Quesiti linguisticiEsistono rimedi italiani per l’«hangover»? Risponde la Crusca

È un termine entrato in italiano almeno dalla seconda metà del Novecento come tecnicismo medico. Oggi viene usato soprattutto dalle generazioni più giovani in contesti informali

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Alcuni lettori ci chiedono se esiste nella nostra lingua un’alternativa alla parola inglese hangover.

Risposta
Il sostantivo hangover, dal verbo to hang nel significato di ‘to be or remain in dubious suspense; to be doubtful or undecided’ [‘essere o rimanere in una dubbiosa incertezza; essere dubbioso o indeciso’] (OED) a cui è stata aggiunta la preposizione over, è un termine di origine angloamericana, la cui prima attestazione risale al 1894 con il significato di ‘a thing or person remaining or left over; a remainder or survival, an after-effect’ [‘una cosa o una persona rimasta o avanzata; un residuo o una sopravvivenza, un effetto collaterale’] (OED). Già nel 1904, nel Foolish Dictionary di Gideon Wurdz, il termine compare con il significato odierno di ‘the unpleasant after-effects of (esp. alcoholic) overindulgence’ [‘gli spiacevoli effetti collaterali degli stravizi, specialmente alcolici’] (OED), mentre nel 1934 in A puzzle for fools di Patrick Quentin si attesta anche l’aggettivo hang-overish ‘somewhat affected by a hangover’ [‘in qualche modo affetto da un hangover’] (OED).

La parola hangover è entrata anche in italiano. È registrata, infatti, nel GRADIT (che la ritiene termine specialistico del linguaggio medico) e nel Supplemento 2009 del GDLI (da segnalare, invece, l’assenza nello Zingarelli 2021, nel Devoto-Oli 2021 e nel Vocabolario Treccani) come sostantivo maschile invariabile con il significato pressoché identico a quello inglese: ‘effetto postumo di un’eccessiva ingestione di alcool o sedativi’. Il GDLI riporta come prima attestazione dell’anglicismo quella in un articolo apparso sulla “Repubblica” nel 1986:

Che cosa ci fa Jane Fonda in un letto sconosciuto, con una ragnatela di rughe sulla bella faccia che già fu di papà Henry Fonda, l’hangover dipinto negli occhi, i capelli tinti con la ricrescita visibile e un cadavere accanto […]? (Irene Bignardi, Un’assassina Jane Fonda o è soltanto ubriaca, 31/12/1986)

Tuttavia, una ricerca nell’archivio storico del “Corriere della Sera” consente di retrodatare hangover ai primi anni Cinquanta del Novecento:

Perché io avevo un “hangover”, un “hangover” terribile! Tradotta letteralmente, questa parola significa “qualcosa che ti pende sopra”, ma in realtà è un avanzo, oppure la conseguenza dell’avere, la sera prima, bevuto troppo (Hedy A. Giusti, Bevi un pelo del cane che ti ha morso la sera prima, “Corriere della Sera”, 30/8/1952, p. 3)

A metà degli anni Sessanta in un articolo del “Corriere della Sera” (Todisco Alfredo, Fanno il bucato in America i nostri panni linguistici, “Corriere della Sera”, 18/3/1965, p. 3) il termine compare insieme a “centinaia di vocaboli stranieri […] entrati a far parte del nostro idioma”. Difatti, la diffusione di hangover dagli anni Sessanta in poi aumenta considerevolmente, non soltanto in letteratura:

Chi è rimasto a Shanghai, la città perduta degli intrallazzi e dei piaceri proibiti, di quel mondo di uniformi candide, casco coloniale e, quando andavano al maneggio, per fugare l’ “hangover”, frustino alla mano? (Lamberti Sorrentino, Pekino contro Mosca, Milano, A. Palazzi, 1960, p. 214)

[al ri]sveglio si sentirà la testa grave e la bocca impastata, quella sensazione sgradevole che gli americani chiamano hangover (Paolo Monelli, O.P. ossia il vero bevitore, Milano, Longanesi, 1963, p. 91)

[…] e Chester Kallman col broncio e un hangover amaro e uno smoking pataccoso da strapazzo (o da tintoria) (Alberto Arbasino, Lettere da Londra, Milano, Adelphi, 1997, p. 83)

Ma anche in pubblicazioni scientifiche d’ambito medico, di cui si offrono solo alcuni esempi:

Quindi essi permangono a lungo in circolo, sia pure in concentrazioni subnarcotiche, sviluppando una generale azione depressiva, tanto più pericolosa, quando si tratta di individui vecchi o traumatizzati o comunque in scadenti condizioni, in quanto producono sonni post-narcotici prolungati. Il senso di malessere (hangover) può persistere per diverse ore dopo il risveglio («Acta Anaesthesiologica», XXII, 1971, p. 331)

[…] endovenosa di sostanza salina, di maionese, di caffè, di cognac, di sangue (specie di autoemoterapia) e, in un caso, di liquido organico escreto (nella speranza di ritrovare tracce amfetaminiche da rimettere in circolo per ovviare all’ “hangover” privativo) (“Annali della sanità pubblica”, XXXV, 1974, p. 949)

Caratteristici sono i cosiddetti “effetti residui” (“hangover del risveglio”) consistente [sic] in uno stato simile a quello conseguente ad una “sbornia” e, quindi, costituito da malessere generale, cefalea, senso di stordimento ecc. (Francesco Aquilar – Emanuele Del Castello (a cura di), Psicoterapia delle fobie e del panico. Comportamento, convinzioni, attaccamento, relazioni intime, livelli di coscienza, Milano, F. Angeli, 1998, p. 160)

Nel nuovo Millennio, la parola non ha arrestato la sua diffusione. La sua presenza si fa sempre più massiccia nei romanzi e in letteratura, mentre diminuisce nei testi scientifici (e dunque viene meno quella connotazione specialistica che potrebbe aver contribuito inizialmente al suo ingresso nella lingua italiana):

Lo stato di ebbrezza garantiva una temporanea “liberazione” (seguita dai micidiali mal di testa dell’hangover, il dopo-sbronza, il giorno dopo) (Patrizio Nissirio, Dettagli americani: il paese dietro la bandiera, Firenze, Liberal libri, 2002, p. 76)

La mattina seguente, con Albertina e Jean Marie sul punto di salire su una Rolls-Royce, tutta infiocchettata in onore degli sposi, una piccola orchestra avrebbe sciolto hangover e commozione con melodie carezzevoli» (Enzo Muzii, Il tempo parlerà, Torino, Aragno, 2006, p. 127)

Qualcuno ci ha fatto l’abitudine: impermeabile sgualcito, cravatta allentata, feltro cadente e occhiaie da eterno hangover» (Tommaso De Lorenzis, Mauro Favale, L’aspra stagione, Torino, Einaudi, 2012, p. 18)

Inoltre è attestata anche in ambiti d’uso giovanili, come ad esempio la musica rap (si segnala la canzone Hangover del 2016 del rapper romano Gemitaiz), e sui social. Segnaliamo alcuni esempi tratti da Twitter in cui è possibile vedere le due diverse costruzioni sintattiche più frequenti essere/stare in hangover e avere un hangover:

Buongiorno, penso di essere sveglia da almeno un’ora e sono in hangover ok [tweet di @SPRINGT4EGI del 10/5/2021]

Ti sei sbronzato pesantemente e stai in hangover? [tweet di @DavideRomano96 del 6/9/2019]

Apparentemente non ho più l’età per sbronzarmi perché ho un hangover terribile oggi [tweet di @marrtaruga del 16/5/2021]

L’uso massiccio della parola hangover e la sua conseguente registrazione all’interno dei dizionari italiani rappresenta un caso particolare, soprattutto se confrontato con la testimonianza di altre lingue, romanze e non.

Per quanto riguarda lo spagnolo parlato non solo nella penisola iberica ma anche in America Latina, Gabriel García Márquez, in un articolo apparso sul “Corriere della Sera” e tradotto da Luciano Conti, ci offre un quadro molto interessante. L’autore parla del termine cruda, cioè “malessere che si soffre il giorno dopo una sbornia”, usato all’interno di Cronaca di una morte annunciata, e ci dice che

“cruda”, naturalmente, la conobbi in Messico. In Colombia, si dice “guayabo”, ma io preferii la parola messicana, perché la nostra ha più una connotazione di rimpianto che mi infastidiva nel contesto. […] In ogni modo, se scelsi “cruda”, fu per pure ragioni di gusto personale, perché nessun altro stato d’animo ha tanti nomi tra cui scegliere in castigliano: “resaca” in Spagna […], “ratón” in Venezuela, “perseguidora” a Cuba, “chuchaque” in Ecuador. (“Corriere della Sera”, 31/5/1981, p. 3)

Continuando la panoramica, portoghese e catalano utilizzano il termine ressaca (portogh. ‘mal-estar no dia seguinte ao de uma bebedeira’ [‘malessere del giorno seguente dopo una sbronza’] da Michaelis: Moderno Dicionário da lìngua portuguesa [São Paulo, Companhia Melhoramentos, 1998]; catal. ‘mal de cap i malestar general que hom experimenta al cap d’unes hores d’haver consumit un excés d’alcohol o de drogues’ [‘mal di testa e malessere generale che viene entro poche ore dal consumo eccessivo di alcool o droghe’] dal Gran Diccionari de la llengua catalana en línia.

In romeno il termine è mahmureálă ‘starea celui mahmur; indispoziție’ [‘la condizione della sbornia; malessere’] dal Mic dictionar al limbii române (Bucureşti, Ed. Ştiintifica, 1974).

In francese, invece, si ricorre prevalentemente a due espressioni idiomatiche: avoir la guele de bois (lett. ‘avere la gola di legno’) ‘avoir la bouche rêche et empâtée, après un excès de boisson’ [‘avere la bocca ruvida e pastosa dopo aver bevuto troppo’] e avoir mal aux cheveux (lett. ‘avere dolore ai capelli’) ‘se dit du malaise extrême et de l’hébétement qui suivent d’ordinaire l’ivresse’ [‘si riferisce all’estremo disagio e stordimento che di solito segue l’ubriachezza’], entrambe registrate nel TLFi. Fuori dai dizionari, in alcuni siti internet in francese si parla anche di post-cuite e di lendemain de cuite, lendemain de fêtes. Nel Québec, invece, provincia francofona del Canada, concorrono il termine xylostomiase e l’espressione lendemain de veille. Concludiamo la panoramica sulla lingua francese con un’ultima parola piuttosto recente e non registrata dal TLFi. Si tratta di veisalgie “un terme médical inventé récemment pour désigner en langage pseudoscientifique la gueule de bois, venant du norvégien kveis, signifiant «inconfort succédant à la débauche», et du grec algia ou «douleur»” [‘un termine medico inventato recentemente per designare nel linguaggio pseudoscientifico la gueule de bois, viene dal norvegese kveis, che significa ‘sconforto dopo la dissolutezza’ e dal greco algia o ‘dolore’], che sembra essere stata coniata in lingua inglese da tre studiosi di medicina (Jeffrey G. Wiese, Michael G. Shlipak e Warren S. Browner) nell’articolo The Alcohol Hangover (“Annals of Internal Medicine”, vol. 132, n. 11, 2000, pp. 897-902; all’interno la parola è scritta veisalgia; cfr. anche qui).

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