
In scena c’è Dostoevskij, ma purtroppo «è necessario parlare anche di Putin». Lo spiega Alberto Oliva, regista, scrittore e giornalista, ora al Teatro Parenti per l’adattamento de “Il sosia”, a opera di Fabio Bussotti con Elia Schilton: «La coincidenza temporale con l’invasione ucraina è solo un caso, non era prevista».
Al Parenti, in una settimana dedicata ai classici russi, va in scena anche la lettura di “Sanguina ancora”, il libro di Paolo Nori proprio su Dostoevskij e “Zio Vanja” di Anton Čechov, per la regia di Roberto Valerio, che ne ha curato l’adattamento. Si parla di Russia proprio mentre il clima di ostilità verso quel Paese, per ragioni più che comprensibili, è sempre più forte e porta a punte di zelo (il caso delle lezioni di Nori in Bicocca, appuno) che sfocia nel ridicolo. «Occorre ribadire quanto la cultura non c’entri con la guerra», spiega. E soprattutto quanto «Dostoevskij sia lontano da Putin e da quello che rappresenta». Lo scrittore è l’antidoto alla costruzione del nemico, alla retorica noi/loro. «Nella sua opera non ci sono personaggi buoni e cattivi, tutti sono entrambe le cose in parte e tutti possono trovare dentro di sé la possibilità di migliorare, di fare il bene, di superare se stessi».
La Russia stessa è, come ai tempi di Dostoevskij, sotto il tallone di un regime autoritario. Lo scrittore stesso «era stato arrestato e condannato per aver partecipato alle riunioni di un movimento progressista» e nei suoi libri aveva messo in scena anche queste idee, questi valori, che sono il contrario della guerra e soprattutto di una guerra di invasione. Dare la colpa al popolo russo, e soprattutto a personalità del passato, degli errori di Putin «è sbagliato». Dostoevskij, al contrario, «fa venire voglia di abbracciare tutti i suoi personaggi. Crea empatia, fa calare nel punto di vista degli altri, indaga le colpe di tutti e mette in contatto ciascuno con i lati che piacciono di meno». È un peccato che Putin non lo abbia letto, verrebbe da dire, «o se lo ha letto, non lo abbia capito».
È il caso del “Sosia”, dove si racconta la vicenda del funzionario Goljadkin, che di fronte allo specchio vede la sua immagine prendere vita e autonomia. È un romanzo dalle atmosfere allucinate, in cui non si capisce il confine tra realtà e sogno: in teatro vengono rese con una scenografia fatta tutta di specchi, tanto «che lo spettatore a volte non capisce se quella che vede è l’immagine riflessa oppure no». In più tutte le parti degli altri personaggi, ad aumentare l’elemento onirico, sono affidate allo stesso attore, Fabio Bussotti, mentre Goljadkin è Elia Schilton.
Una storia di doppi, di specchi, di sosia, che può richiamare «il rapporto tra Russia e Ucraina. Due Paesi fratelli, uguali, con la stessa storia, che si specchiano uno nell’altro e che devono cominciare – la Russia certo più dell’Ucraina – ad accettarsi».