Decenni in settimaneLa guerra di Putin ha cambiato tutto (e ce ne accorgeremo presto)

Oltre alle questioni militari, umanitarie e diplomatiche, all’orizzonte ci sono conseguenze di carattere economico, sociale e geopolitico immense: la Russia, in crisi, diventerà con ogni probabilità il vassallo della Cina, mentre l’Europa dovrà fare i conti con l’inflazione e il problema delle risorse. Il quadro dei partiti in Italia, poi, subirà cambiamenti drastici

di Gael Gaborel, da Unsplash

L’invasione e la guerra ucraina aprono scenari di lunghissimo termine per la geopolitica e spazzano via un trentennio di assurde narrazioni in Occidente. Trent’anni segnati da movimenti politici improvvisati, privi di ogni aggancio storico e culturale e sostanzialmente incapaci non tanto di governare, che è un traguardo improponibile per Lega e 5 Stelle, ma anche solo di partecipare in modo adeguato al semplice dibattito in corso.

Alcuni rilevanti cambiamenti sono ormai già evidenti.

È acclarato che la Russia, peraltro militarmente poco pericolosa alla luce di quanto si è potuto vedere, e soprattutto la Cina vedono l’occidente come un nemico storico, da contrastare in ottica di rapporti di forza per ottenere l’egemonia economica e militare sul resto del mondo.

Difficile intuire cosa significhi veramente egemonia nel XXI secolo. Come dimostrato acutamente in numerosi saggi, oggi la conquista o l’egemonia su un territorio, quando il mondo è determinato da un’economia mobile e focalizzata sui servizi, significa veramente poco o nulla se non è condivisa dalla popolazione. Nulla però potrà cancellare agli occidentali la memoria di questa barbarie, insieme con la presa di coscienza delle aspirazioni egemoniche di Russia e Cina, dopo che per anni i cantori dell’imperialismo americano e di altre facezie nostrane avevano distratto l’opinione pubblica dalle mosse già molto evidenti dei sistemi geopolitici a noi ostili.

A chi va dicendo inopinatamente “né con la Nato né con Putin” si contrappone il buonsenso generale che vede nella Nato l’unica, fondamentale, preziosa difesa da Putin (benché lontana dalla Cina). E più gli sciagurati eredi del “comunismo de noantri“ continueranno a esprimere opinioni tanto dissennate, più avveleneranno i pozzi dei loro stessi alleati politici interni.

Ci sarà da ridere a vedere le contorsioni del Partito Democratico quando, in una competizione elettorale, dovrà correre con alleati come Articolo 1 o altri partiti di estrema sinistra. Verrà facilmente attaccato e spiazzato da chi farà notare che essere al governo con chi dice “né con la Nato né con Putin” rappresenta una posizione che, nel nuovo mondo, è estremamente pericolosa: apre una falla in cui la Russia potrebbe tentare di inserirsi.

Ne consegue che presso una larghissima maggioranza di italiani la linea di politica estera europeista, atlantista e con la Nato non è più in discussione nemmeno per lontana ipotesi. Di Battista, Bersani, Fratoianni, Landini e compagnia sono, politicamente, come la peste. Chi li tocca muore (sempre politicamente) all’istante, in forza di ragioni evidenti anche all’opinione pubblica meno informata. Rimarranno come novelli Bertinotti, con un consenso sempre inferiore al cinque per cento e nessun peso politico sostanziale.

È ormai evidente che la transizione ecologica vada affrontata con gradualismo e intelligenza. Per prima cosa bisogna uscire dalle importazioni di petrolio e gas dalla Russia, e serviranno realisticamente due o tre anni e molti soldi. Spariscono spazzati via come la neve ad aprile i dibattiti su trivelle, gasdotti, tap e quant’altro, dimostrando anche qui plasticamente quanto fossero in passato ridicoli e infondati. A valle di questo obiettivo, ci si dovrà porre il tema dei costi e dei benefici della transizione ecologica.

Improvvisamente i tempi diventeranno parte integrante del dibattito, perché banalmente non avremo abbastanza soldi per gettare miliardi di euro in obiettivi forse anche necessari, ma conseguibili soltanto grazie alle risorse generate dall’economia – la quale economia non può essere strozzata indefinitamente da costi energetici esorbitanti, pena il non raggiungimento degli obiettivi stessi di taglio alle emissioni per mancanza di risorse. Saremo tutti per una volta acutamente consapevoli che il welfare, la transizione ecologica, la sanità dipendono dallo sviluppo economico e non sono diritti acquisiti atavicamente dalle opulente società occidentali, come qualcuno ha voluto inopinatamente fare credere peer mero populismo elettorale.

Per una strana ma efficace eterogenesi dei fini, questa esplosione dei prezzi dell’energia rende palese quanto dobbiamo essere attenti al tema dei costi dell’energia stessa, e quanto sia assurdo perseguire obiettivi manichei in un contesto di guerra militare ed economica nel pianeta. È una grandissima sveglia collettiva, dopo che per anni si è discusso tanto di emissioni e mai dei costi di contenimento delle emissioni, come se la questione delle risorse da impiegare per raggiungere questi obiettivi, sacrosanti in sé ma per nulla ovvi sull’asse dei tempi, fosse scontato e indifferente.

Da adesso in poi tempi e costi saranno “front and center” come dicono gli anglosassoni.

In generale avremo un tasso di inflazione molto più alto di quello vissuto negli ultimi 30 anni e più a lungo, a causa di un generale aumento delle materie prime (in alcuni casi come l’energia o il nickel si tratta di un’esplosione più che un aumento) e per la necessità di assicurarsi fonti di approvvigionamento su tutte le commodity (e non solo) protette dalle azioni geopolitiche aggressive di Russia e Cina. Saremo disposti a pagare un prezzo più alto pur di non essere ricattabili, perché abbiamo ben capito che Russia e Cina sono pronte a sfruttare, in modo cinico e indiscriminato, qualsiasi possibilità di ricatto nei nostri confronti. È la fine definitiva del processo di globalizzazione iniziato con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e con la rivoluzione del ruolo cinese nel mondo, postulata da Deng Xiao Ping pià o meno negli stessi anni.

Le implicazioni in casa nostra sono pesanti: calerà il potere di acquisto e, soprattutto, verrà intaccato il welfare così come lo conosciamo. Difficilmente le pensioni italiane, le più generose e meno sostenibili in Europa, verranno adeguate al 100% del tasso di inflazione, specie nelle fasce di prestazione più elevate. Si realizzerà in modo traumatico un aggiustamento necessario del massiccio trasferimento intergenerazionale in essere. Anche qui, una straordinaria eterogenesi dei fini: per difendere i giovani, costantemente calpestati nei loro sacrosanti diritti da partiti politici, sindacati miopi o interessati, governi per lo più orientati a sinistra per decenni, interviene in via indiretta ma abbastanza evidente la guerra scatenata da Putin e la reazione della Cina, cioè l’opposto di quel neoliberismo che veniva accusato di strozzare il welfare con le regole di Maastricht. Una cosa straordinaria e assolutamente imprevedibile.

Russia e Cina sono i nostri dichiarati nemici. La Russia sprofonda nella triste a impossibile autarchia dell’Unione Sovietica (ammesso che regga a lungo, e ci sono seri dubbi che possa succedere) mentre la Cina è totalmente smascherata nel suo disegno di egemonia mondiale, anche presso coloro che pretendevano non fosse vero, tra cui Di Maio/Grillo (per ignoranza) e D’Alema (per interesse e ideologia). Se per la Russia la scelta sarà tra diventare il vassallo, nemmeno troppo ascoltato, della Cina, a cui dovrà portare in dote materie prime e testate nucleari per poi essere abbandonato alla triste sorte dell’attuale Bielorussia, con un tenore di vita da terzo mondo – o, in alternativa, rovesciare il regime e praticare una rapidissima inversione a U diretta nel campo occidentale – la Cina invece avrà tempo, risorse economiche, potenza militare e soprattutto popolazione per ampliare il suo disegno per molti anni.

La Russia ha un Pil ante crollo di circa 1,6 trilioni di dollari contro i circa 50 trilioni dell’occidente allargato. Non può competere, anche tenendo conto che rapidamente le materie prime, unica fonte di sostentamento di un economia che (dopo 70 anni di cura comunista) risulta ancora estremamente arretrata a livello industriale, avranno un unico acquirente, cioè la Cina. La quale in breve lo farà pesare. Per i sostenitori di Vladimir Purin è un triste destino: cercano il loro spazio nella storia e nell’egemonia del mondo e si troveranno a essere non solo vassalli, ma anche vessati mercantilmente de chi oggi li incoraggia a suicidarsi.

La Cina ha un Pil di circa 15 trilioni di dollari, è in rapido sviluppo, si trova nella zona più popolata e dinamica del pianeta e riesce a coniugare crescita economica e dittatura politica in modo unico. Sarà un avversario temibile e difficile da gestire. In entrambi i casi (Cina e Russia), la dittatura consente asimmetria informativa e scarso scrutinio delle decisioni del governo da parte della popolazione, che non ha voce democratica. Questo è un vantaggio non indifferente rispetto al mondo occidentale, dove  ogni decisione politica è soggetta a scrutinio, critica e ovviamente al vaglio della popolazione. Un vantaggio che nel tempo però diventerà sempre più difficile da difendere, in un mondo in cui Putin è costretto a chiudere tutto per evitare che il suo popolo sappia anche solo cosa sta facendo e a raccontare pietose menzogne per coprire i suoi crimini di guerra.

Il costo della disinformazione cresce e la possibilità di riuscita della propaganda si abbassa nel tempo, così come il valore del nazionalismo. Il punto di partenza però non è incoraggiante, visto che in Cina il nazionalismo è molto acuto e la prospettiva di una svolta democratica lontanissima. Le Russia è iper-nazionalista, ma il suo destino è segnato senza appello. In tre-cinque anni conterà pochissimo nello scacchiere globale.

Last but not least, si assisterà a una dislocazione di capitale, ricchezza e potere senza precedenti. È prevedibile, o meglio evidente, che i detentori di bond vengano ancora di più tassati dall’inflazione a vantaggio dei detentori di attività reali come azioni e immobili, a maggior ragione in un contesto di recessione e inflazione, che forzerà i governi e le banche centrali (i cui responsabili vengono nominati dai governi) a essere molto espansivi e con tassi di interesse molto bassi.

La cosiddetta “repressione finanziaria”, cioè tassi reali negativi, resterà con noi non solo nel periodo post-Covid, ma ancora a lungo, mentre il controllo dell’inflazione derivante dalle materie prime e dalla fine della globalizzazione sarà per tutti un obiettivo meno stringente rispetto allo sviluppo economico e al controllo della disoccupazione. Quindi assisteremo a volatilità enorme (in questi giorni un crollo o un rimbalzo del 3 per cento nei prezzi delle azioni è visto con indifferenza mentre tre settimane fa faceva prima pagina dei giornali), ma anche a un trend di lungo periodo di penalizzazione dei bond a vantaggio di equity e immobili, dopo che negli ultimi 30 anni era successo l’opposto (con l’eccezione della bolla delle azioni tecnologiche, bio tech e dei grandi vincitori della transizione digitale).

Oltre che nelle asset class, l’inflazione determinerà la gestione del trasferimento intergenerazionale come conseguenza indiretta, ma evidente soprattutto in Europa e in Italia in modo plateale. Ciò che per decenni non si è mai voluto vedere diventerà inesorabilmente necessario. Non potremo in nessun modo adeguare le pensioni, soprattutto quelle di importo appena medio-alto, al 100 per cento dell’inflazione, pena l’insostenibilità del nostro sistema economico. Si farà allora per forza quanto si sarebbe dovuto fare in modo attento e programmato negli ultimi 30 anni. Ridurre è impossibile, ma aumentare poco o nulla è facile e in un contesto di inflazione elevata si tratta di una forte riduzione in termini reali. Sarà doloroso e ci saranno tensioni anche forti, ma l’esito finale è già scritto. E forse è anche giusto così.

Per contro, il lavoro protetto dal calo demografico, che è anch’esso destinato a mordere molto più di quanto si pensi nei prossimi 10 anni, verrà premiato probabilmente anche sopra il tasso di inflazione. La mancanza di lavoro qualificato e necessario, insieme alla drammatica e decennale sottovalutazione delle competenze richieste rispetto a quelle ridondanti, fa sì che le professioni più richieste (data scientist, data analyst, in generale gestione di processi complessi, ma anche badanti e personale medico/infermieristico) saranno remunerate molto bene e protette dall’inflazione, a danno di altre professioni, meno necessarie e purtroppo in Italia diffuse solo per la protezione quasi incomprensibile operata dai sindacati della scuola di ruoli obsoleti e senza alcun valore per gli stessi studenti. Anche qui, le inesorabili leggi dell’innovazione e della domanda/offerta in un contesto di straordinario cambiamento tecnologico fanno giustizia sommaria di una retorica antica e negativa per i fruitori stessi dell’istruzione secondaria.

Per fortuna il lavoro qualificato avrà finalmente forte premio sui fruitori di rendita che non lavorano e spesso sono troppo pigri o incapaci di “conoscere”; questi ultimi vedranno il proprio patrimonio erodersi inesorabilmente, forse anche rapidamente senza potersi molto difendere. Anche qui una auspicabile e fin troppo attesa rivincita, o meglio redistribuzione della ricchezza, del lavoro sul capitale improduttivo, non per merito di Karl Marx e dei suoi epigoni, e nemmeno per improbabili tasse patrimoniali auspicate senza conoscerne il funzionamento e gli effetti, ma all’opposto per merito delle forze globali e del mercato che viene ancora additato come massimo responsabile negativo di ogni nefandezza sociale.

Il XXI secolo si farà beffe di chi non ha capito che il mondo va velocissimo e con questa rivoluzione geopolitica trascina nell’oblio i miti populistici di chi non voleva vedere il cambiamento, e ha dispensato false sicurezze scambiando voti con promesse da mercante. È come mettere un dito sulla diga che si è rotta. L’ha rotta Putin con le sue bombe, ma adesso non si ripara più e inizia l’inondazione.

Soprattutto saranno profondissimi e duraturi gli effetti sulla nostra società, in cui media, sindacati e partiti hanno per decenni nascosto la triste ancorché sgradevole verità: serve creare ricchezza prima di redistribuirla, l’indebitamento dello Stato deve avere un limite e la spesa pubblica improduttiva e clientelare (di cui abbiamo recentemente creato i campioni dell’assurdo con cashback, reddito di cittadinanza e bonus 110% tutti fortemente voluti dai 5 Stelle) va criticata con forza.

Tanto per cominciare, tra meno di otto mesi si è ufficialmente in campagna elettorale. L’attuale governo avrà molte difficolta a gestire la prossima finanziaria pre-elettorale e si troverà sul tavolo l’enorme grana della politica dei redditi in epoca fortemente inflattiva. Ignazio Visco ha gia detto la sua opinione, secondo la classica teoria monetaria, per la quale lo shock inflattivo da materie prime non deve trasmettersi a salari/stipendi e tanto meno pensioni, ma in un anno elettorale la voce e le idee di Visco (che Draghi peraltro sa leggere benissimo nello stesso modo) saranno pressoché irrilevanti, come lo furono per anni quelle dei nostri ottimi governatori della Banca d’Italia, che al 31 maggio ogni anno lanciavano anatemi sulla produttività, sulla spesa pubblica e sulle pensioni per raccogliere vaghi applausi di circostanza e nulla più da quasi tutti i partiti.

Applausi regolarmente contraddetti con le norme della successiva finanziaria di lì a sei mesi, con un occhio benevolo al deficit spending corrente. Quindi a marzo 2023, quando si voterà e si eleggeranno solo 600 e non 945 parlamentari, possiamo aspettarci movimenti tellurici rilevantissimi

  • I 5 Stelle e la Lega sommati non oscilleranno più intorno al 50% ma tra il 20 e il 25%. È ipotizzabile che i 5 Stelle saranno tra l’8 e il 10%, ma forse è una stima troppo ottimista. Conte si distingue per quello che è, cioè una persona di bassissimo spessore che dice solo ovvietà, le dice peraltro male e in modo prolisso, e prospetta realizzazioni non fattibili come soluzioni geniali («Ristrutturate subito, è gratis capite, gratis!») resta l’apogeo della comunicazione contiana. Luigi Einaudi si rivolta nella tomba pensando a quel “gratis” fatto con il denaro pubblico dei contribuenti. Conte tra l’altro non ha alcun seguito e potere nel partito di Grillo e Di Maio che assurge al ruolo di statista in tanta pochezza.
  • Per la Lega la prognosi dipende dal coraggio che finora Giorgetti, Zaia e Fedriga non hanno avuto nel relegare Salvini al ruolo che gli compete, cioè di clown. Se continueranno a non trovare il coraggio, il partito scenderà tra il 13 e il 15%, aiutato dalla figuraccia planetaria di Salvini ridicolizzato da un sindaco di un paesino polacco. Non bastasse, le piazzate di Borghi e Bagnai anti-euro e anti-Europa saranno oggetto di scherno per i più buoni e di feroce polemica per i meno buoni. Banalmente, l’antieuropeismo in epoca di aggressioni imperialiste non paga, e tutti abbiamo capito che l’Europa è un baluardo e la nostra preziosa ancora di salvezza. Quindi, se si va avanti con Salvini il ritorno alla marginalità politica è assicurato. Se invece fosse esautorato – ma a patto che succeda quasi subito – il peso elettorale potrebbe aumentare, purché il nuovo leader (Fedriga) si dimostri adeguato al momento storico e tagli i ponti con il passato, con Salvini e il relativo cerchio magico, tornando a rappresentare il mondo produttivo del Nord.
  • Il Partito Democratico esce rafforzato e vincitore, ancorché al suo interno ci siano sia Giorgio Gori e Lorenzo Guerini, che hanno svolto un ruolo molto positivo meritando le lodi degli alleati americani, sia personaggi come Provenzano, Boccia, Orlando, nonché il disastroso Emanuele Felice per la politica economica, che continuano a fare ampi distinguo e soprattutto postulano la continuazione della scellerata politica di deficit spending. Bisognerà vedere se Enrico Letta nella formazione delle liste seguirà la sua nomenklatura ex Politburo (e allora si ferma al 22/23%) o se piuttosto sceglie una linea più “renziana” (parola infamante per il Pd) e allora potrebbe salire al 25-28%.
    Con ogni probabilità sceglierà la prima strada e il crinale della scelta sarà l’abiura o meno della «fantastica alleanza con i 5 Stelle». L’elettorato di centro mai seguirà il Partito Democratico su quella strada, limitandolo, come hanno ben capito Carlo Calenda e Matteo Renzi. Ma le pulsioni anti-renziane nel partito e il potere dei mandarini ex sezione Botteghe Oscure spingono certamente per l’illusione della spallata definitiva insieme ai 5 Stelle verso il mondo dell’economia di mercato, il mondo dove il controllo della spesa pubblica e della crescita economica sono visti sempre come nemici da combattere. È un’occasione storica per diventare un moderno partito di centro sinistra, ma la prognosi non è benigna, a causa del desiderio di potere e l’ideologia di pochi.
  • Per Fratelli d’Italia, Salvini ha aperto una prateria infinita. Il suo crollo sfonda le porte a un’ulteriore crescita di Giorgia Meloni, la quale però a questo punto si trova di fronte a un bivio non dissimile a quello del Pd. Può agevolmente arrivare al 22-24% raccogliendo i delusi di Salvini e chiudendosi nel recinto del becero nazionalismo, della spesa pubblica assistenziale, e di frange di nostalgica destra rafforzate dalla paura dell’orso russo oppure, all’opposto, tentare di trasformarsi in un vero partito di governo di centrodestra. Per fare questa transizione serve molto Crosetto e poco La Russa, molta cultura e poche urla, e serve soprattutto portare a bordo personalità di spessore e non yes man della prima ora, operazione in cui Fratelli d’Italia non ha, almeno finora, mai brillato. Francamente dubito che la Meloni riesca in un compito così difficile, ma avrebbe carte da giocare incredibilmente positive, visto che il nazionalismo anche fin troppo urlato finora sarà almeno in parte sdoganato dall’aggressività russa. Se approfittasse dell’occasione per urlarlo di meno e per entrare nel dibattito economico sociale, finora abbastanza trascurato dai suoi, gli spazi sarebbero rilevantissimi. La sensazione è che la Meloni lo ha intuito (vedi la visita negli Stati Uniti) ma non basta, deve saperlo anche fare e non è facile.
  • Infine il fantomatico centro. Forza Italia non ha alcuna propulsione con il declino anagrafico di Berlusconi (anche lui grande amico storico di Putin e quindi assai silenzioso). Renzi e Calenda litigano spesso e volentieri. Toti e Brugnaro cercano di farsi notare ma partono da percentuali infime. Se si trovasse una forma di accordo, il centro governerebbe sempre il Paese realisticamente spesso con il Pd, ma anche occasionalmente con la versione rinnovata di Fratelli d’Italia. Ma non succederà a causa delle ambizioni dei vari attori in gioco e del fatto che la legge elettorale non verrà mai cambiata (vedi l’opposizione viscerale soprattutto dei 5 Stelle e della Lega, che sarebbero definitivamente fuori dai giochi). Il rischio è che un centro che vale oggi almeno il 20%, se non il 25% dei voti, si trovi a essere rappresentato dal 5% dei parlamentari in una sorta di drammatica pervicace auto-determinazione all’irrilevanza elettorale. Un centro coeso (che capisco bene essere un ossimoro) con il sostegno di Bentivogli, e magari Zaia e Fedriga in fuga dalla Lega populista di Salvini/Borghi/Bagnai avrebbe il peso della vecchia Democrazia Cristiana e sarebbe dominus della scena politica italiana a lungo. Manca, purtroppo per chi scrive, l’ingrediente chiave e cioè il nome del leader e il sostegno convinto al leader di chi non lo fosse. Una mancanza grave e realisticamente molto duratura, non certo modificabile in questi nove mesi che ci separano dalla campagna elettorale.

Tuttavia, in questo quadro assai desolante alcuni fondamentali risultati positivi sono stati raggiunti anche paradossalmente per merito di Putin.

  • La sostanziale sparizione di 5 Stelle, che sarà conclamata il giorno dopo le elezioni;
  • La sostanziale sparizione delle istanze populiste e anti europeiste della Lega, già oggi conclamata;
  • L’abiura dell’”uno vale uno”;
  • La probabile fine del campo largo “Pd-5 Stelle”, che più che un campo largo sembra oggi un abbraccio mortale;
  • I vagiti ancora poco controllati di un nuovo centro europeista, atlantista, e molto distante dal partito della spesa pubblica “a prescindere”. Poco e male ma qualcosa si sta muovendo;
  • La consapevolezza comune che è meglio avere al governo Draghi competente, autorevole e ascoltato e non Conte incompetente, verboso e totalmente vuoto di contenuti;

Partendo dalle drammatiche elezioni del 2018, con il Parlamento popolato in massa da Toninelli, Ciampolillo e amici non è poca cosa. Diciamo che una legislatura iniziata nel peggiore dei modi con il Conte I, continuata con il peggior governo della storia repubblicana (Conte II) e con un Parlamento spappolato in cambi di casacca e con una qualità media pessima, finiamo con alcune consapevolezze e con Draghi alla guida nella seconda fase Covid e durante la peggiore crisi di politica estera del dopoguerra per quasi il 50 per cento della legislatura.

Non poca cosa, e per fortuna lo scorso gennaio Matteo Renzi ha tenuto duro e ha fatto saltare il banco, acquisendo un merito che gli verrà riconosciuto nella sua carriera politica molto a lungo. E per fortuna Draghi ha accettato di servire il Paese nonostante debba confrontarsi con Conte e Salvini e non più con Weidmann, Olli Rehn o Ben Bernanke. Come non capire i momenti di frustrazione.

Le elezioni sono drammaticamente vicine. Il quadro geopolitico ed economico è totalmente stravolto per almeno dieci anni. Il Parlamento del 2018 è il peggiore possibile.

Dobbiamo cercare di capire cosa c’è in gioco nel Parlamento del 2023, perché la crisi ucraina e le sue conseguenze non diventino drammatiche più di quanto lo siano già. Bisogna capire e spiegare le implicazioni di medio termine per la nostra società, per l’Italia e per l’Europa.

Il presidente ucraino Zelensky ha dimostrato che ci si deve difendere da soli, pagando un prezzo enorme per questa scelta incredibilmente coraggiosa. Noi dovremo difenderci nel modo che oggi sembra essere inadeguato, ma che resta il migliore nel mondo, vale a dire con la democrazia e con il voto. Se non lo sapremo fare, il prezzo sarà enorme anche per noi, speriamo non in termini di vite umane, ma certo in termini di capacità di garantire ai nostri figli una terra e una nazione dove i loro talenti possano crescere e prosperare.

Abbiamo, anche per merito del sacrificio degli ucraini, una grandissima occasione per crescere e superare alcuni nostri limiti endemici. Non possiamo mancare l’appuntamento non fosse altro che per onorare il sacrificio di donne e bambini innocenti a Kiev.