Un nuovo Piano MarshallQuanto costerà la ricostruzione dell’Ucraina

Per restituire al Paese edifici e infrastrutture che l’esercito di Putin ha distrutto bisognerà aspettare la fine della guerra. Gli investimenti necessari oscillano tra i 220 e i 540 miliardi, ma i progetti e le riforme politiche (come l’adesione all’Unione europea) possono e devono partire il prima possibile

AP/Lapresse

L’invasione dell’Ucraina decisa da Vladimir Putin ha già ucciso migliaia di civili, causato milioni di sfollati, devastato case, scuole, infrastrutture e fabbriche. La distruzione vista in queste settimane a Kiev, Mariupol, Kharkiv al termine del conflitto dovrà essere cancellata: l’Ucraina dovrà essere ricostruita.

I ricercatori del Center for Economic Policy Research (Cepr) stimano il costo totale delle operazioni in una cifra che può oscillare tra i 220 e i 540 miliardi di euro, in base a come e quanto si vorrà ricostruire – una cifra in linea con i calcoli del governo ucraino.

La Kyiv School of Economics stimava, qualche giorno fa, che «almeno 4431 edifici residenziali, 92 fabbriche/magazzini, 378 istituti di istruzione secondaria e superiore, 138 istituti sanitari, 12 aeroporti, 7 centrali termiche/idroelettriche sono state danneggiate, distrutte o sequestrate in Ucraina» dalle forze russe. Ma bisognerebbe considerare che quando un missile russo demolisce un edificio residenziale molto vecchio, magari proprio di epoca sovietica, il costo della ricostruzione non è pari al valore dell’edificio, ma a un palazzo moderno e sostenibile che possa rappresentare una soluzione abitativa per lo stesso numero di persone. Allo stesso modo, se una vecchia centrale a carbone viene bombardata, ciò che conta non è il valore della vecchia centrale ma il costo per una struttura in grado di produrre una quantità equivalente di energia da fonti sostenibili.

Il modo in cui si deciderà di avviare la ricostruzione, con le riforme che l’accompagneranno, sarà importante almeno quanto la cifra investita: un progetto politico ed economico ben congegnato potrebbe trasformare l’economia Ucraina e il futuro dei suoi cittadini.

«Ci aspettano tre compiti principali per avviare la ricostruzione», scrive l’Economist. «Il primo è ripulire le aree piene di mine e altri ordigni e detriti esplosivi», e già prima di questa guerra il ministero della Difesa ucraino stimava il costo dello sminamento della sola regione del Donbass, invasa dalla Russia nel 2014, a 650 milioni di euro.

«Poi bisognerà provvedere a risolvere la criticità legata agli sfollati interni», si legge sull’Economist. Al momento gli sfollati ucraini superano i 7 milioni (altri 4,5 milioni sono fuggiti dal Paese): la Kyiv School of Economics stima il valore delle abitazioni distrutte in circa 29 miliardi di dollari. E allo stesso modo sarà necessaria la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate e delle strutture industriali – centrali elettriche, fabbriche, ponti, strade.

«La fase finale della ricostruzione dell’Ucraina – scrive ancora nell’articolo – consisterà nell’aiutare la sua economia a prosperare a lungo termine». Nel 2019 il Pil pro capite, in termini reali, era inferiore a quello del Paese ai tempi della caduta dell’Unione Sovietica, e molte delle 1.500 imprese statali presenti in Ucraina sono in perdita o poco redditizie.

Gli investimenti economici però dovranno essere affiancati e sostenuti dall’impegno politico. La storia del Novecento suggerisce che il successo di una ricostruzione passa anche da una più stretta integrazione con l’Europa. È successo ad esempio con la Germania occidentale decenni fa, in misura diversa con l’Italia stessa nel secondo dopoguerra, e la rapida crescita della Polonia è spesso attribuita anche all’integrazione nell’Unione europea: nei 15 anni successivi all’adesione di Varsavia, il Pil pro capite del Paese è aumentato di oltre l’80%.

L’Ucraina in qualche modo era già rivolta a ovest: la quota delle sue esportazioni verso l’Unione europea è passata dal 30% circa nel 2014 al 36% nel 2020, mentre la quota destinata alla Russia è scesa dal 18% al 5,5% – secondo i dati riportati dall’Economist.

Ma è chiaro che l’Unione europea dovrà guidare questa transizione politica. Per il Financial Times, Bruxelles dovrebbe replicare quanto fatto dagli Stati Uniti con il Piano Marshall dopo la Seconda guerra mondiale – quell’enorme afflusso di dollari arrivato da Washington che ha aiutato i Paesi europei non solo a uscire dalla crisi del conflitto, ma anche ad avviare un periodo di crescita e prosperità.

«Non dobbiamo aspettare che il Paese sia in pace: la ricostruzione va preparata ora», scrive il Financial Times. E per raggiungere questo obiettivo, si legge ancora sul quotidiano economico britannico, ci sono sei piccoli passi: preparare l’Ucraina all’adesione all’Unione europea; indirizzare i fondi per la ricostruzione nei settori strategici; lasciare un certo grado di autonomia decisionale – in materiale economica e politica – nelle mani dell’Ucraina; incoraggiare gli afflussi sia di capitali stranieri sia di tecnologia; utilizzare le sovvenzioni anziché i prestiti; e sesto, allineare la ricostruzione con un’economia sostenibile, a zero emissioni di carbonio.

Insomma, l’Ucraina ha bisogno sia enormi aiuti immediati per gestire i costi sociali e militari del conflitto, sia di una promessa di una ricostruzione rapida e completa in collaborazione con gli Stati occidentali. Come ha scritto David Frum sull’Atlantic, «lo stimolo economico si farebbe sentire in tutta Europa. Un’Ucraina forte e prospera del dopoguerra servirebbe come ulteriore prova del potere e del fascino della democrazia, dell’integrazione europea e dell’apertura commerciale».

È probabile che la ricostruzione dell’Ucraina diventi il più grande progetto di ricostruzione europea dai tempi della riunificazione tedesca e il reinserimento della Germania dell’Est nel mondo occidentale negli anni ’90. Sarà un processo sicuramente lungo e pieno di ostacoli. «Riformare istituzioni radicate – sono le parole dell’Economist in coda all’articolo – richiede volontà politica. Più a lungo continua la guerra, più danni vengono inflitti all’Ucraina e più difficile diventa il compito della ricostruzione. Nessuna spesa compenserà mai gli orrori della guerra, ma un’attenta pianificazione potrebbe, almeno, garantire un futuro più luminoso e più ricco al Paese».

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