Fondamenta teoricheIl nazionalismo ha avuto tanti padri inconsapevoli e Kedourie li mette in fila

Dall’autodeterminazione di Immanuel Kant, che pure immaginava un’umanità unita, fino alla variante collettivistica di Johann Gottlieb Fichte, il percorso intellettuale è tortuoso e inaspettato. Ma sono da ricordare anche le riflessioni di Lord Acton, che per primo avverte i pericoli della nuova ideologia

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Come ho già scritto altrove, considero questo libro uno dei più belli che abbia mai letto sul nazionalismo. In esso una rara capacità di combinare filosofia, politica e storia si associa a un linguaggio sempre cristallino anche quando i problemi sono intricati. Un realismo che non perde mai di vista la contingenza dei fenomeni storico-politici e che, proprio per questo, sa tenersi al riparo da quella che Kedourie definisce la «tentazione sociologica», ossia la tentazione di spiegare i suddetti fenomeni come espressioni di condizioni materiali o “cause generali” che operano nel profondo della storia stessa.

In questo mio breve intervento mi soffermerò soprattutto sugli aspetti, diciamo così, teorici, che Kedourie pone alla base del nazionalismo. Per la parte più specificamente storico-politica e per le diverse configurazioni che esso ha assunto in Europa, in Africa o nel Medio Oriente (i capitoli VI e VII del libro, intitolati Nazionalismo e politica) rinvio alla splendida introduzione di Alberto Mingardi.

I

Nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino leggiamo che «Il principio di ogni Sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo, nessun individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa». Ecco qui, secondo Kedourie, il prerequisito della dottrina nazionalista, preparato dall’idea illuminista che la politica dovesse cambiare la società secondo un preciso disegno razionale e che la rivoluzione francese aveva clamorosamente dimostrato come realizzabile.

Se «il principio di ogni Sovranità risiede essenzialmente nella Nazione», è ovvio che la nazione cessa di essere semplicemente il luogo dove siamo nati e diventa invece un grimaldello capace di scardinare qualsiasi ordine politico che non abbia nel principio nazionalistico il suo criterio di legittimità. Come dice Kedourie, la volontà nazionale spinge per sua stessa natura all’estremismo; diventa molto più importante di qualsiasi patto o trattato. Non a caso i sovrani europei del Diciannovesimo secolo finiscono per diventare tutti degli usurpatori ai quali non è più dovuta alcuna obbedienza; le relazioni internazionali si surriscaldano; si accendono le rivalità etniche; e tutto perché, come disse un rappresentante dell’Assemblea Costituente, «Gli incorruttibili rappresentanti del popolo francese, avendo proclamato i sacri e inalienabili diritti delle nazioni, non riconoscono altra norma che quella della Giustizia» (13).

Tutto questo, come nota con grande acutezza Kedourie, accade proprio nel momento in cui la filosofia dominante nell’Illuminismo, avendo sbaraccato Aristotele, Platone e la metafisica cristiana che avevano offerto all’Europa un principio di ordine, rendeva assai difficile e precaria la razionalità di ogni morale e quindi della stessa giustizia. Ma proprio a questo livello incontriamo quella che secondo me è l’idea più bella e originale del libro, sviluppata in almeno tre dei suoi sette capitoli: il soccorso che, secondo Kedourie, il nazionalismo riceve dalla filosofia di Kant, in particolare dal principio kantiano dell’autodeterminazione.

Seguendo Hume, Kant si rende conto che è inutile cercare di provare questioni morali attraverso i metodi usati per comprendere la natura. Le radici di tutte le perplessità che si erano palesate sin lì risiedevano proprio in questo, nel fatto che i filosofi cercavano di dimostrare le leggi della morale e della giustizia come se fossero leggi della fisica. Ma dalla conoscenza della natura non si deducono leggi morali di sorta. Nella natura non può esserci libertà. La morale dev’essere pertanto l’esito dell’obbedienza a una norma universale che va trovata all’interno di noi stessi, non nel mondo dei fenomeni. Kantianamente l’uomo è libero quando obbedisce alla legge che trova in se stesso, il famoso “dovere per il dovere”, incurante delle conseguenze e delle ricompense che possono venire dalle sue azioni. Fiat iustitia et pereat mundus: questo il senso del kantiano imperativo categorico.

Come commenta acutamente Kedourie, «Qui è evidente con particolare chiarezza quale è il ragionamento che rende l’autonomia il fine essenziale della politica. Un uomo buono è un uomo autonomo e perché possa realizzare la sua autonomia egli dev’essere libero. Così l’autodeterminazione diventa il fine politico supremo. In suo nome Kant è disposto ad accettare la brutalità; ad esso subordina tutti gli altri benefici della vita sociale; l’autogoverno è meglio del buongoverno» (29).

A questo si aggiunga un’altra importante intuizione di Kedourie rispetto alla morale kantiana, quale espressione di una «tendenza a separare la morale da storia e natura» (30). Se la morale procede dall’autodeterminazione, allora essa «non può essere ingabbiata dalle cose come esse sono. Gli unici limiti legittimi sono quelli autoimposti. Gli altri non significano nulla per l’uomo autonomo…..L’uomo libero si afferma contro il mondo; tramite la forza della sua anima lo sottopone alla sua volontà, poiché la convinzione muove le montagne; e la sua testa è sanguinante ma indomita. Questa caratteristica euforia è il prodotto dell’autodeterminazione» (30-31).

E infine: «L’autodeterminazione, scrive Kedourie, è, in ultima analisi, una determinazione della volontà: e il nazionalismo è, in primo luogo, un modo per insegnare la corretta autodeterminazione della volontà» (90).

Si può certo rimanere sorpresi negativamente dalla scarsa rilevanza che Kedourie attribuisce a Rousseau, forse il principale riferimento per il “volontarismo fanatico” dei rivoluzionari nazionalisti; mi rendo anche conto (ma se ne rende conto benissimo anche Kedourie) che Kant era del tutto estraneo a ogni logica nazionalista. Il suo pensiero morale era rivolto alla razionalità e alla volontà individuali e il suo pensiero politico era fondamentalmente repubblicano.

Tuttavia è pur vero che le idee seguono spesso percorsi che il loro artefice nemmeno immagina. Di conseguenza, almeno secondo me, non soltanto Kedourie non sbaglia affatto a leggere il nazionalismo alla luce del principio kantiano dell’autoderminazione, ma in questo modo egli ci mostra anche un lato inedito di questo principio, diciamo pure della sua Wirkungsgeschichte.

II

A tal proposito, mi sembra difficile dar torto a Kedourie allorché legge “I discorsi alla nazione tedesca” di Fichte come una variante collettivistica del principio kantiano dell’autodeterminazione. «In questa nuova teoria (quella di Fichte e Schelling), la libertà è, ancora più enfaticamente di quanto non lo fosse per Kant, uno stato interiore, una determinazione della volontà sulla base di comandi autoimposti, dal momento che nulla può esistere al di fuori della coscienza. Ma gli individui come tali sono solo apparizioni; essi guadagnano realtà solo dal momento in cui trovano spazio in un tutto. Di conseguenza, la libertà dell’individuo, che è la sua autorealizzazione, ridiede nel suo identificarsi con il tutto, l’appartenenza al quale gli conferisce la condizione di essere tale. La completa libertà consister allora nel farsi assorbire dal tutto e la storia dell’umana libertà altro non è che la storia delle lotte per raggiungere questo fine» (39-40). Ecco lo stato “in interiore homine” di cui parlerà Giovanni Gentile in “Genesi e struttura della società”.

È da questo modo di pensare che i post-kantiani deducevano la loro teoria dello stato, quale incarnazione della «coscienza universale», come pensava Fichte, o dell’«idea etica», come pensava Hegel, e della libertà come «identificazione nel tutto».

«Nel corpo organico – scrive Fichte – ogni parte conserva di continuo l’intero, ed essa stessa viene conservata per il fatto che conserva l’intero: proprio questo è il rapporto del cittadino con lo stato» (“Fondamento del diritto naturale secondo i principi della dottrina della scienza”). «Sulla base di una visione siffatta – commenta giustamente Kedourie – l’imperativo categorico, l’obbedienza al quale era per Kant responsabilità del solo individuo, che non poteva essere condivisa o passata ad altri, diventa possibile e concepibile soltanto attraverso la società. La società diventa l’essenziale precondizione di tutte le leggi della morale» (42).

Si apre qui l’affinità con il pensiero politico di Rousseau che però Kedourie non enfatizza più di tanto, dato che, secondo Fichte, proprio Rousseau non era stato capace di elaborare una teoria dello stato capace di abbracciare sistematicamente «le cose prime e le ultime». Ciò cui si aspira è insomma la Ragione sovrana e la necessità pubblica come qualcosa che assomiglia alla necessità della salvezza eterna. Per dirla con una battuta che troviamo nella voce “Fascismo” dell’Enciclopedia Italiana, firmata da Benito Mussolini, ma scritta da Giovanni Gentile: «Tutto nello stato, tutto per lo stato, niente al di fuori dello stato, niente contro lo stato»: questo l’esito totalitario del nazionalismo come «corretta autodeterminazione della volontà».

III

Fin qui i presupposti filosofici. Accanto a questi, Kedourie esamina poi alcune concrete articolazioni storiche: lo stato che diventa espressione di una e una sola nazione, l’arte e la letteratura che diventano strumenti di lotta politica; la lingua, vedi Herder e Fichte, che diventa addirittura la prova più eloquente dell’esistenza della nazione; la scuola che assurge a strumento politico dello stato al pari dell’esercito, della polizia e del tesoro; Questi, in sintesi, gli elementi che, insieme ai principi filosofici, Kedourie pone alla base del nazionalismo.

Belle le pagine in cui Kedourie dedica alla lingua, considerata da Herder e da Fichte in particolare, come il vero fondamento, la vera «prova dell’esistenza di una nazione» (73). Su questa base il nazionalismo affermerà che un gruppo che parla la stessa lingua è da definirsi una nazione e ogni nazione dovrà costituirsi in uno stato. Ingiuste dunque le frontiere che si frappongono tra popoli che parlano la stessa lingua. Come scrive Kedourie, «nella dottrina nazionalista, la lingua, la razza, la cultura e talora persino la religione diventano aspetti differenti della stessa unità primordiale, la nazione» (80).

Non posso approfondirlo in questa sede, ma è ben strano che proprio la lingua, il luogo della pluralità per eccellenza, visto che a rigore qualsiasi lingua viene parlata in modo diverso da coloro che la parlano, sia potuta diventare l’espressione della “unicità” della nazione. È vero infatti che la lingua identifica i parlanti, ma non è mai un universo chiuso; è piuttosto qualcosa che si modella, rimodella e cresce proprio grazie alla particolarità dei modi in cui viene parlata e grazie alla traduzione delle altre lingue. Altro che nazionalismo linguistico. (Cfr. S. Belardinelli, “L’ordine di Babele”, Rubbettino 2018).

A proposito dell’«unità primordiale della nazione» mi si consenta un’ultima considerazione. Nella sua bella introduzione, Alberto Mingardi considera giustamente questo libro di Kedourie come una sorta di continuazione ideale di quanto, circa un secolo prima, nel 1862, era stato scritto da Lord Acton, in un saggio intitolato allo stesso modo: “Nationalism”. Presagendo quasi profeticamente i danni che il nazionalismo avrebbe procurato al mondo intero e all’Europa in particolare, Lord Acton guardava al sistema inglese della «libertà nazionale» come l’unico modo per salvare la nazione dalle derive nazionaliste implicite nel principio francese dell’«unità nazionale», che ne faceva «il modello e la misura dello stato». Convinto che «la combinazione di diverse nazioni in uno stato è una condizione di civiltà tanto necessaria quanto la combinazione degli uomini nella società», Acton arrivò a sostenere che «gli stati sostanzialmente più perfetti includono varie nazionalità distinte senza opprimerle. Imperfetti sono invece quegli stati nei quali non si ha miscuglio di razze, e decrepiti quelli che non ne risentono più gli effetti».

Le pagine che Kedourie dedica a Stuart Mill e allo stesso Lord Acton sono la riprova di quanto egli fosse sulla stessa linea.

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