Marketing platonicoIl triste svilimento della filosofia, da somma disciplina a banale policy aziendale

Non c’è manager né impresa che non ne vanti una: solo che non siamo di fronte a un rinascimento del pensiero, bensì all’utilizzo inappropriato di un termine per indicare, più che altro, i principi generali di un’attività economica

di Sergio Rodriguez - Portugues del Olmo, da Unsplash

«Povera et nuda vai, philosophia…», si doleva settecento anni fa Petrarca (nel sonetto La gola e ’l somno et l’otïose piume). Sempre meglio di adesso, rivestita di abiti inadatti che la ingoffano, decorata con lustrini e strass e trascinata sul carro di Tespi del linguaggio più corrivo. Quello, in particolare, del marketing arrembante e dei manager azzimati (o, è lo stesso, in jeans e button-down, che fa tanto startupper): e infatti, chiariva il poeta al verso successivo, «… dice la turba al vil guadagno intesa».

Di questi tempi non è il caso di fare troppo gli schizzinosi: purché onesto, nessun guadagno è da considerarsi vile. Però non è un po’ svilente, per la filosofia, essere tirata in ballo in modi così inappropriati da chi probabilmente nemmeno ne ha mai letto un testo – l’uso e abuso della parola è inversamente proporzionale alla conoscenza della materia – e magari la guarda perfino con malcelata sufficienza? 

Troviamo facilmente gli esempi in televisione, negli spot radiofonici, nelle brochure aziendali online. C’è la filosofia della fabbrica che realizza utensili per “l’abrasione di pietra, vetro, ceramica, metallo e materiali compositi” e quella di chi produce “ferramenta, fermaporte, serrature e cerniere”, la filosofia dell’impresa che commercializza deodoranti (e che, con una preferenza per la filosofia morale, evoca non ben definiti “valori”) e di quella che vende prodotti per la cura dei capelli (esiste un’idea platonica del capello?, si interrogava, appunto, Platone: per escluderla senz’altro). C’è la filosofia dell’industria alimentare e quella della marca di surgelati, dell’azienda vitivinicola e dell’azienda ortofrutticola bio, ma anche (perché negargliela? – ognuno ha diritto ai suoi 15 minuti di filosoficità) quella del piccolo coltivatore a chilometro zero. E proseguendo alla rinfusa, la filosofia della società di gestioni mobiliari (basata su “mission”, “vision” e, di nuovo, “valori” – of course, visto che si parla di soldi) e naturalmente quella della società immobiliare, quella del produttore di giochi educativi e quella delle diverse onlus (le onlus vanno forte con questo genere di disciplina), dello studio di information technology, del centro medico polispecialistico, del tour operator e via filosofando. Senza dimenticare, va da sé, la filosofia delle squadre di calcio e dei relativi allenatori, quella edonistico-epicurea del Manchester City che non vince mai la Champions e quella cinico-scettica del Real Madrid che invece va in finale e in genere la vince.

Sembra di essere nell’agorà di Atene tra il V e il IV secolo avanti Cristo. Ci vorrebbe la vis di Aristofane per fustigare tanta esuberanza di improbabili cultori del pensiero. 

Ora, è vero che nel linguaggio andante la filosofia può assumere un’accezione figurata, sia positiva (“prenderla con filosofia”) sia negativa (“non facciamo della filosofia”), e del resto tutti i vocabolari, oltre alla definizione stricto sensu, riportano anche quella in senso lato. Per esempio il Treccani: «Insieme di principî dottrinali e di presupposti teorici sui quali un pensatore, uno scienziato, uno scrittore, un artista, o in genere una persona o gruppo di persone fonda la propria concezione della scienza, dell’arte, della vita stessa» (e vabbè) e anche, «con significato e uso più recenti, la somma dei principî e dei concetti generali a cui si informano i programmi e le linee direttive generali di una politica, di un’attività, di un’impresa». Ma che diamine, a tutto c’è un limite!

Lo ammetto, in quanto dottore in filosofia sono personalmente in conflitto d’interessi. Però perché non si sente dire “la nostra matematica”, “la nostra geometria”, “la nostra ingegneria?”. Le varie imprese grandi e piccole citate sopra avranno pure la necessità di far quadrare i conti, e quindi, oltre alla loro filosofia, dovrebbero possedere anche una loro aritmetica. E lo stesso filosofo potrebbe avere il pollice verde e oltre alla sapienza coltivare i gerani sul balcone, così che avrebbe una sua botanica, oppure potrebbe tenere in casa un animale e allora avrebbe magari una sua etologia.

Battute a parte, bisogna essere realisti: alla base del progressivo depotenziamento semantico della parola filosofia sono precise ragioni storiche. Quelle per le quali dalla valenza etimologica onnicomprensiva di “amore per la sapienza” – di tutte le forme di sapienza, dalle scienze naturali alle scienze antropologiche, che nell’antica Grecia erano radunate insieme in uno stesso soggetto – si sono differenziate nel corso del tempo le svariate discipline: lasciando la filosofia depauperata di contenuto e costretta a ricercare la propria ragion d’essere in una vocazione teoretica vieppiù astrusa che l’ha definitivamente allontanata dal sentire comune e affidata ai marosi degli usi linguistici più snaturanti.

Si arresterà mai la deriva? Probabilmente no. Possiamo farci qualcosa? Almeno non adeguarci. Che dire, prendiamola con filosofia.