Obbedienti e disorientati Guardare Futura per capire come sono davvero i giovani di oggi

Il documentario di Alice Rohrwacher, Francesco Munzi e Pietro Marcello mostra i pensieri e le opinioni di ragazzi di tutta Italia e di ogni ceto, presentando le nuove generazioni in modo diverso rispetto a quello con cui di solito vengono raccontate

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Nel 1964 Pasolini girava “Comizi d’amore”, un documentario che aveva lo scopo di fotografare l’Italia del secondo dopoguerra e le sue contraddizioni, tra desideri collettivi e spaccature in seno alle condizioni sociali ed economiche di partenza. Un dipinto culturale. Le domande che premevano allora riguardavano le reazioni e l’atteggiamento degli italiani rispetto alle spinte progressiste e libertarie del mondo in evoluzione. Ovvero, cosa pensavano davvero gli italiani a proposito di divorzio e aborto, pillola anticoncezionale e sesso? Erano favorevoli oppure no al cambiamento che fluttuava intorno alla donna e alla figura femminile? Erano tolleranti oppure no nei confronti degli omosessuali?

Oggi, a quasi sessant’anni di distanza, esce “Futura”, un documentario diretto da Alice Rohrwacher, Francesco Munzi e Pietro Marcello e prodotto da Avventurosa con Rai Cinema. I tre registi hanno attraversato la penisola tra il 2020 e il 2021, da Nord a Sud, adottando l’intervista come solo filo portante della narrazione.

Il film ricalca quindi le stesse premesse pasoliniane, tranne che i protagonisti sono i giovani, chiunque abbia tra i quindici e i vent’anni, forse perché rappresentano il nuovo grande rebus dell’epoca contemporanea, l’inedito, moderno conflitto da sviscerare, intorno al quale girano moltissime parole a vuoto, pochissime certezze e quasi nessuna risposta.

L’attenzione mediatica è sempre distratta, spostata altrove, richiamata a temi di più scottante premura: crisi economiche e di governo, pandemie, guerre, povertà, collasso climatico. Le nuove generazioni sbiadiscono sullo sfondo. Le si accosta alla rivoluzione digitale, li si vede a smanettare sugli smartphone o sui social network.

Eppure, la contraddizione alla base di questa premessa è che sono proprio i giovani a risentire delle iatture del secolo. I giovani sono le prime vittime delle emergenze che il presente sfoglia una a una, in un inquietante, distopico campionario, e sono però gli unici a non rappresentare il centro del dibattito.

Ecco perché “Futura” suona come un atto di accusa nei confronti di chi ha generato i giovani e di quei giovani non si occupa, relegandoli in un recinto d’invenzione dove sono assorbiti dalla tecnologia e poco altro, tranne quando si sfogano attraverso la violenza o la droga.

Per descrivere i giovani la comunità produce narrazioni che calcano sulle loro disfunzionalità, come le serie uscite negli ultimi anni e diventate popolari in tutto il mondo: “Euphoria”, “Baby”, “Sex Education”, “Élite”. Avere diciott’anni ed essere “normali” sembra impossibile, un paradosso. Bisogna a tutti i costi presentare situazioni di degrado, di scandalo, reiterando il presupposto che la perdita di valori e di punti di riferimento inneschi negli adolescenti l’eccesso come unica unità di misura.

I ragazzi presentati in “Futura”, invece, sono proprio questo: normali. Niente di loro comunica prese di posizione violente, sono se stessi senza rumore, senza spettacolo. Abitano la realtà in cui gli è toccato vivere accettandola per quella che è.

È un assunto controcorrente rispetto ai racconti diffusi oggigiorno, non solo dalla serialità, ma anche dagli organi di informazione: durante la pandemia, il leitmotiv sulle nuove generazioni le vedeva sempre intente a trasgredire le restrizioni, inadatte al senso del sacrificio, a frotte sulla Darsena a Milano, filmate mentre se le danno di santa ragione.

I volti che compaiono nelle riprese di Rohrwacher, Munzi e Marcello, sono intimiditi, esitanti, semplici. Che appartengano a studenti della Normale di Pisa, ad aspiranti metalmeccanici abruzzesi, alle allieve della scuola per estetiste della provincia napoletana, ad artisti di strada di Palermo, tutti restituiscono uno sguardo sulle cose privo di pretese, scevro da ogni ideologia, fondamentalmente malinconico.

Hanno ambizioni, sognano in grande – chi gioca a pugilato vuole diventare un professionista, chi frequenta l’istituto alberghiero spera di diventare chef, ciascuno conta di aprire una propria attività, di realizzarsi, insomma – ma sono anche consapevoli che in Italia non gli sarà possibile. Alzano le spalle, parlano in termini vaghi di spostarsi all’estero, scuotono la testa, no, qui non c’è futuro, qui mancano le risorse, i soldi, le imprese.

Non si capisce se lo ripetono perché lo hanno sentito dire oppure perché si sono effettivamente informati. La verità è che sembra un mantra valido a prescindere, integrato all’apparato stesso delle loro esistenze: sono stati abituati a dare per scontato che la fortuna non si trova dove sono nati.

Accostano la spensieratezza all’infanzia e per questa ragione provano ad allungarla, a diluirla il più possibile, finché interverrà il gong dell’età adulta e verranno allontanati, sparpagliati, divisi, si rassegneranno alla sofferenza.

Crescere significa smettere di essere felici.

Le riprese iniziano nel gennaio del 2020 e nessuno immagina quello che succederà nei mesi successivi: l’arrivo del covid, lo sdoganamento di misure come il lockdown, il distanziamento sociale, il coprifuoco, la chiusura di cinema, bar, ristoranti, scuole e università.

Ricominciano a girare d’estate, e l’illusoria certezza comune è che si sia trattato di un’esperienza inedita, terribile sì, ma circoscritta. Sembra che il peggio non si possa ripetere. Invece torna l’autunno e le vite di tutti vengono di nuovo sospese fino alla fine della primavera successiva.

I registi provano a incalzarli: «Siamo alle soglie dell’ennesima zona rossa. Che cosa provi, che cosa pensi?», e dagli occhi che spuntano solitari dalle mascherine si intravedono espressioni mogie: «Se la situazione è questa che cosa ci possiamo fare…», «Certo è dura, però…».

Sulle loro teste è piombata una remissione collettiva. Non c’è niente del baldanzoso egoismo che predicano i telegiornali.

Da un certo punto di vista sono gli stessi di prima, solo più sconsolati. Disposti alla resa.

È interessante anche notare la distanza che corre tra loro e i modelli generazionali precedenti: siamo abituati alle immagini dei giovani sessantottini in lotta contro la società. Interrogati invece su episodi recenti come il massacro della polizia ai danni dei manifestanti nell’estate del 2001 a Genova, gli attuali studenti della scuola Diaz rispondono che quella volta si esagerò da ambo le parti, e che la trasgressione va maneggiata con prudenza, perché è un’arma a doppio taglio.

«Ci sono delle regole da rispettare ed è giusto rispettarle», dice un gruppetto di cavallerizze di un centro equestre fuori Torino. «Ma quali regole?». «Quelle che sono scritte nella Costituzione. Se sono lì, ci sarà un motivo». «E sono tutte giuste, secondo voi?». «Beh…», tentennano, ridacchiano e alla fine dichiarano: «Sì».

Forse erano inibiti dall’approccio della modalità intervista, forse hanno giocato a recitare la parte dei bravi ragazzi, forse hanno ragione gli sceneggiatori di “Euphoria” e “Baby”: l’obbedienza nei confronti delle figure autoritarie, l’asservimento a percorsi già stabiliti è soltanto apparente, il deragliamento è dietro l’angolo.

Ma la verità è che bisognerebbe assumersi delle responsabilità di fronte a una generazione che ha attraversato una crisi dietro l’altra accompagnata da una perpetua sensazione di insignificanza, e che ora abita un disorientamento sistematico nei confronti dei propri valori, del proprio posto nel mondo, delle proprie, concrete possibilità.

«Non si può più giurare sul nome di Dio. Non possiamo più credere in Dio. Allora crediamo in noi stessi. Questa è l’unica forma di religione possibile». A parlare così è uno studente della Normale di Pisa, circondato dai suoi compagni nell’aula magna della facoltà.

Il ripiegamento sull’individualismo è dunque la sola difesa, il solo rifugio che i giovani hanno trovato per reagire e affrontare il presente. Campare alla giornata, confidando in traguardi che rappresentano la falsariga di quelli delle loro famiglie o del nucleo di prossimità. Nonostante il mondo globalizzato, comodo e denso di opportunità nel quale sono nati, il futuro non sembra affatto eccitante. Anzi, ogni tanto rappresenta un vero e proprio miraggio.

Nessuno ha citato la battaglia per il cambiamento climatico. Le manifestazioni dei Fridays for future compaiono alla fine, con l’accompagnamento della colonna sonora, quasi fossero immagini di corredo. Come se il film ci volesse comunicare: quelli non sono loro. I giovani sono altrove.

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