Diario della resistenzaL’orrore di Mariupol raccontato dalla moglie di un soldato ucraino

Yuliia Fedosiuk ha 29 anni ed è sposata con Arseniy, militare del battaglione Azov che proprio in questi giorni sta lottando nella città del sud-est del Paese: «Il loro appello è rivolto ai Paesi dell’Unione europea, chiedono di tirarli fuori da quell’inferno, a partire dai cittadini feriti e indifesi a cui le armate russe non consentono di scappare»

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«Gli ucraini non perderanno la speranza nemmeno davanti a tutto l’orrore e la distruzione di Mariupol, la resistenza non si fermerà». Yuliia Fedosiuk ha 29 anni ed è sposata con Arseniy, anche lui 29enne, soldato del battaglione Azov che proprio in questi giorni sta lottando a Mariupol in un teatro di guerra fatto di macerie e sangue.

Yuliia risponde al telefono da Roma. Dice che da otre due mesi vive un misto di paura e speranza: gli attacchi russi sul territorio della sua Ucraina sono terribili, ma non smette di pensare nemmeno per un minuto che gli ucraini possano avere il futuro che vogliono e che meritano.

Il battaglione Azov in cui combatte suo marito in questo momento rappresenta l’ultima resistenza all’offensiva russa a Mariupol. Il porto del sud-est del Paese è stato definito la «Aleppo europea» dall’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Unione europea, Josep Borrell. Una città rasa al suolo, che però ancora può essere salvata. Della simbolica acciaieria Azovstal costruita nel 1933, all’inizio dell’epoca sovietica, è rimasto ormai poco più che la carcassa, ma al suo interno trovano riparo circa 600 soldati feriti e mille civili, protetti dal labirinto delle camere sotterranee. In tutta la città, invece, si stima che rimangano circa 100mila persone. Ma per tutti le condizioni di vita sono critiche: giovedì le autorità locali hanno dichiarato Mariupol vulnerabile alle epidemie, a causa delle spaventose condizioni sanitarie in gran parte della città e dal fatto che ci sono ancora migliaia di cadaveri ai bordi delle strade.

«L’appello di Arseniy e degli altri soldati che sono con lui è rivolto ai Paesi dell’Unione europea, chiedono di tirarli fuori da quell’inferno, a partire dai cittadini feriti e indifesi a cui le armate russe non consentono di scappare», dice Yuliia, che tutti i giorni dialoga con il marito.

Possono tenersi in contatto con discreta frequenza grazie ai modem di Starlink, il servizio di internet satellitare della SpaceX di Elon Musk. «Possiamo chattare, ma non possiamo parlare, non sento la sua voce perché la qualità della connessione non ce lo consente». Non è sempre stato così: «A inizio mese – aggiunge – non l’ho sentito per una settimana, ed è stato terribile perché non c’era modo di avere informazioni, e in generale tutte le notizie che arrivavano dal fronte non erano di prima mano quindi non sempre ci si poteva fidare. Pregavo tutti i giorni perché fosse ancora vivo».

Mercoledì mattina alcune decine di persone, soprattutto mogli, sorelle e madri dei soldati del battaglione Azov hanno manifestato a Kiev per chiedere corridoi umanitari a Mariupol, per evacuare i civili e i militari feriti. Si sono dipinte il viso di rosso, come il sangue dei loro compatrioti e familiari. Hanno intonato l’inno nazionale e scandito slogan rivolti al governo di Kiev, all’Onu, alla Croce Rossa: «Salvate Mariupol», «Salvate i bambini», «Salvate i nostri soldati», «Salvate Azovstal».

Il timore di molti ucraini come Yuliia che hanno contatti diretti con chi sta al fronte è che l’orrore di Mariupol possa ripetersi anche altrove, in altre città.

«Arseniy e gli altri soldati del battaglione Azov sanno che le forze russe non si fermeranno: l’armata russa, dicono, è disposta a proseguire questa strage in tutto il Donbass e tutta la parte orientale dell’Ucraina», dice Yuliia.

Yuliia è originaria di Leopoli, città dell’Ovest dell’Ucraina, ma si è trasferita a Kiev una decina d’anni fa per finire l’università e per muovere i primi passi nel mondo del lavoro. Nella capitale ha conosciuto Arseniy, ma nel 2014 lui ha seguito il battaglione Azov nel Donbass. «Per molti anni l’ho visto appena 4 o 5 volte l’anno, non di più», spiega Yuliia.

Sul ruolo del battaglione Azov in Donbass negli ultimi otto anni si è parlato molto. Si è parlato dell’estremismo di destra, delle aggressioni ai cittadini filorussi, dei metodi brutali e violenti. Ma spesso sono generalizzazioni, spesso i racconti sono esagerati, spiega Yuliia.

Dopotutto, in ogni situazione di conflitto l’entropia dell’informazione schizza alle stelle. Come è accaduto dall’inizio dell’invasione russa del 24 febbraio. E tra fake news, propaganda russa e altre negligenze dei media, per un cittadino comune è difficile farsi strada nell’enorme rumore di informazioni che circolano. «C’è una parte dei media e dei giornalisti che sta facendo buon lavoro, raccontano la guerra dal fronte o con equilibrio – dice Yuliia – ma in troppe testate ci sono infiltrazioni della propaganda russa, si sentono finti esperti che parlano a sproposito di neonazismo dell’Azov, tutto questo inquina il dibattito e non aiuta a capire la realtà».

Ora che è in Italia, Yuliia vive a Roma in un appartamento insieme ad altre tre donne, tutte mogli di soldati del battaglione Azov arrivate nella capitale italiana grazie ad alcuni amici che vivono qui da tempo.

Dall’Italia spera di aiutare a diffondere meglio il messaggio di aiuto che ogni giorno arriva da suo marito: «Vogliamo dire a tutta l’Italia e all’Europa che Putin non si fermerà con l’Ucraina, è un nemico della civilizzazione e dei valori occidentali. Noi ucraini ora vogliamo combattere, vogliamo vincere la nostra guerra, ma abbiamo bisogno dell’aiuto degli Stati europei. E speriamo che arrivi presto l’embargo alle fonti energetiche russe, che ancora finanziano lo spargimento del nostro sangue».

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