Storia di una dottrinaIl nazionalismo di Kedourie e i pericoli della politica moderna

Lo studioso britannico mette in luce, analizzando la genesi dell’ideologia, le sue radici kantiane e le distorsioni che sono sopravvenute. In particolare il suo accostamento al razionalismo, che avrebbe dato vita a vere e proprie patologie del pensiero

Ringrazio Alberto Mingardi per avermi coinvolto in questa presentazione altrimenti non avrei forse avuto occasione di leggere un libro brillante, sontuosamente servito dalla sua introduzione né di incontrare un temperamento intellettuale eccentrico e tough-minded che non conoscevo (confesso una certa preferenza per i tough-minded rispetto ai tender-minded).

Credo che Kedourie abbia ragione quando dice che la filosofia politica è la sua materia e la storia del Medio-Oriente un hobby. Questa è per me una circostanza fortunata perché so poco di storia del Medio Oriente e qualcosa di filosofia politica. In questo libro è evidente la propensione a confrontarsi teoricamente – e con profonda conoscenza di causa – con alcuni snodi concettuali decisivi nel passaggio mai abbastanza indagato tra illuminismo e romanticismo. Il nazionalismo diventa in questo senso un’occasione per fare i conti con il razionalismo della politica moderna.

Razionalismo che è molte cose insieme in una linea Burke-Oakeshott: una metafisica politica che sacrifica la realtà all’ideologia, l’esperienza a principi prestabiliti; una tesi filosofica secondo cui la teoria ha priorità sulla pratica; un approccio che alimenta il bovarismo politico degli intellettuali. Sono proprio queste le caratteristiche che secondo Kedourie fanno del nazionalismo uno stile politico razionalista, che fa valere ideologia contro storia, astrazione contro immersione, monismo contro pluralismo.

Filosofie scadenti distorcono il principio kantiano dell’autodeterminazione, individualistico e universalistico, mettendolo al servizio del particolarismo linguistico, etnico e culturale e quindi dei vincoli comunitari. La nazione è una forma politica costrittiva, o sei dentro o ne sei espulso, come mostra l’esperienza degli ebrei a Baghdad vissuta da Kedourie in prima persona.

Che l’invenzione del nazionalismo tradisca le intenzioni di Kant è innegabile, ma Kedourie fa anche riflettere su cosa nell’impianto kantiano offre risorse a questa impresa.
Citerei tre aspetti: a) l’allineamento tra il razionalismo etico e la rivoluzione, quindi l’idea che eventi politici trovino la giustificazione in filosofie; b) la pubblicizzazione della filosofia, cioè l’idea che gli accademici devono uscire dalle aule, dove Burke vorrebbe riportarli (si è spesso tentati di dargli ragione e senza dubbio Kedourie lo fa); c) la subordinazione della politica alla moralità, il moralismo, che prevede la politica debba essere governata da criteri esterni alle sue dinamiche. Sono tre ami che potremmo dire hanno pescato molti pesci, e di varie specie.

Il nazionalismo è uno di questi pesci. Estendendo la portata dell’autodeterminazione a un soggetto collettivo modellato da specifici fatti contingenti si offre giustificazione a eventi politici che vogliono affermarlo; si offrono opportunità di intervento pubblico a burocrati e intellettuali che vogliono rappresentarlo; si radica l’appartenenza politica in fatti affettivi in modo da rendere la conformità un fenomeno automatico. Ne viene fuori un costrutto dottrinario esportabile, che impone lessico e aspirazioni occidentali a esperienze e dinamiche politiche inadatte a sopportarli, con esiti distruttivi.

La costellazione di nozioni a prima vista eterogenee che Kedourie riconduce al nazionalismo trova su questo sfondo una ricomposizione. Romanticismo, idealismo, moralismo sono categorie che usa per descrivere i tratti patologici dello stile razionalista applicato alla nazione.

L’idea che la ragione non solo permette, ma richiede di cambiare il mondo secondo principi di giustizia alimenta esperimenti politici anche in contesti dove quei principi sono parole vuote; porta coloro che si percepiscono come funzionari dei suoi imperativi a agire politicamente come predicatori o ideologi, ma anche come cavalieri o soldati dell’ideale; alimenta l’aspettativa che la politica non sia una pratica autonoma e limitata, ma una missione salvifica.

Il ritratto magistrale – anche se fin troppo ostile – del colonnello Lawrence come eroe della nazione araba sintetizza bene questi tratti patologici in una sola persona. Devo dire però che aggiungere a questi tratti patologici il liberalismo mi è parso improbabile per quanto l’uso del termine sia idiosincratico. Lawrence sarebbe liberale in quanto sottovaluta la distanza tra i principi e le pratiche: non piace a Kedourie il suo ricorso alla politica come strumento di salvezza, che ne fa un romantico idealista, ma soprattutto l’attivismo correttivo cieco alle realtà caratteristico di coloro che “sognano di giorno”.

L’attivismo correttivo, però, può prendere diverse forme, non tutte idealistiche, romantiche o moralistiche.
Il nazionalismo che Kedourie avversa è un’invenzione tedesca, non c’è in Inghilterra e Stati Uniti, che non intendono la lealtà istituzionale come un imperativo culturale. Inglesi e americani ragionano sullo sfondo di libertà civili e religiose che l’autogoverno deve tutelare, mentre per i continentali è la nazionalità a garantire la libertà dei membri e l’autodeterminazione è attributo di un’identità condivisa. Un conto è pensare che la questione del governo deve essere decisa dai governati, un conto è invece dissolvere il rapporto tra governanti e governati in un costrutto comunitario che ai governati non lascia alcuna libertà se non quella di rappresentarlo.

Ignorando deliberatamente queste sfumature che ben conosce Kedourie respinge nel nazionalismo una manifestazione della modernità politica in quanto tale, trattandola come un monolite ingombrante e pericoloso, al quale si può forse soltanto girare intorno. Restando reattivo, quindi con lo sguardo rivolto all’indietro, il conservatorismo di Kedourie esclude qualsiasi possibilità propositiva e prende l’aspetto di una posizione malinconica che non riesce a elaborare il lutto della fine di principi di ordine superati. Il suo argomento resta comunque un ottimo antidoto alla politica assoluta dalla quale la modernità può essere tentata.

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