Entrare in rotta di collisione con il mondo cattolico: questa è l’angoscia principale del cattolico Enrico Letta, ed è chiaro che si tratta di un dilemma personale ma soprattutto di un enorme problema politico.
Alienarsi i consensi dei cattolici, e in particolare dei cattolici democratici – la vasta area da cui egli stesso proviene – sarebbe una catastrofe per un partito come il Partito democratico immaginato e costruito come grande laboratorio nel quale superare antichi steccati tra sinistra laica e sinistra cattolica, un disastro strategico ma naturalmente anche un serissimo problema politico, a un anno dalle elezioni.
Non c’è dubbio che le parole di Papa Francesco al Corriere della Sera, pur considerando necessaria una lettura attentissima e ripetuta, hanno smosso qualcosa nel profondo della coscienza di tanti cattolici: quel richiamo, per esempio, all’«abbaiare della Nato ai confini della Russia» che può aver facilitato l’invasione voluta da Vladimir Putin non può saldarsi alla lettura che della vicenda fa il Pd e cioè che non vi è stata alcuna pressione occidentale («abbaiare») per forzare l’ordine mondiale.
E sulle armi, per quanto sia giusto notare che Francesco non ne abbia condannato l’invio in Ucraina, è anche vero che per lui è proprio l’uso delle armi a provocare e allungare le guerre. Una certa solitudine del segretario del Pd proprio nel suo mondo di riferimento si avverte con il passare di giorni segnati da una tragica stagnazione del conflitto: «In quel che resta dell’associazionismo cattolico militante – ci dice Pierluigi Castagnetti – probabilmente Enrico è visto come piuttosto estraneo benché provenga dall’Azione Cattolica. Mentre nel popolo dei frequentanti domenicali delle parrocchie, diciamo meno impegnati ma più numerosi è aumentato il riconoscimento nelle posizioni del segretario del Pd».
Ma se questa è l’esatta fotografia dell’oggi, col protrarsi del conflitto e in assenza di novità di tipo politico non è detto che anche il più vasto mondo dei credenti e delle «suorine», come le chiamava Giulio Andreotti, non si stanchi di una linea considerata magari non bellicista ma certamente infruttuosa. È quello che Letta teme di più. Non per questo la sua linea sta deflettendo, forte della sintonia con l’Europa, ivi compresa tutta la sinistra europea. Ma per un leader di un partito che vuole governare il Paese sentire che il terreno dell’egemonia si fa scivoloso non deve essere piacevole, anche perché il vento neutralista-pacifista entra di prepotenza nelle case degli italiani e non pare trovare seri ostacoli.
In Parlamento, la linea del Pd è maggioritaria? Il dubbio è lecito, dopo il riformarsi dell’asse giallo-verde. E dunque, tornando alla sua intervista al Corriere, è persino banale ricordare che il Papa esercita una funzione che non è politica, o immediatamente politica: e tuttavia i cattolici italiani non possono non essere stati segnati da quella intervista che è stato per il mondo cattolico un vero terremoto.
D’altra parte la tradizione culturale e politica di tanta parte dei cattolici impegnati in politica reca da sempre con sé il ripudio delle armi e della guerra considerata uno scandalo e come tale contrario ai dettami del cristianesimo: il pacifismo integrale ha trovato in questa occasione terreno fertile, nutrendosi nei decenni di un chiaro contenuto antiamericano. Lasciamo qui stare le posizioni più militanti, da Don Luigi Ciotti a padre Alex Zanotelli.
Prendiamo una cattolica di sinistra abbastanza integralista (non suoni un’offesa) ma certamente politica come Rosy Bindi: «Noi stiamo con gli aggrediti. Ma se l’obiettivo di alcuni è fare la guerra a Putin, non si può pensare che stia fermo». E ancora, e soprattutto: «A me piacerebbe un centrosinistra che lottasse per la pace, e questo in 71 giorni non l’ho visto».
Cioè, Letta non ha lottato per la pace: la sua intransigente fermezza morale oltreché politica ribadita anche ieri a Repubblica giudicando «ignominiosa» la lettura di chi parla di guerra per procura (in sostanza, una guerra amerikana) lo collocherebbe, secondo il pacifismo bindiano, dalla parte di chi preferisce le armi alla diplomazia.
Ora, è chiaro se questo divenisse il sentire del più largo mondo cattolico non organizzato, se il grande arcipelago dei credenti interpretasse senza sfumature il discorso di questo Pontefice che è il loro riferimento pressoché esclusivo per leggere il mondo, se i cattolici adulti fossero tutti d’accordo con monsignor Pietro Parolin che giudica quelle delle armi «una risposta debole», se infine la posizione di Marco Tarquinio, («Guerra più guerra non fa pace») risultasse egemone ecco che il cattolico Letta si verrebbe a trovare in una posizione molto difficile, forse minoritaria.
E a proposito del direttore dell’Avvenire, finito nel gorgo del teatro Ghione per la sfilata pacifista di Michele Santoro e da quest’ultimo presentato come «il direttore che ogni mattina leggiamo per primo», c’è da osservare come il giornale dei vescovi insieme al Manifesto siano portavoce diremmo sovrapponibili del pacifismo cattolico e di quel che resta della sinistra comunista: vero che non è la prima volta che ciò accade ma mai come in questo frangente poiché l’estremismo di sinistra, pur molto minoritario, si sta ritrovando proprio sulla tradizionale linea antimericana sovente con le medesime parole dei cattolici.
Basta leggere l’intervista dell’ex presidente brasiliano Lula a “Time” che definire equidistante è poco: «Putin non avrebbe dovuto invadere l’Ucraina. Ma non è solo Putin a essere colpevole. Anche gli Usa e la Ue sono colpevoli. Qual è stato il motivo dell’invasione dell’Ucraina? La Nato? Quindi gli Stati Uniti e l’Europa avrebbero dovuto dire: “L’Ucraina non entrerà a far parte della Nato”. Questo avrebbe risolto il problema».
Ecco l’altro grande problema di Enrico Letta: non perdere la fiducia della sinistra antiamericana ma democratica che è parte integrante dell’elettorato del Pd e anche del suo gruppo dirigente (combinazione, qualche giorno fa da Lula è andato il vicesegretario Peppe Provenzano): finora l’asse Letta-Guerini-Amendola-Fassino-Quartapelle tiene bene la rotta, sapendo combinare la lezione degasperiana con il retroterra realista di scuola Pci: ma fino a quando il Pd potrà reggere l’urto cattocomunista?