L’eleganza della letteratura discreta Il nuovo libro di Valeria Della Valle è destinato a durare

Una strada apparsa in sogno a una donna e il mosaico dei personaggi che la compongono. Il romanzo, pubblicato da Einaudi, schiude un universo pieno di grazia, colore e struggente precarietà

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Succede ancora di aprire un libro, arrivato in veste discreta e in una collana minore, e godere di quel piccolo, prezioso piacere che dà una prosa che dica con garbo la gioia della vita discosta. L’ha scritto Valeria Della Valle, storico della lingua italiana al suo esordio narrativo, per Einaudi: La strada sognata, è il titolo e corrispondente. Succede poi che le vite che si intrecciano in dieci narrazioni siano legate a un luogo e il suo genius loci: una via di Roma non nominata e riconoscibile e l’arte figurativa. Tutto senza battere ciglia, intonare melodie e sospirare elegia.

Il titolo corrisponde al libro: un luogo, è infatti il protagonista. Uno di quei luoghi che  il passeggiatore solitario riconosce subito come tale, al primo colpo d’occhio e con un sorriso: e in questo caso con l’antefatto di essere apparso in sogno e coperto di neve, come una premonizione romanzesca. Sono i luoghi a indicare le architetture e le figure, e il modo di disporre le parole: a patto di riconoscerli, questi paradisi del senso e della sostanza del mondo. Allora nasce lo slancio a indicarne la forma, farne realtà. È questo e non altro, il senso compiuto del realismo.

Valeria Della Valle sceglie il genere del ciclo di racconti e così la finzione narrativa: pure il registro è quello del memoir, e non c’è contraddizione: è una scelta perfetta. Niente vale a dirlo quanto l’incipit: “La strada l’aveva sognata una notte: era coperta di neve, silenziosa e stretta. Livia non ci aveva pensato più, ma quando, dopo mesi, c’era capitata all’improvviso, l’aveva riconosciuta. Era proprio la stessa, anche se mancava la neve: i cancelli si aprivano su cortili grandi, con la ghiaia e le panchine di marmo, le statue nelle nicchie, i glicini attorcigliati alle inferriate, le fontane ricoperte di muschio”. Una immagine onirica trapassa in un quadro di paesaggio urbano e subito memorabile: e la coppia di aggettivi legati in allitterazione che sa di premonizione e romanzo: silenziosa e stretta. Sappiamo d’emblée che il luogo, la vita che lì si svolge è segnata da questi due aggettivi e legati. L’incipit prosegue: “Quella strada la conoscevano tutti, perché c’erano gli studi degli artisti e le botteghe degli artigiani: si trovava nel centro della città, ma rimaneva appartata e in disparte, come se fosse un’isola”. Un’isola urbana e al centro della città: un luogo della separazione e della libertà, siamo portati a credere: non fosse per la coppia di aggettivi che ci tiene all’erta: non è tutto rosa e fiori, per gli abitanti delle case che danno sulla strada sognata. C’è da leggere, vien subito da dire.

Tre figure legate in famiglia sono il nucleo della narrazione, svolta in terza persona, con ruoli diversi e complementari. Livia, che ha sognato la strada e l’ha incontrata, così come ha riconosciuto la casa sulla strada e in quella la stanza dove sta Giulio Doni, la seconda figura; Adele, già detta Dede, che è testimone delle vicende che avvengono nelle case sulla strada e in qualche modo raccoglie un silente invito della madre Livia. Intorno a loro una serie di figuranti che a turno salgono sul palco. Un mazzo di vite in disparte dalla storia e ai margini del mondo.

Livia è fuggita da un’atmosfera familiare da caserma – il padre è un generale dell’esercito – ed è arrivata alla casa sulla strada sognata grazie alle lezioni di disegno: le prende in una casa di “disordine luminoso”, dove il marito di Fiore, l’insegnante, è un armeno apolide, i libri traboccano ovunque e succede sempre qualcosa. Sono i messaggeri e aspettati (“Era come se avesse sempre saputo che persone come loro dovevano esistere, da qualche parte, e che prima o poi le avrebbe incontrate”). Un’altra casa, quella dei Laszlo, borghesi ebrei genitori dell’amica Arletta, è l’altro lato del sogno: silenzio e ordine, pavimenti di parquet luminoso e brillante di cera, tende di lino bianco che scendono fino a terra e i libri ben allineati nelle librerie di noce che occupano le pareti. Non ci sarà che il tempo di un ritratto di Arletta, che sta in copertina al libro: siamo negli anni del fascismo, che tanto ripugna a Fiore e al marito: l’intervento in guerra spingerà i Laszlo a partire. L’incontro con la strada sognata, un lavoro presso un laboratorio di mosaico nella casa che diventerà della vita e dove in una stanza un lettore solitario si  mostrerà come l’uomo da amare, rivelano a Livia un destino e il filo da seguire. Giulio Doni, l’uomo nella stanza in penombra, che legge alla luce di una abat-jour e fuma una sigaretta dopo l’altra, arriva da una vita misteriosa e marina, di cui il piccolo cocker nero che gli fa compagnia deve pure essere parte: i lavoranti del laboratorio lo dicono una sorta di scrittore ma non si sa di cosa scriva e dove pubblichi: è un uomo che sembra venire da un lungo sonno doloroso e pare trovare conforto soltanto nei libri. Adele, per buona parte del libro Dede, la figlia di Livia e Giulio, passa per ogni casa e dove non entra di persona entra con lo sguardo: è filo conduttore e punto di vista scelto dal narratore. Dede vive felice con i genitori, nella casa dove il profumo dei mandarini e delle mele si mischia a quello dei colori ad olio, si inquieta soltanto quando il ticchettio della macchina da scrivere di Giulio si interrompe e il silenzio che ne segue si prolunga troppo; gioca con Guenda e Gaia sulla terrazza della casa, a volte con i pezzi di porcellana (già piatti Wedgwood e Ginori) dai colori bellissimi e finiti a fare da decorazione nel cemento dei vasi delle piante, e con loro si diverte a osservare “quegli uomini grandi e grossi” che giocano con i colori e con le carte, negli studi sottostanti; poi piano piano le fantasie in terrazza con Guenda e Gaia iniziano ad assomigliare troppo ai film americani. Qualcosa sta cambiando – e non è solo il fatto del crescere.

(Molti iniziano a dire che bisogna andarsene da lì, dalla strada sognata e le sue case e gli studi, che il futuro è altrove; i progetti di Giulio e dell’amico Gabriele non trovano neppur più la strada della enunciazione; Livia inizia a smettere i suoi quadri e a abbandonarli: si dedica al restauro o a fare copie di quadri su commissione “mettendoci, alla fine. una firma che non era la sua”; e qualcuno se ne va davvero. Un tempo sta per finire – e cosa succederà non vale dirlo). 

I figuranti, dicevo: ognuno ha il suo momento. Doina, romena, arrivata per studiare all’Accademia e rimasta a Roma, nella casa sulla via sognata, e che ha sposato Daniele Ludovisi, detto Ludo, già attore dei film di cappa e spada; Giuditta Giuriati detta Ditta, bella e florida, che viveva con Ilja Barea, scultore bulgaro, e continua a fissare un ritratto di Ibsen in bassorilievo e che in realtà è un autoritratto di Ilja; Marina Chialapin, “sottile e luminosa”, che le bambine dicono una magia (“La magia non guardava mai le bambine perché guardava davanti a sé, presa da pensieri che loro non sapevano immaginare”) e arriva ogni tanto, scende gli scalini della scaletta che dalla terrazza porta a una porta dietro la quale scompare; e altre donne ancora: Alma Cantoni detta Almacantoni, in un’unica parola, la signora Cortese, con le sue occhiaie blu, e Nancy Smith, la bella americana venuta a cercare marito in Italia, come in Vacanze romane. Tante figure e storie, più o meno compiute; e (quasi) sempre un passo indietro dal patetico e il colore naturalista.

Il libro è come un quadro di pittura tonale: niente chiaroscuro: le figure sono per effetto di tono di ciascun colore. Così lavora Valeria Della Valle: come un pittore tonale e di garbo. C’è molto blu: quello dei quadri di Fiore Agagian e che Livia  vuole fare suo, che dice la “avvolgeva”, quello degli occhi “blu luminosi” di Doina; qualche campo di grigio nei vari toni; e un tocco di rosso qui e là, come “nei quadri di un pittore che si chiamava Capogrossi”, oppure “i capelli fiammeggianti” di Doina.   Il risultato è uno di quei piccoli quadri visti nella vetrina discreta di un antiquario di gusto e poche parole: lo si compra, e trova subito un angolo dove stare e ricordato. Uno di quei quadri davanti a cui non si parla: lo si guarda. 

La strada sognata è un libro di poca pretesa e destinato a durare, con discrezione. Ha il pregio e la singolarità, oggi, di non esibire un alter ego dell’autore entusiasta e meravigliato della propria vita: se ne sta in disparte, guarda al luogo che dice reale attraverso gli occhi di una bambina dal passo sciolto e l’occhio allegro, attenta ai doppi passi e gli scarti della vita; e nell’ultima narrazione tira le fila con eleganza. Non ha pretese e trova compimento: è letteratura amena.