Cuore di tenebraIl modello Brexit dell’immigrazione? Appaltare l’accoglienza dei rifugiati al Ruanda

Il premier Johnson ha deciso di spedire a Kigali i migranti maschi single che arrivano nel Regno Unito. I primi trasferimenti partiranno a maggio. Londra pagherà i biglietti aerei e i primi tre mesi di permanenza, spendendo tra le 20mila e 30mila sterline a persona

AP/Lapresse

Aiutiamoli a casa loro. Anche se non è casa loro. Basta che non sia casa nostra. In una riga, è questo il piano del governo inglese per spedire – e quindi deportare, accusano opposizione e ong – in Ruanda i migranti illegali. Inizialmente verranno respinti così solo i maschi adulti senza figli, a prescindere dalla nazionalità: chi scappa dall’Afghanistan potrebbe trovarsi su un volo per Kigali. Più di esternalizzare l’accoglienza, si tratta di pagare per lavarsi la coscienza. Da Londra, il Ruanda riceverà subito 120 milioni di sterline. Benché più avanzata di altri Stati africani, la repubblica guidata da Paul Kagame è criticata per come reprime il dissenso.

Il primo ministro Boris Johnson combatte l’immigrazione, anche quella regolare, da quando è a Downing Street. Ha reso più difficile ottenere un visto per gli europei, con un sistema a punti. Ha pagato la Francia per pattugliare le coste normanne. Ha varato una legge, il Nationality and Borders Bill, che prevede il carcere per chi arriva illegalmente. Sono aumentati gli sbarchi via mare: 28 mila persone nel 2021, ventimila più del 2020. I numeri di quest’anno, con più di 5mila ingressi, hanno convinto i conservatori all’ennesima stretta. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza, in Italia l’anno scorso sono approdate 67mila persone.

Chi cerca salvezza nel nostro Paese proviene soprattutto da altre nazioni del Mediterraneo, in testa Tunisia ed Egitto. La maggior parte dei profughi diretti verso l’Inghilterra, invece, arriva da più lontano. Iran, Iraq, Eritrea, Siria, Vietnam, Afghanistan. È prevalente il Medio Oriente, non l’Africa, eppure è qui che i richiedenti asilo verranno mandati.

Il criterio per il trasferimento in Ruanda, risparmiato a donne e bambini, è che i maschi single siano prima transitati dalla Francia o da altri «Paesi sicuri». Difficile non passarci per salpare su un barchino di fortuna o rischiare la vita nascosti nel retro di un camion.

Johnson ha promesso che i primi transfert saranno a maggio. Verranno imbarcati i migranti arrivati da inizio gennaio. Downing Street si aspetta di riuscirne a rilocare – la terminologia dei Tories si addice più alle merci che agli esseri umani – «decine di migliaia» nei prossimi anni. Sarà il governo a pagare i biglietti aerei e i primi tre mesi di permanenza in Ruanda, dove si potrà chiedere asilo a patto di rinunciare alla domanda nel Regno Unito. Il Times ha stimato che la spesa oscillerà dalle 20 alle 30mila sterline a persona.

Cosa succede dopo? A Londra non interessa troppo, non lo ritiene più un suo problema. I tre mesi coperti dai fondi britannici sono quelli in cui, in teoria, la repubblica africana esaminerà le domande d’asilo. In caso positivo, verrà concesso un permesso di soggiorno di cinque anni. In caso di diniego, per esempio per precedenti penali, di fatto scatta il rimpatrio nel Paese d’origine. Se la trafila burocratica si ingolfasse, questa triangolazione rischia di trasformare il Ruanda nell’ultima fermata del viaggio della speranza.

Il Regno Unito non solo esternalizza l’accoglienza, come ha fatto l’Unione europea con la Turchia, ma paga un Paese terzo per accollarsi le responsabilità. Una specie di export di disperati. Ci sono gravi storture: un profugo partito dall’Afghanistan o dall’Iraq, per l’attuale normativa, può chiedere asilo solo dal suolo britannico, ma raggiungere l’isola, in base ai nuovi criteri, equivale a rendere inammissibile la domanda. È un vicolo cieco. In linea d’aria, Londra dista da Kigali 6,591 chilometri: mille più di Kabul, duemila più di Teheran e il doppio di Aleppo.

Perché proprio il Ruanda, allora? La risposta più semplice è che è l’unico Paese ad aver accettato. Ha negoziato il patto Priti Patel, ministra dell’Home Office dell’ala destra dei conservatori. La repubblica è entrata nel 2009 nel Commonwealth, di cui ospiterà il summit a giugno, e può darsi voglia compiacere Londra. Ma le ragioni sono soprattutto economiche. Kigali conta sull’afflusso di denaro stabile da una superpotenza finanziaria. Le cifre non sono ancora pubbliche, ma saranno legate al numero di trasferimenti e c’è già un fondo da 120 milioni di sterline per progetti educativi.

«Il Ruanda somiglia alla Svizzera dell’Africa, ma è un posto estremamente repressivo e spaventoso», ha detto alla BBC Michela Wrong, autrice di un libro sul Paese. C’è il W-iFi, una copertura vaccinale della popolazione al 60% e un parlamento a maggioranza femminile, è vero, ma vengono pure messi in galera gli Youtuber che criticano il presidente Kagame, al potere dal 2000, fine della guerra civile. Con percentuali plebiscitarie, ha modificato la costituzione per candidarsi dopo il secondo mandato, scaduto nel 2017, ed è stato regolarmente rieletto.

I sostenitori di Kagame spiegano i risultati con l’ascendente popolare di uno «statista», ma gli analisti sollevano dubbi sul funzionamento della democrazia ruandese. «Nel corso degli scorsi decenni – ha scritto per esempio Amnesty International – lo spazio politico e il processo elettorale in Ruanda sono stati caratterizzati da restrizioni delle libertà di associazione e assemblea, attacchi mirati contro i leader dell’opposizione, omicidi, sparizioni e processi politici che hanno indebolito la società e i media».

Una delle figure più note del Paese è Paul Rusesabagina, che ha salvato più di mille persone negli anni del genocidio dei Tutsi. Hollywood nel 2004 gli ha dedicato un film, Hotel Rwanda, con diverse nomination agli Oscar. Nel 2020, secondo quanto denuncia la sua famiglia, Rusesabagina è stato rapito da Dubai e portato in Ruanda, dove è stato condannato a 25 anni di carcere per il presunto sostegno a un gruppo ribelle. «Il Ruanda è una dittatura, non c’è libertà di parola, non c’è democrazia», ha detto alla Bbc sua figlia, Carine Kanimba.

«Siamo un posto sicuro, teniamo al rispetto dei diritti umani come ogni altra nazione» ha assicurato ai media inglesi il portavoce di Kigali. Il Paese africano più densamente popolato, per ora, ha solo 50 stanze per chi atterrerà dal Regno Unito. Possono accogliere al massimo cento persone. Un nuovo complesso di palazzine dovrebbe triplicare questa (scarsa) capacità ricettiva. Il paradosso è che proprio l’anno scorso il governo inglese ha espresso le sue preoccupazioni davanti all’Onu per «le continue limitazioni ai diritti civili e politici e alla libertà di stampa», testuale, nel paese dove ora intende spedire i migranti.

Il Regno Unito non è il solo, né il primo, a varare strategie simili. Ci ha provato anche la Danimarca, proprio con il Ruanda. «Tentativi xenofobi e inaccettabili» li ha definiti l’Unione africana. Ha protestato anche la commissione europea. Così il memorandum firmato dal ministro socialdemocratico Matthias Tesfaye è rimasto lettera morta: finora, zero trasferimenti in Africa. La Danimarca, in compenso, ha revocato il permesso di soggiorno a migliaia di siriani, sostenendo che possano tornare a Damasco, mentre si prepara ad accogliere centomila profughi ucraini.

Tra respingimenti e centri di detenzione, l’Australia ha fatto scuola negli ultimi vent’anni. Queste politiche sono costate, solo nel 2021, 460 milioni di sterline a Camberra, ma sono state spostate solo 239 persone. Una spesa media di quasi due milioni ciascuna. Anche Israele ha un accordo con due paesi: i nomi sono secretati, ma secondo i media si tratta proprio di Ruanda e Uganda. Chi viene respinto da Tel Aviv può scegliere se tornare a casa o accettare un pagamento di 3,500 dollari e un biglietto aereo per l’Africa.

Secondo un sondaggio di YouGov, il provvedimento di Johnson piace solo al 35% degli elettori ed è avversato dal 43% di loro. Anche l’esecutivo si è spaccato, se per farlo passare Patel ha dovuto usare un meccanismo che scavalcasse l’opposizione dei funzionari dell’Home Office. I conservatori potranno anche stanziare 50 milioni di sterline per armare la marina e intercettare i barchini sulla Manica, ma – secondo una proiezione in esclusiva del Telegraph – il partito crollerà alle elezioni locali di maggio, perdendo più di ottocento seggi a favore dei laburisti.