Verso la NatoLa svolta antirussa della Finlandia è anche una questione ambientale

Dallo stop alla centrale nucleare russo-finnica a Pyhäjoki all’addio al gas e al petrolio di Mosca, il governo di Sanna Marin non ha più paura del Cremlino ed è pronto ad affrontare le conseguenze in materia energetica del suo allontanamento dalla Russia

AP/Lapresse

Quando condividi 1.348 chilometri di frontiera, il timore che presto o tardi possa succedere qualcosa resta sempre. Per questo la Finlandia è rimasta legata al processo di “finlandizzazione” per lungo tempo, ritenendo corretto non far innervosire il suo potente vicino, la Russia. Tuttavia, dallo scoppio della guerra in Ucraina, le idee di Helsinki sono cambiate: oggi, 12 maggio l’Eduskunta, il Parlamento monocamerale finlandese, discuterà ufficialmente l’adesione del Paese alla NATO, un passo storico dopo oltre 70 anni di neutralità e anche necessario, considerando la violazione dello spazio aereo nazionale da parte di alcuni aerei militari russi.

Per questo la “finlandizzazione” sembra ormai aver lasciato il tempo che trova: ormai il governo di Sanna Marin non ha più timore di Mosca. E le conseguenze di questa svolta non si limiteranno alla sfera geopolitica, ma si espanderanno anche a quella ambientale.

La centrale nucleare
L’esempio migliore è il caso di Fennovoima e del progetto Hanhikivi 1, che avrebbe portato entro il 2024 ad una centrale nucleare russo-finnica a Pyhäjoki, città sulla costa nord-occidentale della Finlandia, in collaborazione con il gigante energetico russo Rosatom.

«La decisione di rescindere il contratto con Rosatom non è stata presa alla leggera. In un progetto così grande, ci sono complessità significative e le decisioni vengono prese solo dopo considerazioni approfondite. Riconosciamo pienamente gli impatti negativi e facciamo del nostro meglio per mitigarli», ha dichiarato Esa Harmala, presidente di Fennovoima, al Financial Times.

A fare pressione dietro Fennovoima sono stati i partner finlandesi del progetto, come per esempio i comuni di Vantaa e Turku, che premevano per uscire nonostante gran parte dei costi (5 miliardi su 7,5 totali) fossero ad appannaggio della stessa Rosatom, che deteneva il 34 per cento delle azioni della futura centrale e che avrebbe fornito anche il reattore da 1.200 megawatt, oltre a tutti i finanziamenti e al combustibile atomico. A preoccupare soprattutto i finlandesi è stato il controllo che la stessa compagnia ha assunto della centrale nucleare di Zaporizhzhia, teatro di scontri tra Russia e Ucraina.

Il progetto è stato contestato sin dal suo inizio nel 2014, anno in cui i finlandesi decisero di portarlo avanti nonostante l’esercito russo fosse entrato in Crimea, e ha causato addirittura le dimissioni del ministro dell’Ambiente di allora, il verde Ville Niinisto, che lasciò l’esecutivo sostenendo che questo fosse un perfetto esempio di “finlandizzazione”. Da lì, però, è arrivato prima il rinvio al 2018 e poi al 2024, una data che sembrava irrealistica già prima della guerra. I permessi del governo, infatti, non sono mai arrivati e lo stesso ministro degli esteri di Helsinki, Pekka Olavi Haavisto, aveva definito «inaccettabile» l’ipotesi di portare avanti la costruzione di una centrale nucleare congiunta.

Ovviamente Rosatom, azienda russa fondata da Vladimir Putin, non ha mancato di far percepire il proprio disappunto per questa scelta: «Le ragioni di una tale decisione sono del tutto incomprensibili, il progetto era già in fase avanzata. Ci riserveremo di difendere i nostri interessi in tribunale», ha dichiarato la società in una nota. La costruzione dell’impianto era già a buon punto e avrebbe iniziato a portare elettricità a partire dal 2029. 

Una questione (anche) ambientale
La centrale nucleare serviva a Helsinki per uscire dalla sua storica dipendenza dalle fonti fossili. Mentre il resto d’Europa si divide sul sesto pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia, in Finlandia hanno già le idee ben chiare. Ogni anno il Paese stacca un assegno di 3,5 miliardi di euro nei confronti della Russia per l’acquisto di greggio e prodotti petroliferi derivati. Da aprile, però, la Neste Corporation, società in cui il maggior azionista è il governo, ha annunciato di aver sostituito l’85% del petrolio e del gas importato dalla Russia con altre fonti e che i contratti attualmente sottoscritti non verranno rinnovati.

Discorso molto simile per quanto riguarda il gas: la Finlandia punta a non importarne più dalla Russia. E non dovrebbe essere particolarmente difficile: nel mix energetico finlandese il gas naturale è appena il 6% del totale e raggiunge la Finlandia dalla Russia attraverso il gasdotto Balticconnector, che passa per l’Estonia. Una quantità minima – e usata perlopiù per scopi industriali – che rende la sostituzione più semplice.

Infine, ci sono il legno e i trucioli: secondo il Natural resources centre of Finland, nel 2021 Helsinki ha importato 12.7 milioni di metri cubi di legno, che nel 73% dei casi proveniva da Mosca. «I trucioli di legno sono disponibili anche in Finlandia», ha affermato Jari Kostama della Finnish energy industry association in un’intervista al quotidiano economico Kauppalehti. Non è un caso che la stessa Natural resources centre of Finland abbia previsto che il 2022 sarà l’anno in cui verrà sfondato il tetto degli 80,5 milioni di metri cubi di legno ottenuti da abbattimenti nel Paese.

Un piccolo segnale che però non è sufficiente per gli attivisti di Greenpeace, che chiedono al governo di reprimere più duramente le società statali che continuano a importare materie prime dalla Russia, in particolare carbone. Nel mirino di Greenpeace ci sarebbe soprattutto la compagnia ferroviaria statale finlandese VR: due delle tre rotte di spedizioni sono gestite dalla società e passano attraverso i porti nazionali prima di finire all’estero.

La compagnia sostiene di lavorare attivamente per sospendere il servizio, «anche se ci vorranno parecchi mesi» mentre, secondo gli attivisti, il servizio andrebbe annullato del tutto, viste le atrocità commesse dall’esercito russo in Ucraina. «Le persone vengono uccise in questa assurda guerra e noi la stiamo finanziando», ha dichiarato Matti Liimatainen di Greenpeace Suomi ad Euronews

Il collegamento ferroviario Helsinki-San Pietroburgo
Eppure, proprio la compagnia di trasporti finlandese VR è stata la prima responsabile della chiusura dei treni Allegro, ancora a fine marzo unico sistema di collegamento treno tra Helsinki e San Pietroburgo, città distanti in linea d’aria poco meno di 390 chilometri. Il treno, nato nel 2010 quando il viaggio di inaugurazione venne fatto da Vladimir Putin in persona, ha permesso di avvicinare la Russia all’Europa.

La guerra in Ucraina, però, ha allontanato definitivamente le città: pesano soprattutto le parole di Tytti Tuppurainen, ministro degli Affari europei e della Corporate Governance finlandese, che ha ammesso «che il viaggio non è più sostenibile per la Finlandia». I treni Allegro erano di proprietà di una società chiamata Karelian Trains, nata come joint venture tra VR e la compagnia ferroviaria russa RZD, oggetto però delle sanzioni sia statunitensi che europee dopo l’invasione di Mosca ai danni dell’Ucraina.

Tuppurainen ha spiegato che «la situazione per quanto riguarda Allegro è cambiata e la continuazione dei viaggi lungo la tratta non è più appropriata dal punto di vista del proprietario statale». All’inizio il treno è stato un utile sistema di collegamento che ha permesso a tanti finlandesi e anche esuli russi di entrare in Europa dopo lo scoppio della guerra in Ucraina; successivamente però il traffico passeggeri si è drasticamente ridotto: dall’11 marzo fino alla cessazione del servizio i treni hanno infatti viaggiato al 60 per cento della capacità.