Politici & antipoliticiIl ricordo di Berlinguer e De Mita nell’Italia dei populisti al potere

L’interminabile faida grillina evidenzia la differenza tra i leader di ieri e i demagoghi di oggi: che quelli erano in grado di suscitare ammirazione anche tra gli avversari, persino a distanza di decenni; mentre questi si disprezzano pure tra di loro, già dopo dieci minuti

di Sergi Ferrete, da Unsplash

La coincidenza tra il centenario della nascita di Enrico Berlinguer e la morte di Ciriaco De Mita ci ricorda come un tempo leader politici diversissimi, schierati su fronti opposti, fossero tuttavia capaci di suscitare stima e apprezzamento molto oltre i confini dei propri partiti e del proprio tempo.

Quanto fossero diversi Berlinguer e De Mita, anche per quello che hanno rappresentato e ancora rappresentano nella coscienza collettiva, non dovrebbe esserci bisogno di dirlo. Basta comunque a ricordarcelo il fatto che la rottura con la Democrazia cristiana e con la stagione della solidarietà nazionale, sulla linea che culminerà un anno dopo nella famosa intervista a Repubblica sulla «questione morale», Berlinguer la inaugura nel 1980 proprio dai luoghi di quel terremoto in Irpinia che segnerà, in modo ben diverso, l’immagine di De Mita.

Fa però un certo effetto, oggi, assistere a tanti segnali di nostalgia e a tante rivalutazioni delle grandi figure della cosiddetta Prima Repubblica, a lungo così disprezzata. Un effetto tanto maggiore nel momento in cui il movimento che più di ogni altro ha lucrato sulla demonizzazione di quella storia e di quell’idea della politica, fondata sul ruolo dei partiti, va letteralmente in pezzi, nella stessa legislatura inaugurata dalla sua trionfale vittoria elettorale, al primissimo contatto con la prova del governo.

Mentre da un lato gli antichi avversari, nel ricordo dei militanti e dei dirigenti che li hanno seguiti o che li hanno combattuti, si tributano reciproci attestati di stima e persino di affetto, dall’altro parlamentari, ministri e dirigenti del Movimento 5 stelle non fanno altro che offendersi e scomunicarsi a vicenda, a un ritmo tale da rendere arduo ogni conteggio.

Non si fa in tempo ad appassionarsi alla vicenda dell’ex presidente della commissione Esteri Vito Petrocelli, schierato con Putin, che accusa gli altri di avere tradito gli ideali del movimento (non del tutto a torto, peraltro), che si presenta il caso del candidato a sostituirlo, fortunatamente senza successo, Gianluca Ferrara, autore di un libro in cui si parla degli Stati Uniti come dell’«Impero del male». Ma non c’è il tempo di chiarire nemmeno questo episodio (ammesso ci sia ancora qualcosa da chiarire), che spunta il deputato (e tesoriere) Claudio Cominardi, il quale pubblica su Instagram un bel graffito raffigurante Mario Draghi al guinzaglio di Joe Biden, suscitando la comprensibile indignazione del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e la meno comprensibile replica del leader, Giuseppe Conte: «Adesso non mi fate parlare di una foto postata. Mi hanno detto che si tratta di graffiti, non diamo importanza».

Ma non c’è tempo di soffermarsi neanche su questa interessante vicenda, perché esplode, in tutta la sua potenza cinematografico-letteraria, il caso Giarrusso, inteso come Dino. L’europarlamentare grillino se la prende infatti sia con Conte (il quale a sua volta lo accusa di volere solo poltrone e incarichi), sia con l’ex oppositore interno (ora forse sostenitore esterno, vai a sapere) Alessandro Di Battista, dopo avere coperto di contumelie quelli che prima di lui (lui Giarrusso, s’intende) avevano lasciato il movimento ma non avevano lasciato il seggio parlamentare. Cioè esattamente quello ha annunciato di voler fare.

È probabile che mentre questo articolo sarà in stampa (si fa per dire) il numero dei casi nel frattempo scoppiati e il numero degli scoppiati nel frattempo fuoriusciti (o rincasati, o rincasati e rifuoriusciti), sarà ulteriormente aumentato, com’è naturale e forse anche giusto che sia, in un partito nato da una cerimonia chiamata Vaffa Day. In fondo, è un ritorno alle origini.

La coincidenza temporale tra queste surreali vicende e il nostalgico ricordo di Berlinguer e De Mita ci segnala così anche la principale differenza tra politica e antipolitica, o per meglio dire tra i politici di ieri e i populisti di oggi: che quelli erano in grado di suscitare rispetto e ammirazione anche tra gli avversari più lontani, persino a distanza di decenni; mentre questi si disprezzano pure tra di loro, già dopo dieci minuti.

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