Escalation dominanceCinque domande per capire se la minaccia nucleare di Putin è seria

Domenica il dittatore russo ha chiesto al suo esercito di alzare il livello d’allerta per sprigionare tutto il potenziale del suo arsenale. Prima di arrivare alla soluzione più letale, però, il Cremlino ha ancora diverse armi convenzionali da mettere in campo: missili cruise, missili ipersonici, sistemi antisatellite

AP/Lapresse

Mentre l’esercito russo prepara attacchi massicci contro le città ucraine, Mosca ha deciso di lanciare un segnale tutt’altro che distensivo a Kiev e il campo occidentale. Domenica scorsa Vladimir Putin ha dato pubblicamente ordine al ministero della Difesa Sergey Shoigu e al capo di Stato maggiore delle forze armate Valery Gerasimov l’ordine di alzare il livello d’allerta delle “Forze di Deterrenza Strategica”, un eufemismo per indicare, in parte, l’arsenale nucleare.

L’annuncio è stato accolto con ansia in molte capitali occidentali e manda un messaggio chiaro: il Cremlino è pronto a utilizzare qualsiasi tipo di arma nel caso la situazione dovesse degenerare.

La domanda non è «se», ma «in quale contesto»
In questa fase è necessario prima di tutto porsi la domanda giusta, che alla luce della politica militare russa non riguarda tanto un ipotetico bluff di Putin, quanto gli scenari in cui la leadership del Cremlino sarebbe disposta a utilizzare il proprio arsenale.

Le armi a disposizione di Mosca non sono assolutamente omogenee per logica di utilizzo e potenza. La Russia ha ereditato dall’Unione sovietica l’arsenale più grande del pianeta, che secondo Federation of American Scientists include 5977 testate divise in tre “sistemi di consegna”: missili balistici schierati sul terreno; missili lanciati da sottomarini; bombe (o altri vettori) portate sull’obiettivo da aerei.

Ogni lato di questa triade nucleare ha al suo interno numerose modalità operative, e le forze terrestri e aree in particolare possono contare su diversi metodi di lancio. Questa diversità è un fattore. Non solo perché garantisce la sopravvivenza dell’arsenale russo alle crisi più disparate, ma anche e soprattutto perché dà al Cremlino una certa flessibilità nel decidere la velocità con cui vuole alzare l’asticella della tensione.

In gergo, ciò vuol dire che la leadership russa ha a disposizione numerosi gradini intermedi per controllare l’escalation (escalation dominance), dove il gradino più alto sarebbe uno scambio di colpi nucleari fra Mosca e Washington.

Quest’ultima possibilità rimane comunque remota, anche alla luce dell’annuncio di Putin e dell’implementazione portata avanti dal ministro della Difesa Shoigu. Il ministro ha tradotto l’ordine del de iure comandante supremo delle forze armate con un aumento del personale nei comandi rilevanti per l’impiego del deterrente: le forze missilistiche strategiche, l’aviazione a lungo raggio e le flotte del Nord e del Pacifico.

La funzione della deterrenza
Le “Forze di Deterrenza Strategica” non includono solo le armi nucleari. Nella dottrina russa si fa una distinzione fra sistemi d’arma pensati per l’uso sul campo di battaglia e tutti quei vettori che, invece, hanno come ruolo quello di scoraggiare (agendo da deterrente, appunto) mosse da parte del nemico.

Nella prima categoria rientrano le armi nucleari definite “tattiche” (o sub-strategiche), meno potenti e montate su sistemi di lancio a media e breve gittata.

La seconda tipologia di armi – quella messa in allerta con l’ordine di domenica – include armi convenzionali con il potenziale di fare ingenti danni all’infrastruttura nemica e convincere la leadership avversaria a desistere.

Al di sotto della soglia nucleare esistono numerosi ordigni pensati a tal scopo: missili balistici o cruise (che sono più difficili da intercettare perché volano come un aeroplano, senza una traiettoria preimpostata), missili ipersonici (che viaggiando più rapidamente del suono speso sfuggono a contromisure difensive) ma anche sistemi antisatellite e jammer elettronici (disturbatori di frequenze, come il Murmansk BN, che possono interferire con dispositivi elettronici nel raggio di centinaia di chilometri quadrati).

Insomma, per far male all’Occidente esistono numerose opzioni al di sotto del livello nucleare, e i pensatori militari russi sanno bene che un utilizzo locale di armi nucleari rischia di sfociare in un conflitto su più larga scala.

In quale contesto vengono usate le armi nucleari?
Ciò non vuol dire tuttavia che non esistano scenari nei quali le forze russe non prevedano l’impiego di armi nucleari sub-strategiche.

Nonostante la distinzione fra deterrente strategico e ordigni per l’uso sul campo di battaglia, la presenza di numerosi “scalini” – o livelli – permette di integrare la minaccia nucleare nei piani militari russi. È stato fatto in numerose esercitazioni. E la dottrina nucleare firmata da Putin nel 2020 include un articolo che prevede il possibile uso di armi nucleari per porre fine a conflitti regionali combattuti con armi convenzionali.

Nella dottrina nucleare firmata da Putin si parla soprattutto di nemici con «capacità di combattimento significative» o dotate di armi di distruzione di massa. Un dettaglio non da poco in questo conflitto: Putin ha accusato l’Ucraina di volersene dotare.

Al di là della politica ufficiale, l’interpretazione data da funzionari del ministero della Difesa russi su Krasnaja Zvezda valuta l’impiego di armi nucleari come una decisione presa in ultima analisi in relazione alle «condizioni politico-militari», con massima flessibilità per la leadership politica anche in contesti dove non esiste un’immediata minaccia nucleare contro la Russia.

Chi può dare l’ordine di attacco?
Ma chi prenderebbe la decisione finale in tal caso? Quel che sappiamo è che il “pulsante nucleare” si trova nel comando centrale delle forze missilistiche, con il quale presidente può comunicare tramite una rete denominata Kavkaz. Il Capo di Stato ha accesso alla rete tramite una valigetta-terminal, il Cheget, che lo accompagna ovunque vada e tramite la quale può visionare informazioni sulla situazione nucleare e dare l’ordine di lancio.

L’esecuzione materiale, per così dire, è quindi affidata ad altri. Sappiamo anche che esistono altre due valigette, in dotazione al capo di stato maggiore Gerasimov e al ministro della Difesa Shoigu (i due a cui Putin ha comunicato l’ordine di allerta).

Quanto siamo vicini allo scenario nucleare?
In conclusione, per capire se la Russia impiegherà armi nucleari dobbiamo rispondere ad alcune domande: Mosca è convinta di poter controllare l’escalation entro livelli tollerabili? Il Cremlino crede che un’Ucraina indipendente, con o senza supporto occidentale, rappresenti un pericolo esistenziale alla sopravvivenza del regime? Esistono ancora misure strategiche convenzionali a cui le forze armate russe possono ricorrere per assoggettare l’Ucraina senza provocare la Nato?

La risposta alle prime due domande è si. Questo indicherebbe che siamo pericolosamente vicini all’evento impensabile. Ma anche la risposta alla terza domanda è positiva, e questo ci allontana almeno un po’ dallo scenario da incubo: ci sono prima altri “scalini”, si può ancora salire.

Se ciò fosse vero, non potremmo comunque tirare un sospiro di sollievo: vuol dire, semplicemente, che la Russia non sentirà la necessità di utilizzare ordigni nucleari finché potrà riversare tutte le proprie forze convenzionali sui cittadini della giovane democrazia, sfogando la furia di un sistema autoritario con metodi “tradizionali”.