L’etica del parlare di séUn giorno mi spiegherete la vostra invincibile necessità di esprimervi, anche a pancia scoperta

C’è chi gioisce per la sospensione temporanea altrui dai social e chi invece protesta contro le battute dei professori. Nessuno che segua l’esempio di Zadie Smith. Ci si offende con poco, ormai, rasentando il ridicolo: lo sanno i bidelli che leggono la Aspesi e gli spettatori delle fiction Rai

Hummingbird

Cosa c’entra Zadie Smith con uno sceneggiato di Rai 1, e con le dodici ore di castigo che mi ha comminato Twitter, e con l’edizione di ieri di Repubblica, e coi complessi del maschio ordinario in questo secolo di eccezionalità diffusa?

Il vantaggio di pubblicare libri nella nazione in cui pubblicare libri è più garantito di quanto lo sia morire senza sofferenze accessorie è che, se parlo di che inferno sia il periodo in cui devi licenziare l’ultima bozza, anche il mio portiere (imminente il suo memoir sul consegnarmi la posta) sa di cosa si parli.

Quindi – già lo sapete – la settimana scorsa Twitter mi comunica che per dodici ore non potrò fornire alla platea i miei penzierini gratuiti. Posso leggere quelli altrui, quindi la perdita di tempo è garantita. Ne faccio un articolo (di cosa non faccio un articolo, d’altra parte). Che esce la stessa mattina, sabato, in cui alcuni entusiasti moralizzatori pubblicano la comunicazione ricevuta da Twitter: la tua segnalazione è stata preziosa, abbiamo messo in castigo quella cafona di Soncini. Sì, ha scritto che aveva un libro da chiudere, ma figuriamoci: sta piangendo per la sofferenza che le abbiamo giustamente inflitto.

All’inizio m’interesso ai tweet dei moralizzatori da un’angolazione del tipo: cosa c’è nella psiche di qualcuno la cui attenzione e il cui buonumore sono focalizzati su «questa tizia che non conosco non deve poter fare dei tweet»? Quali soddisfazioni mancate ci sono all’origine di tutto quest’interesse per quel che dice qualcuno che non sei costretto a frequentare? E come funziona: riguarda otto miliardi di abitanti del pianeta? Come trovi il tempo d’interessarti alle frasi di ogni estraneo?

Poi, però, mi ricordo di Zadie Smith, di una cosa che aveva detto tempo fa. Zadie Smith appartiene alla terza specie di scrittori. La prima sono (siamo) quelli che stanno sui social per vendere il loro prosciutto. La seconda sono (siamo) quelli che stanno sui social per perdere tempo. La terza è lei, e pochissimi altri: quelli che i social non li usano. Il che rende ancor più interessante la frase che mi è tornata in mente. Diceva Zadie che i romanzi sono costruzioni precise in cui tutto deve funzionare, in cui i personaggi devono incastrarsi, la storia deve filare: mica servono a esprimersi. Per esprimermi, concludeva, ho la mia famiglia e i miei amici.

Guardavo i tweet di questi stranissimi esseri umani convinti io soffrissi a non potermi esprimere in 280 caratteri, e – poiché ciò che crediamo degli altri non dice nulla degli altri, ma dice moltissimo di noi – pensavo: chissà come sono le loro vite. Chissà come sono le vite di chi crede io soffra quando sono in un posto in cui il telefono non prende, o quando non mi ricordo la password, o quando Twitter mi dice «oggi non puoi mettere i cuoricini». Chissà quant’è importante esprimersi.

Saranno liceali o adulti? Noialtri che abbiamo fatto il liceo nel Novecento eravamo abituati al fatto che se arrivavi a scuola in minigonna ti mandavano dal preside, e se ci arrivavi in chiesa peggio mi sento. Eravamo stati cresciuti da adulti: non conoscevamo l’espressione «dress code», ma ci era chiaro il concetto di «contesto». I liceali d’oggi, cresciuti dai piscialetto della mia età (i peggiori genitori della storia dell’umanità), s’indignano se una minigonna viene mal accolta in classe, chiedono la riforma del dress code (ma pulcina: chiedere di poter andare in classe mezza nuda implica l’abolizione di qualsivoglia dress code, se stessi più attenta nelle ore di storia ti sarebbe ormai chiara la differenza tra riformisti e rivoluzionari), costringono la preside a contrirsi davanti alle telecamere; soprattutto e prima di tutto: si offendono.

Accade infatti che la professoressa, di fronte ad allieva con pancia scoperta che si faceva un video in classe, abbia commentato «ma che stai sulla Salaria?». Lo so, non è italiano (non s’è d’altra parte mai visto un romano che parli italiano, non è che i professori facciano eccezione). Tradotto dal romano: non sei in un luogo in cui ci si prostituisce. Ieri quindi ci sono toccati i video delle proteste dei liceali (che non potranno fare il tema alla maturità perché invece d’imparare a scrivere il tema hanno trascorso le ore scolastiche a farsi riprendere con la pancia di fuori, in febbraio, con la stessa colite di Chiara Ferragni ma senza il suo umorismo).

In uno dei video più diffusi, un maschio della specie faceva presente col tono dello scoop che a lui, con la pancia fuori, nessuno chiede se stia battendo sulla Salaria. Certo che no, pulcino: con la pancia fuori battono le femmine. Chissà se tra vent’anni quello stesso liceale avrà chiaro il concetto, o se farà come noi che corriamo a convalidare le offese, terrorizzati d’apparire antiquati.

Di sicuro ha diritto d’essere scemo oggi: deve esprimersi, come altro può farlo? Persino vestirsi in maniera inappropriata è esprimersi, se hai diciott’anni. Persino offendersi lo è. Il problema è se ne hai quarantotto o cinquantotto o sessantotto, di anni.

Ieri su Repubblica c’era un articolo in cui ci si offendeva perché, in uno sceneggiato di Rai 1, un uomo diceva a una donna che puzzava, cosa inammissibile a qualunque distanza dalla Salaria ci si trovi. Non ho capito perché inammissibile, ma non importa. Cinque pagine prima, Natalia Aspesi irrideva i bidelli offesi con lei per aver scritto che, non essendo Sanremo un concorso per bidelli, non serviva fosse inclusivo. Prossimamente, proteste di bidelli con la pancia scoperta, sovrapposizione ormai totale tra licei e settimana della moda, pil in discesa ma analfabetismo in crescita.

Per secchionaggine, mi sono messa a guardare lo sceneggiato di Rai 1, “Màkari”: volevo sentire questa maschilistissima battuta. Al primo minuto, il protagonista dice che la sua relazione non può funzionare perché la fidanzata pensa troppo al lavoro. Ho idee molto precise sull’etica dell’intrattenimento: credo che l’unico dovere dei personaggi di fantasia sia quello di non annoiarmi, non certo quello di rappresentare modelli positivi e insegnare al maschio medio a non sentirsi inibito dalla donna in carriera (peraltro temo non basterebbero secoli di sceneggiati strapieni di prìncipi consorti).

Però, se proprio dobbiamo tutti esprimerci, e offenderci, e pretendere progresso nei rapporti tra i sessi, magari cominciamo dal dire «ma cosa cazzo dici» al maschio che soffre la carriera della femmina, invece che dal diritto alla pancia scoperta in febbraio. (Un tema su cui – giacché dobbiamo esprimerci – arriveranno editoriali tromboni e dolenti, quando basterebbe la foto della Ferragni in golfino Miu Miu ben sopra l’ombelico, e confezione di Imodium bene in vista).