla luce storie “altre”, non scevre da sofferenze ed esclusioni.

Di vicende così il ’900 è pieno e in questo territorio oscuro, seminascosto, la creatività sorge libera eppure pertinente. Pensiamo alle avanguardie storiche, dal Futurismo al Surrealismo, dalla Bauhaus al Dada, studiate secondo un’ottica completamente maschilista, tranne poi accorgersi dell’esistenza di figure quali Benedetta (moglie di Filippo Tommaso Marinetti), Regina Bracci, Leonor Fini, la stessa Leonora Carrington dal cui racconto per bambini è stato tratto il titolo della Biennale Arte, “Il latte dei sogni”, black novel di storie fantastiche, esseri ibridi e mutanti.

Rinviata di un anno per le ragioni che conosciamo, ozioso supporre che ciò che vedremo a partire dal 23 aprile sarebbe stato lo stesso senza il tempo della pandemia. Cambiato senza dubbio il metodo di lavoro. Alemani ha raccontato ieri in conferenza stampa di aver dialogato con gli artisti attraverso Zoom e la differenza tra due persone che si guardano attraverso lo schermo del pc e un più canonico studio visit dove monta l’ansia da prestazione permette di approfondire temi, contenuti, rapporti persino intimi. Un ostacolo dunque può diventare un’opportunità.

Ad ascoltarne le anticipazioni – ottima la regia della conferenza stampa a Ca’ Giustinian, 40 minuti di narrazione accompagnata da immagini, politici e amministratori dovrebbero imparare che oggi si comunica così – la Biennale di Alemani va a collocarsi tra le (poche per la verità) edizioni particolarmente colte e raffinate, dove il passato è la radice del presente, si evita il rituale dell’hic et nunc che ha trasformato troppe mostre in padiglioni fieristici e si rincorrono i temi di attualità più ovvi.

“Il latte dei sogni” sta nel filone di una delle più belle biennali degli ultimi trent’anni, “Identità e alterità” curata da Jean Clair nel 1995 per celebrare il centenario, dal taglio più antropologico che critico, bollata a suo tempo dai contemporaneisti militanti come troppo conservatrice data la persistenza delle immagini e l’insistere sulla figura umana, medesimi echi si trovavano anche ne “Il palazzo enciclopedico” (2013) curata da Massimiliano Gioni, questione evidentemente di approccio, di taglio e di letture che nel caso di Alemani attraversano la sociologia, la filosofia, la scienza e la letteratura.

L’uomo (inteso come specie) è tornato al centro della riflessione nonostante sia conclamata la fine della sua centralità. Sembra un paradosso ma è così. Si recupera dunque la questione del Post Human che era stato in voga negli anni ’90 con la prepotente e irreversibile invasione della tecnologia nella nostra vita.

Nel frattempo abbiamo capito di non essere soli nell’universo: non sono arrivati gli alieni, ma il sistema dell’arte non è più (soltanto) occidentale oltre a non essere più (soltanto) maschile, e persino il femminile viene complicato da chi non si riconosce nel sistema binario. Altre geografie hanno rotto il sistema del localismo, le identità nazionali sono saltate, il rapporto con l’altro un obbligo culturale.

Sarà una Biennale di rottura? Probabilmente no, la immagino piuttosto come la definitiva messa in crisi di un modo di pensare e al contempo il rifiuto della soluzione a portata di mano. Rispetto alla politica l’arte parla di femminile e non di femminismo, di ambiente e non di ambientalismo, di etica e non di stucchevole moralismo. L’arte deve essere territorio delle differenze e delle anomalie, non soltanto al fine di riconoscere il giusto spazio a chi era stato escluso – Alemani fa il caso dell’arte programmata e cinetica che la critica ha declinato al maschile quando in Italia abbiamo avuto protagoniste importanti quali Laura Grisi, Dadamaino, Nanda Vigo, Grazia Varisco.

Una Biennale che viaggerà nel tempo attraverso le capsule disegnate e allestite da FormaFantasma. Volendo dare i numeri 213 artisti di 58 nazioni, 180 presenti per la prima volta, 26 italiani, oltre 1.400 opere. Piace che al momento del rilancio, il comando lo abbia una donna italiana per quanto cosmopolita.

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