Una rosa keniota per San Valentino. Quasi un paradosso per l’Italia, ma in realtà un’ipotesi più che reale. A lanciare l’allarme la Coldiretti che, in occasione del Festival di Sanremo, ha sottolineato come «il rincaro dell’energia non risparmi fattori fondamentali di produzione. Un esempio sono i fertilizzanti come l’urea, passata da 350 euro a 850 euro a tonnellata (+143 per cento), e le torbe, il cui prezzo è salito del 20 per cento; mentre per gli imballaggi gli incrementi hanno colpito la plastica per i vasetti (+72 per cento), i fiori al vetro (+40 per cento) e persino la carta (+31 per cento), per i quali peraltro si allungano anche i tempi di consegna». A questi rincari si aggiunge quello dell’energia che costringe le serre a restare spente, come denuncia la sezione pugliese della Coldiretti. «I florovivaisti sono costretti a portare fiori e piante al freddo per risparmiare, costringendole ad andare in letargo. Un problema enorme per le aziende, proprio nel periodo in cui si realizza il 75 per cento del fatturato annuale», denuncia Savino Muraglia, presidente dell’associazione, al Nuovo Quotidiano di Puglia.
I rincari e la concorrenza straniera
Una situazione del genere rischia di essere un problema per molti fiori. Ad esempio le rose, che hanno bisogno di una temperatura fissa di almeno 15 gradi per fiorire così come le gerbere, mentre le orchidee hanno bisogno di almeno 20-22 gradi per fiorire, altrimenti rischiano di morire. Chi non spegne le serre è costretto suo malgrado a riconvertire la produzione. Un problema per un comparto florovivaistico che in Italia ha numeri importanti, come dimostra il fatturato di 2,57 miliardi di euro garantito da oltre 27 mila aziende, dove lavorano oltre 200 mila persone. In pratica il 5 per cento dell’intero comparto agricolo nazionale passa da qui.
«I rincari di certo non ci aiutano, visto che se tutto costa di più poi c’è il rischio questi finiscano inevitabilmente ad essere pagati dai consumatori», racconta a Linkiesta Domenico Tricarico, titolare dell’azienda Flortec di Terlizzi, città in provincia di Bari e nota per essere la “Sanremo di Puglia” per la sua produzione floreale. Prodotto principale della Flortec sono le rose recise, molto apprezzate soprattutto nel periodo di San Valentino, che evidenziano i problemi di questo piccolo segmento che soffre tantissimo la concorrenza straniera. Vanno infatti distinte le produzioni di piante da quelle dei fiori recisi, che sono fiori raccolti o tagliati e quindi smembrati dai loro steli.
Secondo le stime della Rabobank International, l’Italia detiene l’1 per cento del mercato globale dei fiori recisi, una percentuale ben distante da quella dei Paesi Bassi, leader nel settore con addirittura il 52 per cento della produzione mondiale. Nel mezzo sono tanti i leoni rampanti, Stati come Colombia, Kenya ed Ecuador dove il mercato delle rose è cresciuto molto negli ultimi anni e che hanno tra le principali mete di esportazione proprio Amsterdam. Come ha già segnalato Milena Gabanelli in una puntata di Dataroom del Corriere nel 2019, le serre di produzione nei Paesi Bassi sono calate da 1000 ettari di produzione a circa 300 negli ultimi anni, con una produzione annua di circa 1,5 miliardi di rose.
Discorso diverso invece per uno Stato come il Kenya, dove ogni anno vengono prodotti 6,4 miliardi di rose recise in piantagioni di circa 2100 ettari. «Non c’è solo questo, loro hanno delle condizioni di partenza che noi non abbiamo e probabilmente non potremo mai avere: costi di produzione e di manodopera praticamente irrisori. A queste condizioni è difficile per noi riuscire a competere», ammette Tricarico. Non deve perciò sorprendere il dato segnalato dall’Istat, che ha evidenziato come nei primi dieci mesi del 2021 le importazioni di fiori dall’estero siano aumentate del 20 per cento. Una crisi che perciò viene da lontano.
Il lungo viaggio delle rose keniote
A questo giro però un San Valentino quasi privo di fiori italiani è diventato un’ipotesi decisamente più concreta. Quale è stata la provenienza più probabile delle rose presenti tra le nostre mani? Facile, il Kenya. Il Paese centrafricano si è infatti da tempo specializzato nella produzione di rose, ormai il secondo prodotto più esportato dopo il thè. Una delle serre più grandi si trova sulle rive del lago Naivasha, a circa 150 chilometri da Nairobi.
Qui le condizioni di lavoro per le multinazionali sono particolarmente vantaggiose: come raccontava già nel 2002 il libro “Rose e lavoro. Dal Kenya all’Italia l’incredibile viaggio dei fiori”, di Pietro Raitano e Cristiano Calvi, in quest’area le aziende sfruttano sia la vicinanza del lago, indispensabile visto che per irrigare un metro quadro di rose servono 7 litri di acqua, che le misere paghe dei lavoratori, che per ogni rosa raccolta guadagnano un terzo di centesimo di euro, quasi 300 volte in meno rispetto alla paga minima di un lavoratore italiano. Le condizioni di sfruttamento, soprattutto per le lavoratrici, in tutti questi anni non sono mai cambiate: ancora nel 2020 Mary Kambo, consulente del programma Diritti del lavoro della Commissione per i diritti umani del Kenya legata all’Onu, evidenziava «la necessità di migliorare le condizioni occupazionali di tutti gli attori del settore dell’orticoltura, costretti ancora a vivere in estrema povertà».
Anche perché senza le vendite di questo periodo rischiano di rimetterci tantissimi kenioti, visto che il settore occupa direttamente 90 mila persone ma ne sfama quasi 500 mila tramite l’indotto. Per questa ragione è comprensibile la preoccupazione di Jared Obure, responsabile qualità di Red Lans Roses, che ha raccontato il viaggio dei suoi fiori in un’intervista a RFI: « I nostri fiori sono tutti destinati all’esportazione. Le rose che riusciamo a inviare via aereo rimangono in questa cella frigorifera durante l’attesa, ad una temperatura compresa tra 1 e 2 gradi. Dalla data del ritiro abbiamo cinque giorni per spedirli altrimenti diventano vecchie». L’unico rimedio è il certificato di azienda equa e solidale, un modo per poter giudicare oggettivamente le condizioni della filiera in tutte le aziende, eppure molte ne sono ancora sprovviste. Condizioni migliori significano un prodotto migliore e così a guadagnarci sarebbero tutti, produttori e consumatori.