Workers BuyoutLa vera storia della Birra Messina, dai licenziamenti all’accordo con Heineken

Il racconto dei figli degli operai che hanno risollevato l’azienda reinvestendo il proprio Tfr. Ora le nuove generazioni di birrai lavorano accanto ai padri e alle madri che per 18 mesi nel 2011 hanno manifestato giorno e notte davanti agli stabilimenti messinesi della bottiglia famosa per i cristalli di sale, che però in larga parte viene prodotta a Massafra (Taranto)

Di Radovan, da Unsplash

Delle tante Sicilie, tante che «non finiremo mai di contarle» come suggeriva lo scrittore Gesualdo Bufalino, di certo quella dei 15 mastri birrai di Messina è una Sicilia da raccontare. È nella città distesa sullo Stretto che guarda al continente, che nel 1923 la famiglia Presti-Faranda apre il birrificio che produrrà la famosa “Birra Messina”. Il marchio vede crescere il mercato soprattutto nelle regioni del Sud, ma negli anni Ottanta, causa una concorrenza crescente, viene venduto a Dreher – parte del gruppo Heineken – che sposta progressivamente la produzione in Puglia, nel birrificio di Massafra, in provincia di Taranto. A Messina resta uno stabilimento dedito al solo imbottigliamento.

Da qui bisogna partire per raccontare l’identità della birra diventata famosa in tutta Italia per la ricetta con i cristalli di sale dei mari di Sicilia, ma prodotta in larga parte nei birrifici di Massafra e solo in parte nello storico Birrificio Messina, salvato dai 15 mastri birrai eroi. Una doppia identità che in questi anni ha creato non poche polemiche. Ma basta guardare l’etichetta per decifrarne la provenienza. Senza nessun inganno.

Tra Messina e Massafra
Nel 2007, la famiglia Faranda acquista da Heineken lo stabilimento di via Bonino, conosciuto come Triscele, nel centro della città di Messina, promettendo la tutela dei posti di lavoro per cinque anni. I problemi iniziano però nel 2011, quando i nuovi proprietari annunciano la chiusura della fabbrica e per i 41 dipendenti arrivano le lettere di licenziamento. Iniziano le proteste e per 18 mesi i lavoratori presidiano il cancello d’ingresso ininterrottamente: il tendone allestito diventa la loro casa. Giorni e notti trascorsi tra caldo e piogge, per difendere la storia di tre generazioni di lavoratori al servizio della più antica tradizione brassicola di Messina.

A Messina il lavoro manca. E perderlo a 50 anni significa per molti cadere nel baratro della disoccupazione senza via d’uscita. L’unica risorsa a disposizione dei birrai messinesi è l’esperienza. Nel birrificio hanno lavorato padri e nonni. Il mestiere si tramanda di generazione in generazione. Che fare?

Nel 2013, 15 operai dei 41 in protesta investono il proprio Tfr per risollevare le sorti della produzione della birra a Messina: nasce la cooperativa Birrificio Messina. Nel 2016, mentre gli impianti industriali sono ancora in corso di installazione, l’attività viene inaugurata: è la rivincita dei 15 soci, il loro rientro nel mercato del lavoro, non da operai ma da imprenditori.

Il nuovo stabilimento nella zona di Asi di Larderia avvia la produzione della Birra dello Stretto e della Doc 15. «Per noi tutti è stata un’emozione immensa, perché dopo anni di presidio, di incertezze, di rammarico, si realizzava un sogno, quello di riportare la produzione di birra nella nostra città, lanciando un marchio tutto messinese: una opportunità di occupazione per noi stessi. Con dignità», racconta Domenico Sorrenti, mastro birraio da tre generazioni e presidente della società cooperativa.

La rivincita arriva nel 2019, quando la stessa Heineken firma una partnership con la cooperativa per riportare Birra Messina nella “sua” isola. È l’accordo per la produzione di parte della famosa Birra Messina Cristalli di Sale, etichetta color mare dello Stretto e merlettato barocco, una lager di puro malto non filtrata, che viene preparata con il sale marino delle saline di Trapani. Ma è anche e soprattutto l’accordo per la distribuzione delle birre artigianali realizzate dalla cooperativa attraverso la rete distributiva di Heineken in Italia. Un piccolo investimento per il gruppo olandese, ma che per il Birrificio Messina significa il raddoppio potenziale della produzione e l’opportunità di crescere ancora e distribuire la propria birra.

In base all’accordo, Birra Messina Cristalli di Sale, di proprietà dell’Heineken, è prodotta in piccola parte, compatibilmente con le capacità del birrificio, nello stabilimento di Messina, la restante parte a Massafra, in provincia di Taranto. E a fianco di questa produzione, viene garantita la distribuzione delle etichette del birrificio. «Anche questa opportunità si rivela un gran passo in avanti, una commessa che ci aiuta ad aumentare i nostri volumi, abbassando i nostri costi», aggiunge Sorrenti.

Sulla doppia identità della Birra Messina Cristalli di Sale da sempre i birrai sono stati chiari. La Birra Messina resta una produzione dell’Heineken, mentre lo stabilimento siciliano produce solo una parte quella con i cristalli di sale. Come del resto è scritto nell’etichetta. Lo stesso Sorrenti ha spiegato che per riconoscere la birra prodotta in Sicilia è stato aggiunto anche un codice: la M indica come zona di produzione Massafra, la E invece indica lo stabilimento di Messina.

Ma le birre che identificano la produzione del birrificio siciliano sono altre due: la Birra dello Stretto e la Birra Doc 15. Quindici come i soci fondatori del Birrificio.

Di padre in figlio
La commessa di Heineken, al di là delle polemiche, resta comunque un punto di svolta nella storia del birrificio. Subito dopo, nella cooperativa entrano cinque giovani, la quarta generazione di mastri birrai. Nel 2020 la compagine lavorativa praticamente raddoppia. E oggi presso il Birrificio lavorano 11 nuovi giovani lavoratori, tutti figli dei soci fondatori.

Come Alessandra Cagliari, che in azienda gestisce principalmente la dogana, entrata nel birrificio seguendo le orme del padre. «Sento che nel Birrificio Messina c’è l’eredità materiale e morale di mio padre. È questa la motivazione che mi ha spinto a entrare in azienda. Ammiro mio padre e i suoi compagni per ciò che hanno raggiunto con coraggio, sacrificio e forza: non si sono mai arresi e hanno faticato molto per arrivare al punto in cui ci troviamo adesso», racconta Alessandra.

«Gli anni incerti che hanno caratterizzato la storia precedente alla nascita del Birrificio coincisero con i miei cinque anni di scuola superiore. Non conoscevo i dettagli della storia ma sapevo che papà aveva perso il lavoro e capivo che la mia famiglia stava attraversando un momento difficile. Sono sempre stata abituata al fatto che il mio papà lavorasse, quindi la sua presenza in casa era insolita e in più il suo volto era spento anche se cercava di non mostrarlo. Non oso immaginare quanto sia stato strano e complicato per lui ritrovarsi in casa: modificare le sue abitudini dopo aver lavorato sin da quando era molto giovane, celare le preoccupazioni agli occhi delle sue figlie cercando di non farci mancare nulla. Poi è arrivata l’idea del Birrificio e ho rivisto nel suo volto la speranza di un futuro, di poter garantire alla nostra famiglia una stabilità economica ma anche la paura dell’ignoto: i 15 stavano investendo tutto in un progetto senza la certezza che l’esito sarebbe stato positivo».

Anche Dominique Fiorentino è tra i nuovi entrati, arrivata «nel momento in cui c’era bisogno di un aiuto in più perché i volumi andavano via via aumentando». Lei, racconta, sente di «appartenere al mondo brassicolo non solo per tradizione territoriale ma anche familiare: prima di mia madre anche mio nonno e il mio bisnonno lavoravano nello storico birrificio della nostra città». Oggi si occupa di spedizioni ed è responsabile della logistica e delle vendite. «Lavoro qui già da alcuni anni, accanto a mia madre Francesca Sframeli, vicepresidente del Birrificio Messina».

Dominique di quei giorni di anni fa ricorda «i dubbi e le perplessità», ma le è rimasto ben impresso il ruolo di supporto che i legami familiari hanno avuto. «Dopo tante esitazioni, abbiamo voluto sognare insieme ai nostri genitori e abbiamo voluto credere che non sempre dalle sfortune della vita si deve uscire distrutti, che bisogna sfruttare i fallimenti e renderli un trampolino di lancio per qualcosa di più grande. Ovviamente non è stato un totale salto nel vuoto, i soci erano onestamente consapevoli delle loro capacità e sapevano che se qualcuno avesse creduto nel loro progetto e li avesse sostanzialmente aiutati, sarebbero riusciti nella loro impresa. E così è stato. È stato un crescendo di emozioni, a partire dal giorno in cui gli sono state consegnate le chiavi dei capannoni e hanno spalancato le porte di quello che sarebbe diventato il birrificio. Sembrava un sogno perché si guardava tutto con gli occhi del cuore, ma in effetti gli ambienti erano in uno stato rovinoso e bisognava rimettere tutto a nuovo, riadattando allo stesso tempo i locali per la nuova funzione che avrebbero ricoperto. Anche in quel momento i soci hanno messo del proprio e si sono riscoperti manovali e tuttofare. Mia madre e l’altra socia della cooperativa hanno lavorato come back office, riallacciando i rapporti con i fornitori che conoscevano quando lavoravano come dipendenti».

Working buyout
Quella del Birrificio Messina è una esperienza positiva di working buyout, una vera e propria politica attiva del lavoro che vede i lavoratori recuperare le imprese in crisi, attraverso la formula cooperativa, salvandole dal fallimento o dalla chiusura. Uno strumento strategico che contribuisce alla salvaguardia dei livelli occupazionali e contrasta i rischi di dispersione delle competenze, conferendo all’azienda un’aurea di impresa sociale come bene comune a servizio dell’economia e della società.

Nel caso dell’esperienze dei mastri birrai di Messina, si tratta di un buyout in cui i protagonisti non sono solo i lavoratori ma anche la comunità locale: per la rinascita del Birrificio Messina, è stata centrale la partecipazione della comunità, grazie alla Fondazione di Comunità Messina, che ha svolto un ruolo importante per catalizzare risorse provenienti dalla cittadinanza e da altri enti finanziari e filantropici. «Ci ha supportato per stilare un piano finanziario, strumento indispensabile per richiedere finanziamenti alle banche, mettendo a disposizione personale qualificato a svolgere questo tipo di lavoro», spiega Sorrenti.

Un percorso non semplice, in un settore fortemente in espansione ma governato da grandi operatori economici multinazionali. E il percorso continua con le nuove generazioni. «Ci stiamo innanzitutto forgiando», dice Dominique, «e allo stesso tempo formando, attraverso corsi di formazione specifici. La volontà di continuare quanto con enorme fatica e impegno è stato creato dai nostri genitori non fa di noi dei ragazzi che hanno avuto la strada spianata, ma da figli di operai conosciamo bene i sacrifici e ce la mettiamo tutta per dare il meglio di noi».