Mondo nuovoLa guerra in Ucraina sta accelerando la rivoluzione energetica globale

Il conflitto è riuscito dove la minaccia di un pianeta inabitabile aveva fallito: il distacco dal gas russo è l’occasione per accrescere gli investimenti nell’energia rinnovabili e rivalutare il nucleare. Per l’Europa è anche il momento di chiudere i gap tecnologici tra Stati membri

AP/Lapresse

La pace o l’aria condizionata. Liberarsi dalla dipendenza dalla Russia, per l’Europa, non è “solo” una questione di approvvigionamenti: come rimpiazzare il gas e il petrolio che finanziano la guerra di Vladimir Putin.

È una rivoluzione, secondo gli analisti, perché passa dal diversificare i mix energetici, sostituendo dove possibile l’elettricità al metano, e dall’investire miliardi nelle rinnovabili, senza demonizzare il nucleare. Ma è anche ammettere che ci sono tempi tecnici, effetti di breve e lungo periodo, sui quali cambiare le nostre abitudini può incidere come un pacchetto di sanzioni. Solo così si può modificare la congiunzione nel binomio del premier Mario Draghi: la pace e l’aria condizionata.

In futuro, ha scritto el País, probabilmente considereremo i mesi dell’invasione dell’Ucraina come il «catalizzatore di uno sconvolgimento delle relazioni geoeconomiche che ha avuto come epicentro il settore energetico e delle materie prime». Anche il New York Times ha notato l’accelerazione dei piani dei governi per smarcarsi dai combustibili fossili: «Il conflitto armato ha ispirato impegni politici che la minaccia, più remota, di un pianeta inabitabile non aveva suscitato». È paradossale, ma è vero.

Nei primi trenta giorni di guerra, ha calcolato il think tank Bruegel con un grafico che è circolato molto sui social, i profitti energetici della Russia, per gli acquisti dei suoi clienti europei, sono stati quattro volte superiori agli stanziamenti dell’Unione europea a sostegno dell’Ucraina (una parte dei quali è assorbita dall’accoglienza dei profughi negli Stati membri e non contribuisce ad armare l’esercito di Kiev). I pagamenti al Cremlino, dal 24 febbraio a oggi, valgono più di 47 miliardi di euro: 20 miliardi per il petrolio, 27 per il gas e 784 milioni per il carbone. Online c’è un counter che li contabilizza e si aggiorna ogni pochi secondi.

Un’Europa disunita, ricordano gli osservatori, fa il gioco di Putin. I veti a perdere delle riunioni a Bruxelles, però, dipendono più dalla miopia del passato che dal divide et impera dello zar e dalla sua quinta colonna nei talk show italiani. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno potuto mettere al bando il petrolio russo anche perché sono tra i pochi a potersi permettere di farlo. L’Unione europea, è risaputo, dipende(va) dal Cremlino: per il 35% del greggio, il 40% del gas e una percentuale simile per il carbone. Il piano della Commissione europea è ridurre queste quote di due terzi entro fine anno, per azzerarle entro il 2027.

C’è un problema strutturale, che è pure la principale ragione per non aspettare oltre. Esiste un’Europa a due velocità anche per quanto riguarda l’energia. Le nazioni più esposte ai ricatti del regime, che ha bloccato i rifornimenti a Polonia e Ungheria, sono anche quelle dove va recuperato un ritardo tecnologico e vanno svecchiate le fonti energetiche. Romania, Ungheria, Croazia, Slovenia e Cechia, ma anche Portogallo e le repubbliche baltiche, utilizzano massicciamente il legname per riscaldare le case d’inverno. Tanto che alcune analisi, come quella del Guardian, hanno temuto un «ritorno al passato», più inquinante, tra le conseguenze della guerra e delle sanzioni.

Misure d’emergenza di questo tipo ci sono state. Il Land della Baviera, per esempio, ha allungato la vita di una centrale a carbone di un anno; in Polonia c’è pressione per riaprire le miniere. L’obiettivo dell’Ue è triplicare gli investimenti nelle rinnovabili. Uno dei principali ostacoli, però, è il fattore tempo. Se la fabbricazione dei pannelli solari è legata a componenti cinesi, con Pechino che è alleata di fatto di Mosca, per l’eolico passano anni prima di ottenere l’autorizzazione a istallare le pale su un terreno. L’idrogeno potrebbe essere un’alternativa, ma mancano ancora le infrastrutture per trasportarlo.

Serve un decennio per costruire e rendere operativa una centrale nucleare. Questo in teoria, perché nella pratica di solito si sommano ritardi burocratici e nei cantieri, varianti d’opera e costi non preventivati, senza considerare il tema, non secondario, di stabilire dove posizionarla, con l’opposizione (legittima) di associazioni e comunità locali. Eppure, si deve all’atomo un quarto dell’energia elettrica prodotta in Europa, metà in Francia.

Molte di queste centrali, però, sono datate. I disastri di Chernobyl e Fukushima hanno contribuito a rallentare – o bloccare, come nel caso della Germania – il ricambio, con il risultato che, anche quando sono previsti, i nuovi impianti saranno funzionanti dopo il 2030, quindi non in tempo utile per sostituire i vecchi. Nel Regno Unito, cinque reattori su sei rischiano di chiudere per sopraggiunti limiti d’età e il Belgio ha rimandato di dieci anni il pensionamento dei suoi due.

Insomma, l’Occidente potrebbe essersi accorto troppo tardi della necessità di abbandonare i combustibili fossili. Continuare a comprarli da Putin, nonostante i crimini di guerra commessi dalle sue truppe, somiglia sempre di più alla connivenza. L’Unione europea non è pronta, in termini di hardware, a rinunciare al gas. Per questo la strategia sembra essere quella di sganciarsi almeno da quello russo, anche a costo di acquistarlo da altri Paesi illiberali.

Secondo le stime, i nuovi fornitori potrebbero coprire il 60% dei 101 miliardi di metri cubi che garantiva il Cremlino; un ulteriore 33% andrà sbloccato tra rinnovabili e contromisure specifiche. Tra queste, abbassare di un grado i termostati nelle case significherebbe abbattere del 7% il consumo europeo di gas. L’efficientamento energetico degli edifici avrebbe un potenziale enorme: permetterebbe di risparmiare 17 miliardi di metri cubi, il 10% delle importazioni di metano dalla Russia. Ma costa e siamo indietro: 300 miliardi di euro basterebbero appena a rinnovare il 2% degli immobili.

In attesa del gas liquefatto americano, per cui servono i rigassificatori, la Germania potrebbe sopravvivere a un solo inverno. Va detto che i sacrifici avrebbero una contropartita impossibile da ignorare: dare un colpo di grazia all’economia russa, già vicina al default. Anche perché, nell’immediato, Mosca non riuscirebbe a smaltire le eccedenze vendendole sul mercato, alla Cina (mancano i gasdotti) o all’India, che comunque le compra a un importo più basso del 30%.

Dopo aver delineato quattro scenari possibili per l’Ucraina – un frozen conflict, una seconda guerra fredda, l’apocalisse nucleare o un ridisegno degli equilibri globali – l’Atlantic Council predice comunque «un mondo nuovo».

La guerra sta costringendo i governi a una transizione energetica che era troppo spesso uno spot elettorale. Il punto è verso dove. Ci limiteremo a dirigere altrove lo shopping di gas o impareremo la lezione? A novembre, in Egitto, ci sarà la Cop27. Chissà se, per allora, le parole in libertà di Glasgow si saranno tradotte in politiche di sicurezza energetica e avremo smesso di acquistare, a prezzo gonfiato e in rubli, la mercanzia dello zar.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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