Consensum loquentiumServirebbe una giornata mondiale contro gli estri neologistici incontrollati

Il suffissoide -fobia non dovrebbe essere usato per indicare la lotta contro le discriminazioni perché sia come confisso sia come sostantivo ha come significato proprio e incontrovertibile quello di paura. Per esprimere l’idea di odio il greco antico ci ha messo a disposizione un altro vocabolo, mîsos. Perché non usiamo quello?

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Nei giorni scorsi si è celebrata la Giornata internazionale contro l’omobitransfobia, per disteso “contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia” (e prossimamente magari “contro la LGBTQIA+fobia, così non si farà torto a nessuno). Se le “Giornate di qualcosa” non fossero già troppe, più dei giorni dell’anno, verrebbe la tentazione di proporne una contro gli estri neologistici incontrollati. 

«I hate the word homophobia. It’s not a phobia. You are not scared. You are an asshole» (Io odio la parola omofobia. Non è una fobia. Tu non sei spaventato. Sei uno stronzo). Attribuito all’attore americano Morgan Freeman, questo tweet è diventato virale alcuni anni fa, propalandosi da un sito all’altro e di qui rimbalzando su murales, poster, spillette, puntualmente accompagnato dal faccione del presunto autore. Presunto perché pare proprio che Freeman – peraltro incorso in anni più recenti nell’accusa di molestie (etero)sessuali sul set – questo pensiero non l’abbia mai cinguettato. Il che, beninteso, nulla toglie al suo valore morale, espresso nella seconda parte del tweet. Qui si vuole invece attirare l’attenzione sul valore linguistico contenuto nella prima parte.

Perché fobia, per l’appunto, sia in qualità di confisso (per la precisione: suffissoide), sia quale sostantivo, ha come significato proprio e incontrovertibile quello di paura, al limite (nell’accezione psichiatrica) paura, turba ossessiva: è questo il senso univoco della parola greca phóbos, connessa al verbo phébomai, fuggo (spaventato), riconducibili (con l’apofonia e-o) a una radice indoeuropea *bhegw che contiene in sé tanto l’idea di temere quanto quella di fuggire (infatti ne deriva il latino fuga, rimasto invariato nell’italiano moderno, ed è in questa accezione che phóbos compare in Omero). 

La valenza di paura – e di fuga impaurita – si è mantenuta nella gran parte dei composti, come i più comuni claustrofobia e agorafobia, in molti casi arricchendosi di una ulteriore, e del tutto coerente, sfumatura di avversione (latino aversio, da avertĕre, allontanare), dato che inevitabilmente si tende a stare lontani da ciò che si teme: avio- (o aero-)fobia, cinofobia (paura dei cani), aracnofobia (paura dei ragni), eliofobia (paura della luce), scotofobia (paura del buio), pirofobia (paura del fuoco), belonefobia (paura degli aghi, delle iniezioni), nosofobia (paura morbosa delle malattie).

L’avversione, così come la paura, è un sentimento naturale e incoercibile, che nelle forme più acute può sfociare nella repulsione (dal latino repellĕre, respingere) e quando diventa patologico può essere oggetto di trattamento psicoterapeutico, ma in genere non di riprovazione (a meno che non si tratti di avversione preconcetta verso un individuo particolare o un gruppo di individui).

Nel caso dell’omofobia – e della xenofobia e relative varianti: anglofobia, francofobia, germanofobia, islamofobia ecc. – c’è però qualche cosa di più: il suffissoide –fobia ha subìto una torsione semantica, transitando dall’avversione alla repulsione per sfociare nella discriminazione e infine nell’odio, che può anche assumere forme violente. Dal significato proprio di paura, un sentimento passivo, è così passato a uno improprio e tendenzialmente aggressivo, dal fuggire al mettere in fuga. Un (dis)valore semasiologico etimologicamente infondato che soltanto per l’assuefazione dell’uso non genera equivoci. E che però, bisogna riconoscere, non trova facilmente un’alternativa.

Per esprimere l’idea di odio il greco antico ci ha messo a disposizione un altro vocabolo, mîsos, che ben si presta a fungere da primo elemento nei composti – in parole come misantropo, misogino, misoneista – ma non risulta attestato come secondo elemento e comunque mal si combinerebbe con omo, xeno e così via. E dunque (in italiano come nelle lingue moderne che attingono a quelle classiche) non si vedono alternative all’uso improprio, con buona pace nostra e dello pseudo-Freeman.

Senonché in omofobo e omofobia, come in una scatola cinese, gli equivoci si racchiudono uno dentro l’altro. Perché il prefissoide di questi vocaboli – dal greco homós (e anche hómoios), simile – indica un rapporto di uguaglianza o identità (come in omonimo, omologo, omogeneo, omozigote), con la conseguenza paradossale che un omofobo, cioè qualcuno che nell’accezione corrente odia i (sessualmente) diversi sarebbe invece una persona che ha paura (o che odia) i suoi simili.

Ma, si obietterà, in questi casi omo sta per (è l’abbreviazione di) omosessuale. Ok. A questo punto però il problema si sposta dal primo al secondo elemento del composto: sessuale è aggettivo derivante da sesso, in latino sexus: dicesi di ciò che riguarda il sesso, non la sessualità. Quindi, a rigore, omosessuale è un composto ibrido (greco + latino) che non designerebbe chi pratica l’omosessualità, ossia chi ha un comportamento sessuale orientato verso persone del suo medesimo sesso, ma vorrebbe dire semplicemente “dello stesso sesso”. E così bisessuale non sarebbe chi pratica la bisessualità ma chi ha i caratteri di entrambi i sessi (in sostanza l’ermafrodito), mentre il transessuale sarebbe un po’ più difficile da afferrare, potremmo azzardare uno che “supera”, “va oltre”, “attraversa il sesso”, qualunque cosa questo possa significare (e in effetti sembrerebbe significare qualche cosa abbastanza vicina alla realtà di chi è designato con quel termine).

Anche in questo caso, è soltanto il consensum loquentium che conferisce alla parola il suo significato corrente. Come ha osservato Pietro Janni (Il nostro greco quotidiano. I grecismi dei mass-media, Laterza 1994) “omosessuale è una formazione poco felice”, che l’italiano non deriva dalle lingue classiche ma da quelle straniere ottocentesche: compare infatti per la prima volta a stampa, nella forma Homosexual e in connessione con l’altro neologismo Homosexualität, in un pamphlet dello scrittore ungherese di lingua tedesca Karl-Maria Kertbeny pubblicato anonimo nel 1869 per protesta contro una legge dello Stato prussiano che puniva le pratiche omosessuali. Dopo quella prima occorrenza il termine si diffuse rapidamente nelle altre lingue, in inglese, in francese e infine in italiano, dove, informa ancora Janni, i primi esempi si troverebbero in Giovanni Papini e Filippo Tommaso Marinetti. Lo scopo di Kertbeny era quello di introdurre un termine neutro al posto di quelli equivalenti che avevano assunto una connotazione negativa, se non spesso offensiva. Una forzatura linguistica, e in questo senso a sua volta un’offesa: ma le lingue, si sa, hanno lo stomaco di ferro.

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