Tendenza mattoide La narrativa di Carlo Dossi e la sua irresistibile attrazione per la pazzia

Paolo Albani racchiude in poche pagine un ritratto dello scrittore milanese estraneo agli eventi storici del suo tempo, tutto teso a studiare e a raccontare lo stravagante

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Un libro, anche esile, che dica di Carlo Dossi lo si legge punto e basta: così si torna a leggere Vita di Alberto Pisani, si tira giù dallo scaffale alto la introvabile edizione adelphiana delle Note azzurre. Insomma, si torna agli amici letterari che rimangono. Manzoni-Dossi-Gadda-Testori-Anonimo lombardo (il primo Arbasino), da una parte;  Campana-Sbarbaro-Montale-Caproni (il Caproni genovese, quello della funicolare); Verga-Pirandello-D’Arrigo-Sciascia-Consolo (l’unico, Il sorriso dell’ignoto marinaio). Milano, Genova, Sicilia. Più Manganelli, Celati e i mattoidi padani e appenninici. Sono con i grandi saggisti la ricchezza della lingua italiana.

Il libro in questione, Visionari. Briciole critiche su Carlo Dossi, è pubblicato nella Biblioteca di letteratura inutile, elegante collana della Italo Svevo editore e luogo di agili saggi e memorie, tra cui il lettore oggi può trovare piccole gioie letterarie (non tutte) e sul filo della curiosità e l’estro. Autore dell’opera è Paolo Albani, che quanto a curiosità è secondo a pochi, a giudicare dal suo cursus honorum: “autore di repertori enciclopedici su lingue immaginarie, scienze insolite, libri introvabili, istituti anomali, comici involontari, oltre che di libri di racconti”. (Tra gli altri ha pubblicato nella collana Compagnia Extra di Quodlibet I mattoidi italiani, che confesso di non aver letto: rimedierò di sicuro, dopo questo assaggio). Tutti i brevi saggi raccolti valgono la lettura: pure quello su Carlo Dossi spicca: per rifrazione e per il respiro. Non si esce indenni dalla wunderkammer a specchi di Dossi.

“Carlo Dossi è una delle divinità segrete della letteratura italiana; nell’Ottocento, poi, è una presenza assurda, come sarebbe un vulcano clandestino, un’orchestra da camera deportata nel deserto, l’elefante nell’armadio”. È Giorgio Manganelli, per chi non l’avesse riconosciuto; ed è subito al punto: l’estraneità di Dossi rispetto alla Italia post-unità e romana, umbertina: la letteratura degli stenterelli del vero che mai intesero il Manzoni e lo sfigurarono. Ancora Manganelli, a proposito dello strepitoso Vita di Alberto Pisani: “uscito al sole d’un’Italia giusto allora impegnata in una incauta [quanto incauta…] breccia di Porta Pia, uno dei pochi libri che i nostri avi potessero decorosamente presentare all’Europa contemporanea”. Ecco l’atro punto e manzoniano: Dossi è scrittore milanese e così europeo. 

(Il conte Alberto Carlo Felice Pisani-Dossi, in arte Carlo Dossi, nato nel 1849, un anno dopo l’anno fatale e illusorio, figlio di un aristocratico d’antica schiatta laureato in ingegneria, in grado di vantare una discendenza da Cesare Beccaria e così lontano cugino del Manzoni, sceglierà la carriera diplomatica e sarà sempre lettore in più lingue attento alle arti e le scienze, appassionato di archeologia. Il capolavoro della sua vita è il Dosso Pisani, la villa edificata su uno sperone di roccia con vista sul lago di Como in cui amava ritirarsi: la Casa della Vita).

Uno scrittore eccentrico e orripilato dallo scialbo degli stenterelli pietisti del verosono i germogli della gnagnera romana – e così fedele alla prosa italiana, la bella tradizione, e per dare aria alla lingua del Manzoni, che l’imbalsamazione del gran romanzo aveva reso illeggibile; e un lettore e divulgatore di vite e storie di mattoidi, l’Albani – un incontro scritto in cielo. Innanzi tutto Dossi ha pubblicato un opuscolo, nel 1884, intitolato I Mattòidi, dove si dice del concorso per il monumento romano a Vittorio Emanuele II, quel che sarà detto il Vittoriano: l’escrescenza degna di stare tra i cinque edifici più brutti e stupidi d’Europa. (L’opuscolo è stato ristampato da Scheiwiller nel 1986: lo cerco da sempre). Sopra tutto Albani rileva il sodalizio nato e cresciuto sul filo dei mattoidi tra Carlo Dossi e Cesare Lombroso, il gran maestro della antropologia criminale. Ce n’è d’avanzo a far felice il lettore.

(La ristampa dell’opuscolo di Dossi non poteva sfuggire al curiosissimo Manganelli, che ne scrive e da par suo: Un po’ di «monumenza» fa bene alla città è il titolo, dove compare il geniale neologismo monumenza. L’incipit del secondo paragrafo è memorabile e dice l’Italietta sabaudo-romana: “Una sommessa aria di demenza prese a girare per la nazione; e si vedrà poi che che l’aria era in crescendo”. Non pago, dopo aver indicato la scoperta di Dossi, “vale a dire, l’elemento di demenza che sta a fondamento del progetto monumentale”, dice il libretto di Dossi “irritabile e squisito”, e lascia alcune righe di feroce ironia e valide per ogni tipo di monumenza: “Diciamo che il Vittoriano è lo zio che beve, la zia spiritista, il cugino che vuole entrare nella Cia; gente onerosa, anche se pittoresca, ma che il comune legame del sangue ci impedisce di sopprimere”. Insomma, dei mattoidi).

Paolo Albani nella Premessa al libro mette le cose in chiaro: “In Italia, sul piano strettamente letterario, il nume tutelare delle ricerche sui mattoidi resta Carlo Dossi” – un riconoscimento, al di là dello stridìo di quel “strettamente letterario”. Sbrigati i convenevoli, mette in campo i due protagonisti: Carlo Dossi e Cesare Lombroso. “Caro, colgo l’occasione per mandarle la lettera preparata nella mente. L’edizione è bella e bellissima è la memoria; son contento d’averle fatto venire l’idea”. A scrivere è Lombroso e il “caro” si riferisce a Dossi; la lettera è del 1883; l’allusione è proprio all’opuscolo sul Vittoriano, I mattòidi. È evidente che i due corrispondenti sono già in confidenza e amabile. Albani racconta come Dossi avesse incontrato Lombroso a Pavia, dove, alla locale Università, lo studioso dopo il corso libero in Psichiatria aveva tenuto il corso in Clinica delle malattie mentali, il corso libero in Antropologia. I due erano poi entrati in corrispondenza: lo scrittore aveva letto e apprezzato L’uomo delinquente, opera dello studioso positivista, e aveva mandato una lettera di apprezzamento, con il suo libro La colonia felice. Era solo l’inizio di una lunga corrispondenza. Lombroso recensirà l’opuscolo di Dossi e non mancherà di dir bene dello scrittore lombardo. Da parte sua Dossi riferisce spesso dell’antropologo e amico nelle Note azzurre, il diario pubblicato solo dopo la morte dell’autore e in edizione integrale solo nel 1964, a cura di Dante Isella. Una scrittura privata, quindi. Sono riferimenti di benevole o velata ironia, come quando – e Albani lo riporta –  Dossi racconta che voleva proporre a Lombroso uno studio di statistica psichiatrica sulle teste scolpite dei grandi uomini. “Ogni busto è una biografia. Nella testa di Catone leggiamo la cocciutaggine, in quella di Marco Aurelio la solenne bontà, in quella di Cajo Caligola la vanitosa pazzia, ecc. È una miniera, questa, inesplorata ch’io sappia di cranioscopia”. È evidente l’ironia, sì: ma quasi al limite della burla. L’uso del luogo comune a irridere le scienze umane farà scuola.

Albani dice dell’inclinazione di Dossi per il bizzarro e lo stravagante, sottolinea il fascino per la cabala e lo stregonesco, l’amicizia con l’imbalsamatore di cadaveri Paolo Gorini: e fin qui niente di nuovo. Altra storia è dire della nevrosi di Dossi e del suo riconoscersi nella figura degli eccentrici come rilevata da Lombroso in L’uomo delinquente: non veri e propri pazzi ma “di tendenza pazzesca”, come da vari segni e sopra tutto “scrittori facili ma paradossali”. Aggiunge altri commenti sulla propria pazzia che Dossi lascia nelle Note azzurre, tra cui uno che oggi lascia del tutto indifferenti, tanto è assurto a banalità da commedia: “Non ho io forse in me stesso una popolazione di Ii [tanti Io], uno diverso dall’altro?”. Infine conclude lo scrutinio delle Note azzurre sottolineando come, alla fine, per Dossi la pazzia sia “un tessuto di saviezza con qualche scucitura”. Dove in quel scucitura c’è tutto quel che serve. Non anticiperò al lettore l’elenco e le figure dei mattoidi riscontrati da Albani nelle Note azzurre: non vale farlo. Rimane notevole e fa onore all’autore l’essersi limitato allo scrutinio e all’accertamento, senza avventurarsi in letture psico-romanzesche. Madama Pazzia è soltanto una delle figure della Wunderkammer.

Ecco uno degli angoli della camera delle meraviglie che è la prosa di Dossi, dove figura in veste di giovin scrivente: “Già, dissi; il cocco della difficoltà è il principio: che altro brama Arlecchino, quando vuol porre assieme una lèttera? Così, fatta una volta la prima, si va, ch’è un piacere, fino all’ùltima maglia; quel perioduccio, in cui abbiamo potuto, senza guastarla, accalappiare un’idea, ne invoglia a ripètere il gioco; le pàgine chiàman le pàgine; la stessa oltrepassata fatica, perchè non vada perduta, spìngene a nuova; e, a poco a poco, prendiamo la piega del fare; ancora un colpetto, èccoci artisti a màchina”. Così nasce la pura narratività.

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