Manifesto per il libero pensieroLa forza del politicamente corretto è di essere impermeabile al ridicolo

Le battaglie linguistiche, il virtue signalling, il conformismo suscettibile dei social sono tutti segni di un’epoca dove la possibilità di esprimersi viene messa a dura prova, spiegano Paola Mastrocola e Luca Ricolfi nel loro ultimo libro (La Nave di Teseo), dove individuano anche una via d’uscita

di Engin Akyurt, da Unsplash

In questo clima la libertà di espressione declina non tanto perché le suscettibilità offese possono ricorrere alla magistratura, naturalmente sensibile allo spirito del tempo, per punire ogni manifestazione giudicata lesiva della propria sensibilità, autostima, reputazione, onorabilità; ma perché sono le stesse istituzioni pubbliche e private a provvedere autonomamente a sanzionare i reprobi, senza aspettare la condanna della magistratura, sulla sola base della violazione di codici aziendali o etici più o meno espliciti.

Al posto della censura classica e pubblica (ma ancora fatta da persone in carne e ossa), che ritira i libri e vieta ai minorenni i film scabrosi, si installa un nuovo tipo di censura, tecnologica e privata, non di rado fondata su algoritmi e programmi di intelligenza artificiale, incaricati di scovare ogni contenuto o parola potenzialmente lesiva di qualche principio etico assoluto, o di qualche sensibilità – individuale o di gruppo – giudicata degna di protezione. Con un esito paradossale: i codici etici, indispensabili a qualsiasi soggetto che svolga attività di interesse pubblico, rischiano di trasformarsi in strumenti di censura, o di imposizione delle visioni del mondo dominanti.

E non si pensi che si tratti soltanto di prescrizioni di bon ton, o della preoccupazione di proteggere persone e istituzioni da calunnie, diffamazioni, ingiurie, aggressioni verbali. No, lo zelo con cui grandi industrie, associazioni e istituzioni varie sorvegliano i nostri comportamenti verbali non conosce limiti e confini.

L’Associazione americana dei produttori di materiali audio (PAMA) ha pensato che, al giorno d’oggi, non si poteva continuare a parlare di jack “maschio” e jack “femmina”. E nemmeno a chiamare “prese master-slave” certe ciabatte con derivazioni multiple.

Ed ecco il rimedio: d’ora in poi, in uno “spirito di inclusività e coerenza”, il jack maschio sarà chiamato plug (spina), quello femmina socket (presa). Quanto alla dicotomia master-slave, usata anche dagli informatici per distinguere un computer principale da uno subordinato, la si dovrà sostituire con una serie di dicotomie alternative, più democratiche e inclusive: primary/secondary, main/subordinate, director/performer, leader/follower, eccetera eccetera.

Il politicamente corretto pretende di proteggerci non soltanto dall’uso di termini offensivi, sessisti o razzisti rivolti a soggetti viventi, ma anche dall’uso di termini sessisti-razzisti-discriminatori che riguardano oggetti inanimati. La sorveglianza sulla correttezza del linguaggio deve essere totale, la punizione e rieducazione dei reprobi devono essere puntuali. Lo sottolinea con forza Karrie Keyes, direttrice esecutiva di SoundGirls (le “ragazze del suono”), che non riesce a nascondere la sua soddisfazione per le nuove regole promosse dall’associazione dei produttori audio (PAMA), ma deve ammettere che la strada è ancora lunga:

Un plauso per PAMA che cerca di introdurre un linguaggio neutro nell’industria audio. È un’impresa enorme, ma bisogna continuare a lavorare per portare cambiamenti significativi in questo settore.

Recentemente il delirio antisessista è approdato anche in Germania, dove la compagnia aerea Lufthansa non saluterà più i passeggeri con il sehr geehrte Damen und Herren (gentili signore e signori), ma con formule “più inclusive”, variabili e decise volta per volta (“buongiorno”, ad esempio).

La compagnia aerea ha compreso di aver finora sbagliato, e ammette volentieri le proprie colpe:

Per noi è importante tenere in considerazione tutti al momento del saluto – fa sapere un portavoce della compagnia aerea – la diversità non è una frase vuota, da ora vogliamo esprimere la nostra attenzione al linguaggio.

L’importante non è migliorare il servizio, magari fornendo sedili più comodi e cibo di qualità, ma segnalare la virtù della compagnia aerea, proteggendola così da ogni accusa di discriminazione, anche la più ridicola e infondata.

A differenza di altri fenomeni politici e di costume, il politicamente corretto è del tutto impermeabile al senso del ridicolo, e quindi non incontra limiti. Al di là e oltre il politicamente corretto, c’è la prateria del “follemente corretto” (copyright Caterina Soffici), che si manifesta ogniqualvolta la volontà di mostrarsi dalla parte dei buoni si accoppia a un grave deficit di autoironia.

Conoscete quella canzoncina scherzosa di Cochi e Renato (fra gli autori: Jannacci) che si intitola La gallina? Ebbene, sono passati cinquant’anni dalla sua pubblicazione (era il 1972) e nessuno aveva mai trovato niente da ridire.

Oggi invece sì, oggi su internet si è scatenata la bagarre sulla seguente strofa:

La gallina
non è un animale intelligente
lo si capisce
lo si capisce
da come guarda la gente

L’AIDAA (Associazione italiana difesa animali e ambiente) ha messo sotto accusa il testo perché quel non, applicato all’intelligenza della gallina, sarebbe “un insulto verso i polli e le galline”. Meglio sopprimerlo, così capovolgendo il senso della strofa: “La gallina / è un animale intelligente.” È vero, concedono i censori, “si tratta di una canzone d’altri tempi, quando il rispetto degli animali non esisteva”. Però ormai i tempi sono cambiati, e dovremmo non solo riscrivere La gallina, ma anche tutte quelle canzoni che “allora facevano sorridere”, ma “oggi rischiano di far piangere la stragrande maggioranza degli italiani”.

da “Manifesto del libero pensiero”, di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, La Nave di Teseo, 2022, pagine 128, euro 10

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