Prova di leadershipL’intransigente e inaspettato atlantismo di Enrico Letta

Il segretario del Partito democratico ha chiesto più di tutti sanzioni dure contro Putin. Una posizione chiara che aiuta il governo italiano a restare in sintonia con gli alleati, relegando ai margini gli orientamenti antiamericani di una parte della sinistra

Unsplash

Di fronte all’enormità di quanto sta avvenendo nel cuore dell’Europa, il mite Enrico Letta non si mostra per nulla mite. In questa vicenda appare il politico italiano con le idee più forti e più nette. Senza giri di parole ha detto che Vladimir Putin è il Nemico, adombrando persino una non lucidità mentale del capo del Cremlino. 

Tutti ieri in Parlamento si sono schierati contro il dittatore di Mosca (ma quanti interventi da scuola media) però nessuno è stato così duro come il segretario del Partito democratico al quale – lo si è capito – evidentemente non bastano le sanzioni adottate contro Mosca che per lui invece devono essere tali da poter «mettere in ginocchio la Russia», e non deve essere un caso se nel pomeriggio il governo ha fatto sapere che sulle sanzioni l’Italia ha la stessa posizione dell’Unione europea. E, a dimostrazione che il nostro Paese non è ambiguo, con il decreto del Consiglio dei ministri si è costruita la “mappa” dell’impegno dei nostri militari.

Poi il leader del Pd ha anche posto il tema dei corridoi umanitari e dell’accoglienza dei profughi e ha alluso a un «maggior sostegno» dei paesi democratici al governo ucraino. Un piano più articolato persino di quello esposto dal presidente del Consiglio Mario Draghi.

Ieri Letta, in questo in sintonia con Draghi, ha posto nei giusti termini l’attacco russo a Kiev: come un attacco ai valori dell’Occidente, alla democrazia, alla libertà. E, al di là delle evidenti differenze, è da intendersi in questo senso il paragone tra il 24 febbraio 2022 e l’11 settembre 2001. 

Se dunque il Donbass è la Manhattan europea, siamo dinanzi a una gigantesca guerra valoriale nella quale nulla bisogna concedere al nemico («Putin non deve vincere la guerra») pur essendo scontato che l’Occidente non vincerà con gli scarponi sul terreno ma con armi più complesse e di lungo periodo – speriamo, almeno. 

Ecco dunque che con i discorsi che sta facendo in queste ore il cattolico Letta si riconnette culturalmente e filosoficamente all’interventismo antifascista di Emmanuel Mounier e di Jacques Maritain che agli albori della Seconda guerra mondiale giustificavano e anzi evocavano l’intervento militare in difesa dei valori di umanità e di civilità e chiamavano alla presa di posizione ovviamente a favore della libertà, e lo facevano in un frangente nel quale forte era la propensione dei cattolici a collocarsi dentro l’onda reazionaria tra le due guerre. 

Sta qui il retroterra dell’antifascismo attivo di Alcide De Gasperi e la successiva scelta atlantica del leader della Democrazia cristiana e del maestro di Letta Beniamino Andreatta, nel cui solco si colloca anche Sergio Mattarella, non a caso il ministro della Difesa apprezzato dagli americani all’epoca dell’intervento umanitario nella ex Jugoslavia. A differenza di Romano Prodi che per formazione e biografia è sensibile alle ragioni della realpolitik ed è ben poco filo-americano, alla stregua di Giuseppe Dossetti, suo faro morale e politico. 

In mezzo a tanti sapientoni che pretendono di dare lezioni di politica – non mancano in questa pletora vari giornalisti politici sino a ieri esperti di virologia – il segretario del Pd sta dimostrando di non considerare l’aspetto valoriale e morale una variabile dipendente dalle circostanze, ma certe cose vengono prima della pur indispensabile intelligenza degli avvenimenti (come diceva Aldo Moro) in chiave politica. letta sta dicendo che quando si sceglie da che parte stare bisogna poi accettarne tutte le conseguenze e che non è (ancora) l’ora dei compromessi. 

Figlio di una purtroppo breve stagione nella quale prevalse la grammatica delle istituzioni sovranazionali e del multilateralismo oltre la logica dei blocchi, uno come Letta non può accettare la violazione dei diritti di un Paese sovrano senza che il mondo libero provi a dare una risposta all’altezza. Anche se fino a poco tempo fa parlava di tre guerre ingiuste dell’Occidente: in Siria, dove l’Occidente non è intervenuto; in Iraq e incredibilmente in Afghanistan.

Eppure, adesso, l’intransigentismo atlantico del capo del Pd è una posizione adulta puntellata da uomini di governo come Lorenzo Guerini ed Enzo Amendola e aiuta molto l’esecutivo italiano a restare in sintonia con gli alleati e relega ai margini gli orientamenti antiamericani storicamente conficcati nella sinistra così come nel largo stagno del cinismo politico che alligna a destra, al centro e a sinistra (emblema ne sono i gialloverdi che fanno fatica a schierarsi con la stessa nettezza)

È una prova di leadership che in modo del tutto inatteso cade sulle spalle di un segretario che su altre questioni appare incerto e timoroso ma che sulla guerra sta dando una lezione di non poco conto, un esempio di coraggio e di visione.

X