Buone abitudiniCosa ha contraddistinto i Paesi che hanno contenuto il Covid meglio degli altri

Alcuni Stati hanno sono riusciti a limitare contagi e decessi durante la pandemia. Un’analisi dell’Atlantic passa in rassegna i fattori che si sono rivelati determinanti negli ultimi due anni

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La Corea del Sud è un’eccellenza mondiale in quanto a contenimento di contagi e decessi durante la pandemia. La Nuova Zelanda e il suo primo ministro, Jacinda Ardern, sono stati indicati come un esempio di straordinaria efficacia nelle misure di prevenzione. Di Svizzera, Svezia e Germania è stata lodata la resistenza agli sconvolgimenti delle loro economie.

Sono passati circa due anni dall’inizio della pandemia, in questo arco di tempo alcuni Paesi hanno dimostrato una particolare capacità di resistere a uno shock globale e trasversale: un merito che può oggi e in futuro potrà essere speso come capitale politico sulla scena internazionale, un nuovo tassello da aggiungere al soft power nazionale.

«La crisi del Covid ha sottolineato che nel 21esimo secolo, un’era piena di minacce sistemiche come il cambiamento climatico, gli attacchi informatici e le crisi economiche, il peso di un Paese a livello internazionale dipenderà anche dalla sua capacità di anticipare e assorbire gli urti, di allontanarsi dai pericoli rapidamente e sapersi risollevare dopo un momento di difficoltà», scrive Uri Friedman sull’Atlantic.

Nell’articolo, la Corea del Sud è indicata come un ottimo esempio di «governance della resilienza», un modello di straordinaria capacità di risposta alle crisi.

È sufficiente guardare i grafici sui morti per Covid (pro capite) di Stati Uniti, Regno Unito e Corea del Sud: le curve di Stati Uniti e del Regno Unito sembrano montagne rispetto alla pianura della Corea del Sud, nonostante i recenti rialzi dovuti alla variante Omicron.

La Corea del Sud ha mantenuto i decessi pro capite 40 volte più bassi fino a quando il 75% della popolazione non è stato completamente vaccinato. E questo è ovviamente un merito da attribuire alla gestione della crisi da parte del governo, della politica coreana, del sistema sanitario nazionale e di tutto l’apparato statale.

«La cosa insolita della Corea del Sud è che non solo è riuscita a contenere la diffusione del virus e a mantenere i decessi a livelli relativamente bassi, ma non ha mai forzato un lockdown completo come tanti altri Paesi», scrive l’Atlantic, sottolineando che l’assenza di chiusure ha limitato, per quanto possibile, i danni al sistema economico del Paese.

In più, Seul è riuscita a resistere senza troppi scossoni – a livello sanitario, economico, sociale – a ogni singola ondata, e oggi si è rafforzata ulteriormente grazie a un tasso di vaccinazione fra i più alti al mondo – nonostante un inizio a rilento rispetto ad altri Paesi.

«In questo modo la Corea del Sud ha accumulato soft power e influenza diplomatica in tutto il mondo, fornendo assistenza legata alla pandemia ad altri Paesi e affermandosi come un modello ampiamente riconosciuto e replicabile di come le democrazie dovrebbero far fronte al Covid-19», si legge nell’articolo.

La possibilità di applicare uno schema, un modello, una strategia standard per superare un problema come la diffusione di un virus, è una domanda che molti osservatori politici si fanno da mesi. L’Atlantic prova a individuare alcuni punti chiave, alcuni strumenti messi in campo dai Paesi che hanno contrastato in maniera efficace la pandemia, in maniera schematica.

Il primo punto è imparare dagli shock passati. Nel caso della Corea del Sud, ad esempio, è evidente che le difficoltà incontrate nel 2015 a causa del focolaio di sindrome respiratoria mediorientale (conosciuta come Mers), causata anche da un altro coronavirus, abbia fornito un bagaglio esperienziale, emotivo, tecnico, importantissimo nel 2020: ha dato fiducia al governo e ai cittadini, gli ha permesso di affrontare il Covid-19 come se fossero un passo avanti rispetto ad altri Paesi.

All’epoca la Mers colpì duramente il sistema sanitario della Corea del Sud e prese alla sprovvista il governo. Nel 2020 la lezione sembrava ancora fresca nella memoria.

Ovviamente l’esperienza non è sufficiente per definirsi “al sicuro” rispetto a un problema come una pandemia dovuta a un virus respiratorio: il governo e i cittadini della Corea del Sud hanno dimostrato una grande volontà di imparare da quelle avversità e adattare di conseguenza le loro pratiche, politiche e istituzioni. E oggi nella cassetta degli attrezzi usata da Seul per il contenimento del Covid-19 – rapidità e accessibilità nei tamponi, una sofisticata tecnologia di tracciamento dei contatti, isolamento obbligatorio dei casi gravi – ci sono molti strumenti che erano già stati adoperati con la Mers e altre precedenti epidemie, come l’influenza H1N1 del 2009.

«Potrebbe essere una lezione incoraggiante per tutti gli altri – scrive l’Atlantic – se la resilienza nasce dal tipo di difficoltà che ogni Paese ha vissuto durante questa pandemia, allora ogni Paese oggi teoricamente potrebbe avere gli strumenti per essere più resiliente in futuro».

Alcuni Paesi hanno saputo valorizzare la consulenza di scienziati e altri esperti, dalle decisioni politiche a quelle di carattere sanitario o economico.

Uno studio della fondazione Bertelsmann-Stiftung, a dicembre, si chiedeva: «Esiste una formula magica per superare la pandemia a pieni voti? Quali fattori chiave aiutano a prevenire l’erosione della fiducia pubblica nello Stato e nella democrazia?».

La risposta alla domanda probabilmente è no, o comunque non c’è una risposta unica che possa andar bene per tutti.

Ma dall’analisi svolta su 29 Paesi dell’Ocse e dell’Unione europea, la Bertelsmann-Stiftung ne ha ricavato che «i paesi che possono integrare rapidamente e con successo la consulenza di esperti nelle nuove politiche, o adeguare le politiche esistenti, tendono a rispondere meglio alle crisi». Di certo però moltiplicare la presenza di virologi e altri medici nei talk televisivi non è la soluzione più efficace. Anzi, potrebbe contribuire a creare confusione nella comunicazione tra le istituzioni e i cittadini.

Ecco, la comunicazione: le capacità e gli strumenti di comunicazione hanno giocato un ruolo determinante quando usati correttamente. È il caso della Nuova Zelanda: «È stata la più brillante per quanto riguarda le comunicazioni di crisi durante la pandemia, il suo primo ministro ha effettivamente una laurea in comunicazioni, ma anche la Corea del Sud si è distinta in questo campo, trasmettendo costantemente una strategia di contenimento coerente alla sua gente», scrive l’Atlantic.

Anche perché una comunicazione efficace può avere un impatto sulla fiducia e il comportamento dei cittadini. Nel 2020, a inizio pandemia, Francis Fukuyama – in questo articolo – sottolineava che il fattore più significativo nella performance nazionale contro la pandemia era la fiducia dei cittadini nei loro leader.

La comunicazione può essere intesa anche come coordinamento tra le varie parti dello Stato, quella comunicazione che porta le informazioni e le direttive da un’istituzione all’altra. Lo studio della Bertelsmann Stiftung lo individua come un fattore che ha contraddistinto i Paesi più efficaci nel prevenire i contagi: «In Corea del Sud gli sforzi di coordinamento nazionale si sono rivelati sensibili alle preoccupazioni locali: il governo quindi dialogava rapidamente con le autorità territoriali deputate poi a trovare soluzioni migliori a livello locale».

Quello della Corea viene inquadrato come «un sistema centralizzato ma flessibile», in cui il governo è stato in grado di istituire centri regionali per il controllo e la prevenzione delle malattie e portare risorse, operatori sanitari e funzionari della sanità pubblica nelle aree più in difficoltà. Abbiamo visto che a inizio pandemia in Italia le regioni procedevano perlopiù in ordine sparso, con i governatori a prendere decisioni anche molto distanti da quello che stabiliva Roma.

È importante sottolineare una volta di più che anche i Paesi che hanno saputo reagire meglio, o che semplicemente hanno saputo contenere i danni, sono stati colpiti in qualche modo. La pandemia iniziata circa due anni fa è stata un problema per tutti.

«Proprio per questo la resilienza di chi ne sta uscendo meglio – conclude l’Atlantic – non sta nell’assenza di fallimento: è la capacità di assorbire il danno meglio di altri unita a una robusta ripresa».

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